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il filosofo Massimo BorghesiL’ultimo numero della rivista della Federazione Universitaria Cattolica Italiana è dedicata al gender, ovvero a diverse delle sue sfaccettature e manifestazioni: il desiderio, soprattutto, risulta tematizzato. I fenomeni dell’età postmoderna vengono analizzati nel dettaglio dell’orizzonte decostruzionista, che ha reso teoricamente e praticamente possibile l’affermazione di un “io” arbitrario e assoluto, slegato da ogni responsabilità

di Emiliano Fumaneri

Sebbene per alcuni sia inesistente, con tinua a tenere banco il tema del «gen der». A occuparsene è l’ultimo numero - della rivista «Studium», il bimestrale culturale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) che nel numero di maggiogiugno presenta un denso dossier intitolato «Desideri, figli, gender».
Nell’introduzione del fascicolo tocca al filosofo Massimo Borghesi ricordare il momento storico che stiamo attraversando: è un’epoca in cui il progredire tecnico in campo biomedico sta radicalmente revisionando il rapporto individuale col corpo arrivando fino a modificare la percezione delle relazioni uomo-donna e di quelle tra genitori e figli, sicché si può ben parlare di una autentica “rivoluzione antropologica” alimentata da un modernismo “liberal”, individualistico e ottimistico, del tutto compiacente con le dinamiche imposte dalla nuova dittatura del desiderio. Ma bisogna registrare anche una opposizione: a questa ideologia desiderante si contrappone infatti un pensiero della «relazionalità etica» che coglie appieno le potenzialità manipolatorie dell’«individualismo proprietario». Quali sono le origini filosofiche della rivoluzione del desiderio? Borghesi le individua in Judith Butler, la docente americana ispirata da Michel Foucault (1926 – 1984) che afferma la natura culturale – non naturale – della differenza sessuale, di modo che ogni individuo può decidere in libertà chi e cosa vuol essere: se uomo, donna oppure transgender. La Butler estremizza l’esistenzialismo sartriano della filosofa femminista Simone de Beauvoir (1908 – 1986). L’idea-chiave di una simile filosofia consiste in questo: che nell’uomo l’esistenza precede l’essenza. Le conseguenze seguono immediate: senza alcun ordine ideale antecedente alla volontà umana spetta alla creatura il compito di creare la propria natura. E così il desiderio individuale diventa la misura di tutte le cose. Sul piano psicologico-morale è il decostruzionismo filosofico di Jacques Derrida (1930 – 2004) a fornire la pezza d’appoggio giustificativa all’orgoglio dell’«io»: un io sovrano e arbitro supremo di desideri arbitrari, scollegati da ogni responsabilità sociale e, perciò, dalla realtà – secondo una nota etimologia essere responsabili vuol dire sapersi legati alle realtà della vita («res») come uno sposo («sponsus») è vincolato a una sposa («sponsa»). È sempre la «legge senza legge» del desiderio a ispirare la pratica della surrogacy: “affittare” il ventre femminile per una “prestazione riproduttiva” è solo un’altra maniera di subordinare la legge della natura a quella del desiderio umano. Una volta evidenziate le origini intellettuali del genderismo, restano da enumerare gli alleati della legge del desiderio. Su chi può contare insomma l’ultima rivoluzione antropologica? Anzitutto sulla tecnica, che sopperisce alle mancanze della natura e permette all’io insoddisfatto di cambiare sesso, mettendolo in condizione di «generare senza generare». Non è lo sperma a fare la genitorialità, si dice, ma chi ha “progettato” e seguito il figlio-prodotto nel corso del suo “programma di crescita”. Non è forse questo il mantra ripetuto senza posa dagli ultras dell’utero in affitto? La società liquida, il luogo privilegiato della rivoluzione del desiderio, appare a Borghesi come il regno dell’astrazione disincarnata: un mondo abitato da individui solitari che «astraggono» dalla propria natura sessuata per generare figli-prodotti indistinguibili da una proiezione narcisistica di sé e, a maggior ragione, per esonerarsi dalla triplice relazione fisica