Rassegna stampa etica

I tre diritti violati dal sistema giudiziario inglese

BEST INTERESTIl diritto alla cura, il diritto del disabile innocente, il diritto e la tutela della famiglia: questi i tre grandi beni che il sistema giudiziario inglese sta calpestando nel suo delirio di onnipotenza. A ben vedere si tratta di beni mutuamente coimplicati: lederne uno li lede tutti.

Qui una versione in lingua inglese tradotta da Laura Tiberi


Nella situazione di Alfie, tre sono i diritti che vengono violati.

Dobbiamo ribadirlo a chiare lettere.

Il primo è quello del diritto di cura. Il miglior interesse di una persona è legato al suo inalienabile diritto di cura. Questo non significa che tale diritto porti inevitabilmente al miglioramento o alla guarigione. Oppure che porti ad un benessere legato all’efficienza. Esso ricorda la dignità ineliminabile che ha la persona e che non può essere decisa da nessuna autorità, ma solo riconosciuta, come ricorda la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo all’arte 3Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona. Il diritto di cura è poi legato all’art. 1 della medesima dichiarazione che dice: Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Esiste dunque un legame ineludibile che porta alla reciproca cura, solidale e sussidiaria.
Quando vi è sproporzione, non economica o di benefici, ma di rispetto, in un trattamento ordinario, si offrono le cure palliative; che sempre cura sono. Che accompagnano serenamente la persona con amorevolezza di tutte le cure essenziali per tutto il tempo che sarà necessario, rispettando i criteri di ‘proporzionalità delle cure' e di ‘prossimità responsabile’ (Messaggio del Santo Padre al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita in occasione del Meeting Regionale Europeo della “World Medical Association” sulle questioni del “fine-vita”).
Non si accelera processi eutanasici in maniera diretta o indiretta.
Né nell’intenzionalità, né nella prassi.

Ma si accompagna la persona mantenendo i sostegni vitali, sempre, purché non causino un dolore fisico oggettivamente insopportabile oppure, soprattutto, causino problemi ragionevolmente alti di gravi rischi per la vita o la salute del paziente.
I sostegni vitali non sono una terapia ma una necessità ed in tal caso l’intervento palliativo di sedazione è decisivo, ma esso non precede la cessazione dei sostegni vitali, ma ne evita la dimensione sproporzionata.
Questo si chiama amore e ci rende più belli oltre che più umani.
La "prossimità responsabile" è data anzitutto da coloro che ne hanno la ineliminabile responsabilità genitoriale, oltre che dalla cordata dei medici attenti.
Spezzare questo legame figlio-famiglia e figlio-famiglia-medici, significa già fallire nei termini di “prossimità responsabile”.
La legge deve tutelare con ogni mezzo questo legame e non frantumarlo con disposizioni coercitive che negano la natura stessa dei rapporti fondamentali, figlio-famiglia.
Occorre certamente evitare l’accanimento terapeutico, ma non è il caso di Alfie.
Nessuna vita è inutile ma può essere “futile” solo un trattamento ma non un sostegno vitale, come dicevamo.
Oppure lo può essere un pronunciamento legale, ed è questo il caso, troppo sottovalutato, dove il legislatore pone un valore antropologico sulla qualità di vita di un paziente e nel contempo spezza la “prossimità responsabile”. Quindi un pronunciamento doppiamente errato e grave sul piano dei diritti umani.

Occorre infatti, nello stesso tempo, evitare l’abbandono terapeutico, che è il caso di Alfie, visto che i genitori non sono in grado di scegliere, come sarebbe giusto, la modalità migliore per scegliere dove e come curare il proprio figlio sino alla fine dei suoi giorni.
Il piccolo Alfie è stato reso “ostaggio” a tutti gli effetti di un sistema legale miope e di un ospedale che si ritiene indefettibilmente la migliore struttura per accompagnare il piccolo Alfie.

Il secondo diritto è quello della tutela del disabile innocente. L’innocente che ha con sé una qualsiasi forma di disabilità è luogo prezioso ed ineludibile della dignità dell’essere umano. È, in certo qual modo, patrimonio dell’umanità. Qui occorre farsi la domanda fondamentale: non sono forse anch’io un disabile? E se ora non lo sono, potrei diventarlo?
Chi ama l’innocente disabile non solo ama quell’irriducibile unicità, segnata dal limite e dalla sua preziosa ed unica bellezza, ma anche ama il proprio corpo e la propria persona.
Ama il proprio limite e lo riconosce significativo come luogo esistenziale dell’essere nel mondo assieme con altri fratelli e sorelle.
Dunque raggiunge il vertice della sua umanizzazione.


Terzo diritto è quella della custodia e tutela della famiglia. Nessuna istituzione umana può sostituire questa relazione primigenia e questa appartenenza, per quanto imperfetta e ferita. Nei casi più gravi la supplisce. La suppletività ricorda l’unicità di questo luogo, la famiglia, un papà ed una mamma, che non può essere sostituito ma solo aiutato, se occorre, oppure aiutare l’innocente, che ne è privo, ad una retta e similare tutela, custodia e cura (nella sostanza e nella forma, nei ruoli e nei simboli archetipici).
Da quanto una nazione ama, cura e rispetta la famiglia si svela il suo grado di civiltà e di maturità umana, sociale e politica.

Se non vengono rispettati questi tre diritti assieme, ma vilipesi, negati, manipolati, non si ha “il miglior interesse” ma una disumana maschera, legale e sociale, che è tipica di chi copia maldestramente Dio e che, sotto ogni profilo, umano, sociale e politico, nonché educativo, ha fallito.
Chi scarta e produce tale cultura, verrà scartato a sua volta.


PRESENTE NELLA VERSIONE PER ABBONATI, 14 aprile 2018

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