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FamilyDay2007 2“Si deve proporre una visione integrale della persona, che non concepisca l’uomo come un essere individuale e solo accidentalmente collocato in un contesto sociale; una visione, cioè, che non contrapponga privato e pubblico, né li percepisca come tra loro indipendenti, ma li comprenda come fortemente connessi”. Lo ha detto oggi mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, intervenendo a Sorrento al convegno “Cattolici e società: etica pubblica ed etica privata. Le finalità solidali dello S.M.O.M.”, organizzato dal Gran Priorato di Napoli e Sicilia del Sovrano Militare Ordine di Malta.

Di fronte agli scandali. Se da un lato, “un certo tipo di liberalismo intende la società come il mero accostamento di tante individualità ridotte quasi a monadi, ognuna separata e contrapposta alle altre nel tentativo di assicurarsi il maggior vantaggio e di difendersi dall’aggressività e dall’egoismo altrui”, ha osservato mons. Crociata, dall’altro emerge un fenomeno opposto, “quello di una crescente porosità tra queste due sfere. Sempre più il privato diventa pubblico, come risulta evidente nel caso delle intercettazioni telefoniche e della loro diffusione, negli scandali legati alla sfera affettiva e intima, nella comunicazione dei propri sentimenti su mezzi di comunicazione di massa, nella condivisione di video che riportano la propria vita privata”. “Lo scandalo avvertito dai più di fronte alle frodi perpetrate da esponenti delle classi dirigenti – ha aggiunto -, rivela la crescente percezione dell’urgenza di un’etica pubblica da tutti condivisa e rispettata. Proprio i media moderni, capaci di trasformare le abitudini delle persone e le persone stesse, spalancano le porte a un’epoca nuova per l’umanità e a una ridefinizione di privato e pubblico”.

L’impegno del cattolico. Parlando dei cattolici nella vita pubblica, il segretario della Cei ha sottolineato che “la fede in Cristo e l’insegnamento della Chiesa, in particolare nella sua Dottrina sociale, consentono al credente cattolico la possibilità di riconoscere più in profondità la verità della persona e la sua altissima dignità. Essa gli farà più compiutamente comprendere, e lo impegnerà a testimoniare umilmente, che la grandezza della persona umana è radicata ultimamente in Dio, che l’ha creata a sua immagine, cioè, come lui, capace di agire in modo libero e responsabile”. In questo senso, il fedele cattolico è chiamato “ad operare in difesa della persona umana, attraverso un fattivo impegno personale, sociale e politico”. Questo potrà attuarsi secondo varie forme. Il primo grado “consiste nella coerenza della vita personale, che già in quanto privata ha un indiscutibile rilievo pubblico: pensiamo alle conseguenze sociali della vicenda familiare, del lavoro, delle relazioni interpersonali nei differenti contesti in cui possono essere condotte”. Un ulteriore livello è “quello della libera iniziativa associata nell’ambito del lavoro, della solidarietà, del tempo libero. Qui si coglie una esigenza caratteristica del rapporto tra persona e società che chiede di essere regolato dal principio della sussidiarietà”. Infine, ha sottolineato il presule, “ il credente si sa chiamato a impegnarsi anche nella rappresentanza o militanza politica, ma ancor prima in una partecipazione informata e attenta al dibattito pubblico”. In realtà, “l’impegno politico non è altra cosa dalla fede, e il perfezionamento della propria vita morale attraverso la preghiera e l’esperienza ecclesiale non può prescindere dallo spendersi per la costruzione di una società più giusta e a misura d’uomo”. In questo si coglie una conseguenza ulteriore dello stretto legame tra etica privata ed etica pubblica”. Mons. Crociata ha concluso parlando dell’opera caritativa: “Il servizio disinteressato al prossimo smaschera gli opportunismi e i favoritismi che inquinano settori della società in cui viviamo, e inserisce in essa dinamiche nuove, centrate sulla cura della persona e sulla edificazione di una società più giusta e fraterna, cioè più umana”.