uomo-donna-figlio. L’io liquido diventa sempre più «pneumatico», astratto, svincolato dai legami carnali, slegato dal corpo sessuato. In queste circostanze la tecnica, asservita alla legge del desiderio, si fa portatrice di una carica salvifica. Assume una funzione ontologica, diventando uno strumento di transincarnazione capace di trasportare l’uomo al di là dei limiti della propria natura. «La tecnica», scrive Borghesi, «liberandoci dall’incarnazione, sollecita un’idea transumana di libertà». Proprio qui si allacciano le filosofie neognostiche del post- e del transumano che aspirano a cancellare l’umana finitudine. In questo contesto non fa certo mistero la sempre maggiore diffusione, rilevata anche dalla letteratura sociologica, del sesso impersonale: un sesso anonimo, fugace e senza volto, svincolato da ogni affettività. Il sesso impersonale di oggi (di cui lo stesso Foucault fu cantore), fortemente implementato dalla rivoluzione digitale, in particolare dai social network, appare “innovativo” solo a chi ignora il clima di freddezza universale propiziato nel passato dai totalitarismi, frutto della luLibertà e desiderio: un numero di #Studium L’ultimo numero della rivista della Federazione Universitaria Cattolica Italiana è dedicata al gender, ovvero a diverse delle sue sfaccettature e manifestazioni: il desiderio, soprattutto, risulta tematizzato. I fenomeni dell’età postmoderna vengono analizzati nel dettaglio dell’orizzonte decostruzionista, che ha reso teoricamente e praticamente possibile l’affermazione di un “io” arbitrario e assoluto, slegato da ogni responsabilità cida decisione di promuovere una sessualità epidermica, di stampo biologistico. Lo scopo prefissato era quello di impedire lo sviluppo di ogni valore affettivo-relazionale. Ogni totalitarismo, lo ha insegnato Hannah Arendt, aspira a creare una massa di individui isolati: vale a dire un corpo collettivo agevolmente plasmabile dal potere politico. Nel secondo saggio («Il controverso figlio del desiderio. La de-generazione») Adriano Pessina si concentra sulla figura del figlio, indicato a gran voce come l’oggetto di un «diritto». Da ogni parte e in più modi si assiste alla rivendicazione, da parte di coppie sterili o omosessuali, del diritto ad avere dei figli e a poterli “programmare” come e quando si vuole con l’ausilio di tecnologie riproduttive sempre più perfezionate. È da questa orgia di varazioni tecnologiche che si origina una babelica confusione delle lingue; il vocabolario stesso stenta a stare al passo delle frammentazioni indotte dalle evoluzioni tecniche che distinguono ormai tra le figure della madre biologica, della madre sociale e surrogata (una analoga parcellizzazione incombe sulla paternità almeno, per ora, solo per quel che riguarda la polarità biologica e sociale). Urge perciò, in questo clima torbido, tornare a riflettere sulla nozione di “figlio”, una figura che viene a coincidere con l’essere umano stesso. La figura del “figlio” non equivale a quella del “bambino” (puer), che indica un periodo limitato dell’esistenza umana mentre si è “figli” per sempre. Detto in altra maniera, se solo alcuni sono padri e madri, fratelli e sorelle, ogni uomo è sempre “figlio” di qualcuno. Perciò l’immagine del figlio riguarda sempre l’immagine stessa dell’uomo. C’è una data simbolica che inaugura un nuovo modo di pensare la categoria del “figlio”, e di conseguenza anche la categoria del genitore. È il 25 luglio 1978, giorno della nascita di Louise Browne: la prima bimba generata con la tecnica della fecondazione in vitro (FIVET). Con la FIVET la categoria del figlio, fino ad allora difficile da gestire, programmare e controllare, diventa un evento prodotto da una procedura medico-tecnica. In questa maniera il figlio è sottratto alla relazione fisica tra un uomo e un donna che, consumando il loro amore, donano l’esistenza a un “terzo”: a quell’“altro” che è il figlio, appunto. Si tratta di una trasformazione enorme sul piano simbolico, prima ancora che pratico: separando la sessualità dalla procreazione, quest’ultima diventa eseguibile come puro atto tecnico. In passato