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Il 20 Novembre 2022 esce su Avvenire – Noi in Famiglia, a firma di Giovanni Del Missier una riflessione sul Gender e gli studi di Genere. Su questo articolo, di cui riportiamo uno stralcio nell’immagine, la Professoressa Giorgia Brambilla, docente di Teologia morale, ci propone una riflessione a cui aggiungiamo in calce anche altre riflessioni.

 

Gender Avevnire 20 novembre 2022Favorire inclusione e valorizzazione della diversità sessuale? La via per farlo non è il gender

Mi permetto rispettosamente di dissentire con la riflessione del collega di Morale (di altra università) che ha scritto questo articolo su Avvenire (Avvenire 20 novembre 2022, Noi in Famiglia pag. 34)

Due premesse.

Concordo sul fatto che, così come per affermare le nostre posizioni ci poniamo spesso “in contrapposizione a”, altrettanto spesso per rinforzarle ci chiudiamo in una dialettica “noi-voi” che tramuta chi ha posizioni opposte in una minaccia a prescindere. Tuttavia, è evidente che a fare questo è soprattutto chi porta avanti il pensiero "gender".

È vero che occorre lavorare più a fondo a livello scientifico – e lasciare che a farlo siano gli addetti ai lavori! – per non scadere in posizioni di stampo “essenzialista” o “biologista” e per chiarire sempre meglio che l’identità sessuale non è riconducibile esclusivamente al fattore fisico presociale e preculturale. Ma è pur vero che l’identità di genere non è nemmeno riconducibile solo al fattore socio-culturale (come secondo il costruttivismo sociale) o alla volontà (come esige il volontarismo individualistico). Si può dire che l’identità sessuale e l’identità di genere si costituiscono nell'INTERAZIONE.

Detto questo, logica vuole che i mezzi utilizzati per raggiungere un dato obiettivo siano coerenti con l’obiettivo stesso. Come può il “gender”, che àncora le sue argomentazioni a una sorta di egualitarismo che mostra la differenza, nella fattispecie quella sessuale, come motivo di discriminazione, essere di aiuto nell’approfondimento e nella valorizzazione della differenza sessuale stessa?

La diversità sessuale nell’uomo mostra che la relazione si istituisce nella consapevolezza del limite e al tempo stesso rimanda all’appartenenza ad una comune natura, alla coappartenenza umana. Su questo si può fondare e insegnare l’inclusione: essere uguali non significa non essere diversi. Per rendere ragione di questo importante passaggio, bisogna superare proprio la separazione sex-gender introdotta dalle “teorie gender”, che produce da un lato l’annullamento del sex (natura) dall’altro la prevaricazione del gender (cultura/volontà).

Chiariamo di cosa stiamo parlando. Quando parliamo di “gender”, parliamo di una visione, nata dal connubio di alcune idee dell’ambito filosofico-politico (Marcuse, De Beauvoir, ecc.), di quello sessuologico (Kinsey, Benjamin, Money) e di quello femminista radicale (Butler, Firestone, ecc.), che afferma che la differenza tra uomo e donna presuppone un’ingiustizia e lo fa attuando una specie di sillogismo: la differenza dei sessi è una disuguaglianza; la disuguaglianza è un’ingiustizia; dunque, la differenza sessuale è un’ingiustizia.

In ottemperanza al principio secondo il quale diversità equivale a disuguaglianza, e dunque a un’inaccettabile fonte di discriminazione e oppressione, è necessario fare in modo che tutti gli esseri umani non siano più identificabili in “classi” in base all’identità sessuata, ma nella nuova categoria del genere come promessa per un futuro di felicità e pace per tutti nel momento in cui saranno cadute tutte le barriere e le discriminazioni. L’uguaglianza così tanto sbandierata non è propriamente da intendersi in senso naturale e ontologico, bensì nel senso della non-differenza o post-differenza.

La differenza sessuale tra uomo e donna da dato naturale diventa concetto su cui discutere e suscettibile di modificazioni arbitrarie e di scelte. Ma se il genere è una costruzione sociale, può anche essere decostruito e ricostruito a piacere: la “fluidità” si ritiene non abbia e non debba avere limiti.

La scienza però ci aiuta ad osservare il processo di differenziazione sessuale, che evidenzia modificazioni ‘a cascata’ coordinate da un programma non casuale o necessitato, che si sviluppa gradualmente e progressivamente secondo una successione lineare e regolare di fenomeni strettamente interconnessi. Questo non è affatto una considerazione di stampo biologista. Bensì la constatazione che la natura sia da “prendere sul serio”: non si nasce “uomini” in astratto, ma si nasce concretamente e bio-geneticamente “maschi” o “femmine”, incarnati in una corporeità sessuata.

È nell’ambito del riconoscimento di una identità soggettiva incarnata in un corpo sessualmente determinato duale, che è possibile ammettere la variabilità non arbitraria del “genere”, ovvero la considerazione che possono esserci “tante sfumature di azzurro e tante sfumature di rosa” - come amo ripetere ai miei studenti; la consapevolezza di questo, permette anche di evitare un errore che forse talvolta si commette: irrigidire la visione rispettivamente del femminile e del maschile, annullando la considerazione del temperamento, del carattere, dei talenti, della “storia” del soggetto decretando dei “copioni”, per non dire “stereotipi” sulla donna e sull’uomo.

