Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Rassegna stampa cattolica
resurrexit header
"Io lo risusciterò nell'ultimo giorno" (Gv. 6,54)

La morte è il luogo teologico dell'abbattimento delle proiezioni di Dio
e la Resurrezione è il vero volto della Gioia del noi, con Dio ed i fratelli.

Come è arrivato Francesco, il poverello di Assisi, a chiamare la morte sorella?

Ha fraternizzato con lei ogni giorno.

Non si chiama sorella la morte se ogni giorno non la si incontra a viso aperto e se, soprattutto, ogni giorno non si vive la certezza nella fede della Resurrezione.
A viso aperto significa abbattere, nella Grazia, le proiezioni di Dio.
Sì perchè di Dio noi abbiamo delle proiezioni, sia per motivi fisiologici, di gradualità creaturale nel cammino,
sia, purtroppo, per motivi dovuti al peccato di origine.
E, non in ultimo, perché costantemente fuggiamo da Dio per ripiegarci nel nostro misero ombelico.
Il lavoro del nemico è stato quello di deformarci il volto di Dio.

E dunque vi è proiezione sana, dovuta alla gradualità e alla pedagogia di Dio, basti vedere i protagonisti della storia biblica, dai progenitori all'ultimo discepolo,
sia proiezione malata, deformata.

La prima è propedeutica per un graduale entrare nel mistero la seconda è fuga.

Per le proiezioni deformate basti anche qui vedere la caduta in Gen. 3 fino a Giuda di Keriot.
Le proiezioni di Dio, dunque, sono chiamate ad essere bruciate sull'altare della grazia.
E sempre ne siamo a rischio, talvolta incappando in proiezioni manichee che sottolineano il male vedendolo ovunque. Non rendiamo "culto al male" ma lo sovrastimiamo rispetto al Bene presente, al Bene possibile e alla trasformazione che il Bene può fare, nei dovuti tempi e modi, per cambiare le condotte di male in comportamenti di Bene. Diamo, talvolta, degli spazi al male su date, eventi, cose dimenticando che "Dio ha creato tutto per l'esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c'è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale. Gli empi invocano su di sé la morte con gesti e con parole, ritenendola amica si consumano per essa e con essa concludono alleanza, perché son degni di appartenerle." (Sap. 1,14-16)

Oggigiorno, ad esempio, siamo a rischio di visioni pagane di Dio, legate alla consolazione rassicurante. Rassicurante il sé, il soggetto. Un uso sbagliato dei termini come "accompagnamento", "discernimento", "misericordia", ci pone in questo rischio senza lasciare spazio al mistero del Dio che "scortica" perché ti ama e ti porta, nello Spirito Santo, oltre.

Ma anche la visione pagana del "Dio terribile", "chiaro", "incasellato", "rigido", "razionalizzato", "canonizzato", è a rischio nel garantire il soggetto nelle sue isterie.

In realtà queste due visioni pagane, che degenerano nel "progressismo" e nel "tradizionalismo", si rincorrono nel cuore, nei microcosmi personali e nei macrocosmi della storia.
Tutti necessitano via via del correttore della Grazia e della pazienza somma di Dio per purificare e portarci oltre, nel "duc in altum", senza rimanere nelle secche solipstiche dell'io.

Pertanto chiamare la morte "sorella" è indispensabile per il discepolo ma non perché gode della morte in sé ma perché piuttosto, sempre più, fa esperienza della potenza della Resurrezione di Dio nella propria vita.
Non è qualcosa di inquadrabile solo dalla ragione, che pur è necessaria, ma è esperienza biblica, carnale.
Qui, in questa esperienza, il fedele può chiamare la morte "sorella", mezzo utile, porta necessaria, per l'incontro vivo e vivificante con il Risorto.

Occorre altresì abbandonare il culto della vittima, della lamentela, della mormorazione e crescere nell'abbandono fiducioso nel Padre.
Gridiamo dunque, con mormorio costante, l'unico vivificante:

Oh, Padre nostro carissimo, talvolta non ti comprendo, talvolta mi poni in "luoghi ameni", duri, scorticanti, ma io mi fido di Te
più che delle mie ferite e dei miei limiti. Benedetto il Tuo Nome!


Familiarizzare con la Resurrezione dell'ultimo giorno vuol dire capire ora, in ogni momento, che la Resurrezione è già e non ancora. Qui, nell'istante del mio vissuto, nel silenzio o nella confusione, nella solitudine o nella compagnia, qui esiste il seme della Resurrezione. Per questo motivo io posso chiamare la morte sorella. E non c'è migliore parola e testimonianza davanti al dolore che vivere il proprio dolore con questa dignità e questa certezza dell'animo.
La vera condoglianza è camminare da Risorti con la certezza dell'ultimo giorno. La vera compassione è abbracciare la promessa imperitura di Gesù: "io lo risusciterò nell'ultimo giorno!".

Qui posso chiamare la morte sorella perché mi è amica, compagna di viaggio, è un "facilitatore" prezioso che mi avvicina, passo dopo passo, a questa vita vera e piena.

Non c'è smarrimento o paura abbastanza forte da cancellare questa potente ed intima certezza.

Si abbattano gli uragani e la tempesta dentro e fuori di me ma io appartengo a Lui. Sono suo.

"Ed io vivrò per Lui" (Sl. 22,30)

Questa appartenenza è gioia da condividere, risposta da donare, sguardo da orientare.
Qui nasce la vera apologetica.
Qui nasce la motivazione forte della nostra fede.

Io sono di Cristo. Sono sua proprietà.

Nel suo abbraccio io vivo, mi muovo, respiro e lotto.

La mia vita la vivo nella fede del Figlio di Dio che ha dato la vita per me perché anch'io dia la vita per i miei fratelli e, per grazia, per i miei nemici.

Qui riposa la migliore ri-conoscenza che posso avere, cioè la certezza di ri-conoscerlo come mio sposo ed essere a mia volta sua proprietà.


PiEffe