la volontà di “fare un figlio” non era una semplice esecuzione di atti. La nascita di un figlio non poteva mai essere separata dalla relazione a un tempo affettiva sessuale tra uomo e donna. In assenza di questa combinazione tra amore e sesso l’atto sessuale diventava di fatto una violenza animalesca, uno stupro, anche se inserito all’interno della cornice istituzionale del matrimonio. Questa dissociazione tra tra sesso e procreazione ha favorito un colossale paradosso: se da un lato la tecnica permette, secondo quanto auspicava già Freud, di liberare la specie umana dal vincolo della natura trasformando la riproduzione in un atto volontario e consapevole, dall’altro la programmazione delle nascite alimenta una concezione clinca, biologica e puramente zoologica di quella stessa riproduzione umana. L’emancipazione dalla natura finisce per inaugurare l’epoca del naturalismo. L’avvento della procreazione senza sessualità non si spiega senza altre “fratture” fondamentali: in primis la rivoluzione sessuale del ‘68, che spezza il legame della sessualità col matrimonio e con la procreazione. Ci si abitua a pensare il sesso come un “bisogno” individuale, esercitabile al di fuori del matrimonio e della famiglia, senza alcun vincolo con la procreazione. Assieme al ‘68 pensiero si impone - e la coincidenza non appare casuale - un modello liberale secondo il quale la società umana coincide con una società di mercato pensata per individui, non per le famiglie. L’individuo, tipico prodotto della società di mercato, sente la famiglia come un ostacolo alla propria realizzazione, un ostacolo che rappresenta un “costo”. Ne consegue che la famiglia può essere avviata, in caso, solo quando il suo “costo” diventa economicamente “sostenibile”. L’individualismo comune tanto al ‘68 pensiero quanto al liberalismo di mercato riduce infine la famiglia a “coppia”, cioè alla semplice sommatoria di due individui desideranti. La somma di questi fattori, che porta a spostare sempre più in là nel tempo la decisione di fare un figlio, spiega tanto il terribile calo demografico quanto l’avanzare delle tecniche di fecondazione artificiale. Come si presenta l’immagine del “figlio” in un mondo di relazioni su base sempre più precaria, sempre più instabili? Finisce per assumere, ennesimo paradosso, proporzioni inaudite. Idolatriche quasi. In un mondo in cui gli individui pensano ogni relazione come sostituibile, la relazione col figlio «diventa l’ultima relazione primaria rimasta: irrevocabile, insostituibile» (Ulrich Beck). I partner cambiano, il figlio rimane. Il “figlio” in questo modo diventa un elemento programmato per rinforzare la coppia, per tenerla assieme (rischiando per contro di trasformarsi in un campo di battaglia tra i genitori-programmatori quando questa si sfascia). Così però il “figlio” diventa un “oggetto del desiderio”, l’oggetto di un investimento affettivo e economico. È una cosa, più che un soggetto; un “qualcosa”, non più un “qualcuno”. Appare chiaro che si va verso la costruzione di identità personali sempre più vulnerabili, sempre più dipendenti da scelte pregresse. La trasformazione del figlio in un oggetto da scegliere provoca oltretutto nevrosi sia nell’eventualità che non arrivi quando è fortemente desiderato, sia in quella che arrivi ma in condizioni di salute non corrispondenti al desiderio dei genitori. Se il figlio è ridotto alla programmazione di individui che attraverso la sua nascita ricercano la soddisfazione di un proprio desiderio e una specie di radicamento esistenziale, non stupisce allora che si parli di un “diritto” ad avere un figlio senza alcuna considerazione per i legami famigliari e biologici, spazzati via dall’alleanza tra mercatismo, rivoluzione biotecnologica e rivoluzione sessuale. Non si tratta di questioni puramente teoriche, avverte Pessina. Se essere figli è una condizione permanente dell’essere umano, è evidente che la questione del “figlio” coinvolge la società nel suo complesso.
Continua..

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 14 settembre 2016

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