© www.agensir.it - 28 aprile 2012

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Cattolici ed etica pubblica e privata

di MARIANO CRO CIATA
Una certa dottrina morale definiva
alcune leggi civili come “meramente
penali”, nel senso che esse potrebbero
essere trasgredite, anche
se in tal caso saremmo costretti a
subire le eventuali punizioni, le
conseguenze penali appunto. Vi sarebbero
cioè comportamenti illeciti
per lo Stato, ma non per la coscienza
morale, tanto che questa
non ne rimarrebbe macchiata dopo
averli messi in atto. Superata con il
concilio Vaticano II, questa teoria,
pur senza dichiarare lecito ogni
comportamento, mostrava la persuasione
che l’agire morale — quello,
cioè, che rende buona una persona
e, se non correttamente praticato,
richiede la conversione — attenga
alla sola sfera personale e
privata. Anche in questa prospettiva,
etica privata ed etica pubblica
vengono a delinearsi come contrapposte
o indipendenti, con l’esito di
un disinteresse per l’ambito pubblico
da parte dei singoli o, ancor
peggio, il moltiplicarsi di ingiustizie
e illegalità, ritenute comunque
giustificabili. Per contrastare queste
derive, causate non solo dall’egoismo
che si annida nel cuore
dell’uomo, ma dallo smarrimento e
dalla necessità di trovare riparo
nell’ambiente protetto della sfera
privata, si deve proporre una visione
integrale della persona, che non
concepisca l’uomo come un essere
individuale e solo accidentalmente
collocato in un contesto sociale;
una visione, cioè, che non contrapponga
privato e pubblico, né li
percepisca come tra loro indipendenti,
ma li comprenda come fortemente
connessi. Tutto il testo
dell’enciclica Caritas in veritate è
un’esortazione a superare questa
dicotomia e a non ritenere l’accoglienza,
la comprensione dell’a l t ro
e il soccorso da prestare a chi è nel
bisogno, come propri dell’ambito
privato, escludendoli dal contesto
pubblico, in cui dovrebbero valere
altri criteri di comportamento.
Accanto alla rilevata separazione
tra sfera privata e pubblica e tra i
rispettivi parametri etici, si assiste
oggi a un fenomeno opposto, quello
di una crescente porosità tra
queste due sfere. Sempre più il privato
diventa pubblico, come risulta
evidente nel caso delle intercettazioni
telefoniche e della loro diffusione,
negli scandali legati alla sfera
affettiva e intima, nella comunicazione
dei propri sentimenti su
mezzi di comunicazione di massa,
nella condivisione di video che riportano
la propria vita privata. Al
tempo stesso il pubblico entra nel
privato, con sondaggi che interpellano
i singoli su questioni di rilevanza
pubblica, e attraverso la rilevazione
e la diffusione delle opinioni
su radio, televisione e social
network .
Questa mescolanza di privato e
pubblico può portare nella direzione
di un’accresciuta presa di coscienza
del peso non meramente
individuale delle proprie scelte. Lo
scandalo avvertito dai più di fronte
alle frodi perpetrate da esponenti
delle classi dirigenti, rivela la crescente
percezione dell’urgenza di
un’etica pubblica da tutti condivisa
e rispettata. Proprio i media moderni,
capaci di trasformare le abitudini
delle persone e le persone
stesse, spalancano le porte a
un’epoca nuova per l’umanità e a
una ridefinizione di privato e pubblico.
Di questa novità che ci sta
davanti, di cui comprendiamo solo