Dunque, possiamo trarre del “buono” dalla visione “gender”? Decisamente no. Ciò non toglie che si debba e si possa fruttuosamente approfondire la diversità sessuale e migliorare metodologia e strumenti della nostra opera educativa, a partire da qualcosa che fa parte già del nostro patrimonio: la bellezza dell’antropologia della sessualità. È sulla verità dell’essere umano che si costruiscono valori come il dialogo, l’accoglienza, la cura, il rispetto.

E noi teologi moralisti di questo tesoro siamo (o dovremmo essere) custodi.

 

Prof.ssa Giorgia Brambilla

Docente di Teologia morale




Considerazioni del segretario coordinatore de ilcattolico.it

Stupisce veramente leggere su Avvenire che sin dal 2015 aveva, giustamente, una posizione equilibrata e non ideologica sul Gender e su costrutti ideologici elaborati a tavolino, come il termine omofobia (https://www.avvenire.it/vita/pagine/gender-cinque-punti-per-fare-chiarezza) presti ora il fianco a questi costrutti.
Stupisce anche che un Teologo dell'Alfonsiana esordisca in un articolo con argomenti aleatori e politicamente corretti come quello, trito e ritrito, che tra i cattolici ci sia la voglia di trovare necessariamente un nemico, con conseguente arroccamento e nel contempo argomentando, con manipolazione, per sottrazione e parzialità, il pensiero veramente chiaro, sul tema, di Papa Francesco. 
Chi si allinea ad un "errore della mente umana" (Papa Francesco, Visita apostolica a Napoli, incontro con i giovani, 21 marzo 2015) come ricorda Papa Francesco non è un nemico, anzi, ma di certo l'errore va chiamato come tale se si vuole veramente gettare ponti e rispettare l'interlocutore e, se si vuole, veramente, rispettare l'uomo e la donna. Se si vuole rispettare l'umano.

La Chiesa in uscita è di certo una Chiesa in perenne ascolto ma anche foriera sia del novum del Vangelo sia del novum che illumina una dato antropologico comunque presente. Senza dimenticare che la Chiesa esce realmente da sé se è capace di essere di Cristo; cioè nessuno che sia Chiesa in uscita porta ideologie proprie ma la propria appartenenza a Cristo nella Chiesa e per la Chiesa.
Se la Chiesa in uscita porta le sue nevrosi, i suoi costrutti di accomodamento mondano, non sta più uscendo ma sta inquinando sè stessa e i fratelli e le sorelle.
Paradossalmente non solo non esce più dalle sagrestie ma vi si chiude in una sorta di piacioneria love-bombing, tipica delle tecniche di vendita e delle sette. Con il plauso del mondo.

Il Gender, poi, visti i suoi presupposti, ricordati prima che dalla Professoressa Brambilla proprio da Avvenire nel 2015, è un errore talmente grave, a livello antropologico, che preclude tutto un percorso di armonia, inclusione e reciproca ricchezza tra il genere maschile e quello femminile. Anzi pone le basi per un odio strutturato di cui proprio non si avverte il bisogno.

Se invece si vuole fare un percorso autentico sulla valorizzazione delle differenze di genere, del maschile e del femminile, a tutto tondo e da diverse angolazioni, senza tirare in ballo impropriamente la Gaudium et Spes per sostenere un incipit ideologico e di refrain continuo dell'articolista, basti pensare proprio alla ricchezza che ha l'umano illuminato da Cristo nel Vangelo e nella Chiesa apostolica nella sua dimensione di "Interazione Fraterna", del "noi" che ha superato - sin dai primordi - i rigidi costrutti sociali della cultura mondana.
Insomma rifarsi al Gender togliendo i presupposti del Gender non è più fare riflessioni ermenuticamente corrette sul maschile e sul femminile ma semplicemente un altro impianto di accomodamento irragionevole; più che Incarnazione (che sarebbe doverosa) è impantanamento.

Se invece si parte da presupposti di ricchezza, di inclusione e di fruizione di reciproca bellezza stiamo facendo altro che nel percorso Gender e degli studi di genere non si può trovare perché è proprio lì, in questi studi, che si percepisce il "nemico".

Ocorre dunque cogliere l'anelito al rispetto reciproco e alle reciproche differenze non avvalersi di studi che hanno in sè il seme del conflitto e della guerra dei generi con la glorificazione della volontà (ferita) del soggetto.

Invece l'anelito del cuore, quello presente nella profonda coscienza dell'umano, è piuttosto da cogliere come qualcosa d'altro dal Gender e dai Gender Studies. Lì, in questo anelito, al netto delle ferite, comunque presenti, possiamo e dobbiamo dire qualcosa. Quello è il seme da cogliere e da far fruttare e da innaffiare. Infatti, in principio, Bereshit, non era così e lì occorre sempre ri-tornare per conversione, Shuv, se l'uomo e la donna, l'umanità vuole essere tale.
Questo, infatti, magari con un linguaggio sempre nuovo e stupefacente, insegna la teologia.

Paolo Cilia