in parte la portata, è doveroso percepire
le opportunità positive, oltre
a denunciarne gli squilibri.
C’è la pretesa di fondare la vita
associata su una censura della dimensione
ideale e religiosa che anima
la vita di ciascuno. Simile pretesa
si basa però sul falso presupposto
che esista una visione neutra
della realtà, una sorta di piattaforma
razionale e laica che, sul piano
della vita pubblica, sarebbe in grado
di stabilire principi e valori universalmente
validi in base ai quali
regolare la vita sociale, una visione
perfettamente funzionale all’individualismo
propugnato da certo liberalismo.
Si tratta, in realtà, di una
concezione alternativa e subdolamente
violenta, perché volta a negare
le convinzioni che abitano le
persone per sostituirle con un surrogato
omologante ultimamente
ideologico. La situazione plurale,
di cui dicevamo sopra, si riserva facilmente
il compito di salvaguardarci
dal rischio di una reciproca
fagocitazione. Infatti si tratta di
stabilire una corretta interazione
tra le libere modalità di concepire e
condurre la vita personale e quella
sociale, in modo da istituire una
ordinata circolazione delle idee e
delle visioni per giungere, attraverso
un confronto costruttivo, a scelte
comuni equilibrate e il più possibile
condivise. In questo modo
ciascuno è chiamato a dare una
rappresentazione integra di sé sulla
scena pubblica, in dialogo con gli
altri e in una tensione verso quel
bene comune nel cui spazio trova
posto la peculiarità di ciascuno.
La questione del rapporto tra
etica privata ed etica pubblica assume
in Italia una forma specifica a
motivo del rapporto tra cattolici e
società. Essa significa innanzitutto
una visione dell’essere umano, dotato
di una coscienza che lo fa accedere
al senso del bene e del male,
come capacità costitutiva della
sua identità personale e della sua
dimensione spirituale. Il fedele cattolico
è chiamato a operare in difesa
della persona umana, attraverso
un fattivo impegno personale, sociale
e politico. Questo potrà attuarsi
secondo varie forme. Il primo
grado consiste nella coerenza
della vita personale, che già in
quanto privata ha un indiscutibile
rilievo pubblico: pensiamo alle
conseguenze sociali della vicenda
familiare, del lavoro, delle relazioni
interpersonali nei differenti contesti
in cui possono essere condotte. Un
ulteriore livello è quello della libera
iniziativa associata nell’ambito del
lavoro, della solidarietà, del tempo
libero. Qui si coglie una esigenza
caratteristica del rapporto tra persona
e società che chiede di essere
regolato dal principio della sussidiarietà.
Nei corpi sociali intermedi
persona e società dovrebbero incrociarsi
in modo da interagire armonicamente,
al fine di consentire alle
persone e ai gruppi umani di perseguire
liberamente e responsabilmente
gli scopi che si prefiggono
nella attuazione della comune
umanità. Infine il credente si sa
chiamato a impegnarsi anche nella
rappresentanza o militanza politica,
ma ancor prima in una partecipazione
informata e attenta al dibattito
pubblico. L’impegno politico
non è altra cosa dalla fede, e il perfezionamento
della propria vita
morale attraverso la preghiera e
l’esperienza ecclesiale non può prescindere
dallo spendersi per la costruzione
di una società più giusta
e a misura d’uomo.
di MARIANO CRO CIATA

Una certa dottrina morale definiva alcune leggi civili come “meramente penali”, nel senso che esse potrebbero essere trasgredite, anche se in tal caso saremmo costretti a subire le eventuali punizioni, le conseguenze penali appunto. Vi sarebbero cioè comportamenti illeciti per lo Stato, ma non per la coscienza morale, tanto che questa non ne rimarrebbe macchiata dopo averli messi in atto. Superata con il concilio Vaticano II, questa teoria, pur senza dichiarare lecito ogni comportamento, mostrava la persuasione che l’agire morale — quello, cioè, che rende buona una persona e, se non correttamente praticato, richiede la conversione — attenga alla sola sfera personale e privata. Anche in questa prospettiva, etica privata ed etica pubblica vengono a delinearsi come contrapposte o indipendenti, con l’esito di un disinteresse per l’ambito pubblico da parte dei singoli o, ancor peggio, il moltiplicarsi di ingiustizie e illegalità, ritenute comunque giustificabili. Per contrastare queste derive, causate non solo dall’egoismo che si annida nel cuore dell’uomo, ma dallo smarrimento e dalla necessità di trovare riparo nell’ambiente protetto della sfera privata, si deve proporre una visione integrale della persona, che non concepisca l’uomo come un essere individuale e solo accidentalmente collocato in un contesto sociale; una visione, cioè, che non contrapponga privato e pubblico, né li percepisca come tra loro indipendenti, ma li comprenda come fortemente connessi. Tutto il testo dell’enciclica Caritas in veritate è un’esortazione a superare questa dicotomia e a non ritenere l’accoglienza, la comprensione dell’a l t ro e il soccorso da prestare a chi è nel bisogno, come propri dell’ambito privato, escludendoli dal contesto pubblico, in cui dovrebbero valere altri criteri di comportamento. Accanto alla rilevata separazione tra sfera privata e pubblica e tra i rispettivi parametri etici, si assiste oggi a un fenomeno opposto, quello di una crescente porosità tra queste due sfere. Sempre più il privato diventa pubblico, come risulta evidente nel caso delle intercettazioni telefoniche e della loro diffusione, negli scandali legati alla sfera affettiva e intima, nella comunicazione dei propri sentimenti su mezzi di comunicazione di massa, nella condivisione di video che riportano la propria vita privata. Al tempo stesso il pubblico entra nel privato, con sondaggi che interpellano i singoli su questioni di rilevanza pubblica, e attraverso la rilevazione e la diffusione delle opinioni su radio, televisione e social network . Questa mescolanza di privato e pubblico può portare nella direzione di un’accresciuta presa di coscienza del peso non meramente individuale delle proprie scelte. Lo scandalo avvertito dai più di fronte alle frodi perpetrate da esponenti delle classi dirigenti, rivela la crescente percezione dell’urgenza di un’etica pubblica da tutti condivisa e rispettata. Proprio i media moderni, capaci di trasformare le abitudini delle persone e le persone stesse, spalancano le porte a un’epoca nuova per l’umanità e a una ridefinizione di privato e pubblico. Di questa novità che ci sta davanti, di cui comprendiamo solo in parte la portata, è doveroso percepire le opportunità positive, oltre a denunciarne gli squilibri. C’è la pretesa di fondare la vita associata su una censura della dimensione ideale e religiosa che anima la vita di ciascuno. Simile pretesa si basa però sul falso presupposto che esista una visione neutra della realtà, una sorta di piattaforma razionale e laica che, sul piano della vita pubblica, sarebbe in grado di stabilire principi e valori universalmente validi in base ai quali regolare la vita sociale, una visione perfettamente funzionale all’individualismo propugnato da certo liberalismo. Si tratta, in realtà, di una concezione alternativa e subdolamente violenta, perché volta a negare le convinzioni che abitano le persone per sostituirle con un surrogato omologante ultimamente ideologico. La situazione plurale, di cui dicevamo sopra, si riserva facilmente il compito di salvaguardarci dal rischio di una reciproca fagocitazione. Infatti si tratta di stabilire una corretta interazione tra le libere modalità di concepire e condurre la vita personale e quella sociale, in modo da istituire una ordinata circolazione delle idee e delle visioni per giungere, attraverso un confronto costruttivo, a scelte comuni equilibrate e il più possibile condivise. In questo modo ciascuno è chiamato a dare una rappresentazione integra di sé sulla scena pubblica, in dialogo con gli altri e in una tensione verso quel bene comune nel cui spazio trova posto la peculiarità di ciascuno. La questione del rapporto tra etica privata ed etica pubblica assume in Italia una forma specifica a motivo del rapporto tra cattolici e società. Essa significa innanzitutto una visione dell’essere umano, dotato di una coscienza che lo fa accedere al senso del bene e del male, come capacità costitutiva della sua identità personale e della sua dimensione spirituale. Il fedele cattolico è chiamato a operare in difesa della persona umana, attraverso un fattivo impegno personale, sociale e politico. Questo potrà attuarsi secondo varie forme. Il primo grado consiste nella coerenza della vita personale, che già in quanto privata ha un indiscutibile rilievo pubblico: pensiamo alle conseguenze sociali della vicenda familiare, del lavoro, delle relazioni interpersonali nei differenti contesti in cui possono essere condotte. Un ulteriore livello è quello della libera iniziativa associata nell’ambito del lavoro, della solidarietà, del tempo libero. Qui si coglie una esigenza caratteristica del rapporto tra persona e società che chiede di essere regolato dal principio della sussidiarietà. Nei corpi sociali intermedi persona e società dovrebbero incrociarsi in modo da interagire armonicamente, al fine di consentire alle persone e ai gruppi umani di perseguire liberamente e responsabilmente gli scopi che si prefiggono nella attuazione della comune umanità. Infine il credente si sa chiamato a impegnarsi anche nella rappresentanza o militanza politica, ma ancor prima in una partecipazione informata e attenta al dibattito pubblico. L’impegno politico non è altra cosa dalla fede, e il perfezionamento della propria vita morale attraverso la preghiera e l’esperienza ecclesiale non può prescindere dallo spendersi per la costruzione di una società più giusta e a misura d’uomo.

© Osservatore Romano - 29 aprile 2012