Anticipiamo stralci della conferenza che il cardinale segretario di Stato tiene, il pomeriggio di sabato 9 giugno nel Seminario maggiore di Łódź, in Polonia, in un incontro con una rappresentanza del mondo della cultura e della scienza. Il testo integrale è consultabile sul sito del nostro giornale. di TARCISIO BERTONE
La dimensione fondamentale della cultura è quella etica. «Assicurando la precedenza di questa dimensione — disse Giovanni Paolo II — noi assicuriamo la precedenza dell’uomo. L’uomo infatti si realizza come uomo essenzialmente mediante il proprio valore morale». Karol Wo j t y ła, già su un piano umano, è stato un artefice di cultura, come poeta, attore, filosofo. Nel 1980, all’Unesco, affermò che «la cultura è ciò per cui l’uomo in quanto uomo diventa più uomo, “è” di più, accede di più all’“essere ”. (...) L’uomo, e solo l’uomo, è “a u t o re ” o “artefice” della cultura; l’uomo, e solo l’uomo, si esprime in essa ed in essa trova il suo proprio equilibrio». La cultura è infatti sinonimo di civiltà, e la «civiltà della vita» si nutre della «cultura della vita». Durante il citato discorso egli disse: «L’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura (...) Io sono figlio di una nazione, che ha vissuto le più grandi esperienze della storia, che i suoi vicini hanno condannato a morte a più riprese, ma che è sopravvissuta e che è rimasta se stessa. Essa ha conservato la sua identità e ha conservato, nonostante le spartizioni e le occupazioni straniere, la sua sovranità nazionale, non appoggiandosi sulle risorse della forza fisica, ma unicamente appoggiandosi sulla sua cultura. Questa cultura si è rivelata all’o ccorrenza d’una potenza più grande di tutte le altre forze». Giovanni Paolo II, figlio della Nazione polacca, ha portato alla Sede di Pietro le ricche esperienze della sua Patria. Benedetto XVI ha scritto che «di questa eredità polacca aveva bisogno il Papa per poter pensare all’interno di una molteplicità di culture». Karol Wo j t y ła si è formato in diverse comunità, prima fra tutte la sua famiglia, della quale egli parlò così: «Con affetto filiale bacio la soglia della mia casa natale, esprimendo alla Divina Provvidenza la gratitudine per il dono della vita trasmessomi dai miei cari genitori, per il calore del nido di famiglia, per l’amore dei miei cari, che mi dava un senso di sicurezza e di forza, perfino quando si dovevano affrontare l’esperienza della morte e le fatiche della vita quotidiana in tempi inquieti». Là è iniziato tutto, è iniziata la vita e anche la sensibilità per il suo inestimabile v a l o re . Gli anni dell’adolescenza furono per lui una grande scuola di cultura della vita, anche attraverso la dura esperienza della morte delle persone più care. Quei distacchi, quei passaggi dei suoi parenti «di vita in vita» sono stati una grande lezione. Giovanni Paolo II r i c o rd a v a : «Mi è stato dato di fare l’esp erienza personale delle “ideologie del male”. È qualcosa che resta incancellabile nella mia memoria». La sua giovinezza ha attraversato il dramma della seconda guerra mondiale. Tante volte ha sperimentato la «cultura della morte». Ad esempio, il suo desiderio di studiare e coltivare la conoscenza si è scontrato con l’arresto di professori dell’università Jagellonica. Quando dopo tanti anni, come Papa, è giunto ad Auschwitz, ha detto: «Può ancora meravigliarsi qualcuno che il Papa, nato ed educato in questa terra, il Papa che è venuto alla Sede di san Pietro dalla diocesi sul cui territorio si trova il campo di Oświęcim, abbia iniziato la sua prima enciclica con le parole Redemptor hominis, e che l’abbia dedicata nell’insieme alla causa dell’uomo, alla dignità dell’uomo, alle minacce contro di lui e infine ai suoi diritti inalienabili che così facilmente possono essere calpestati e annientati (...) dai suoi simili!». Tutto il periodo del servizio sacerdotale ed episcopale di Karol Wo j t y ła nel suo Paese ha coinciso con il totalitarismo comunista. Con grande coraggio egli ha difeso i diritti umani, e gli erano sempre vicini gli uomini di cultura. Ha sostenuto le Settimane della cultura cristiana. Ha aiutato anche persone di scienza e cultura perseguitate per le loro opinioni. Due anni prima di essere eletto alla Cattedra di Pietro disse: «Come vescovo, ho il dovere di essere il primo che serve questa causa (...) la grande causa dell’uomo». E, diventato Papa, dichiarò: «Cristo vuole che io (...) renda testimonianza davanti al mondo di ciò che costituisce la grandezza dell’uomo dei nostri tempi e la sua miseria. Di ciò che è la sua sconfitta e la sua vittoria». L’esperienza dei due totalitarismi da lui vissuta ha dimostrato ciò che può fare la cultura della morte, e ha fatto crescere ancora di più la preoccupazione per la promozione di una cultura della vita, che è possibile a tutti, dai dotti ai semplici, e che si esprime nelle maniere più varie, non ultima quella di un’attenzione concreta verso ogni singola persona. Il giorno dopo la sua elezione, Giovanni Paolo II si recò in un ospedale romano a visitare l’amico malato, il vescovo — e poi cardinale — Andrea Maria Deskur. E da allora, giorno per giorno, il Papa andava incontro ai fedeli, si chinava sui malati, stringeva migliaia di mani. Anche così egli è stato testimone della cultura della vita. Coloro che accompagnavano il Papa nei viaggi apostolici e in altri incontri, notavano la sua particolare sensibilità per i malati e i giovani: ha abbracciato persone morenti nei lebbrosari, ha aiutati gli infermi a mangiare, e ai governanti chiedeva con decisione rispetto per l’uomo. Da questa prospettiva, Giovanni Paolo II ha aiutato tutti a comprendere che la vita umana ha senso in qualunque stadio si trovi, e che il senso è più facilmente riconoscibile se è intimamente legato alla relazione d’amore con un’altra persona. Vivere appare, alla fin fine, come un “vivere per”, che impedisce la chiusura di un semplice fatto biologico. L’affermazione secondo la quale la vita è sempre un bene può essere riformulata alla luce della dinamica che la sostiene e la costituisce, e cioè, secondo quanto egli affermava nell’enciclica Evangelium vitae, «si può comprendere e portare a compimento il senso più vero e profondo della vita: essere un dono che si realizza donandosi» (n. 49). Tutta la sua vita è stata una grande testimonianza della cultura della vita, specialmente nei momenti di sofferenza. Si è detto che la sofferenza è stata un’altra sua enciclica. Il cardinale Dziwisz ha scritto: «Karol Wojtyła ha imparato a convivere con la malattia e la sofferenza. Questo era possibile soprattutto grazie alla sua spiritualità, grazie alla relazione personale con Dio». Rimangono ancora impressi nella nostra mente i lenti passi, sostenuti dal bastone, di Giovanni Paolo II segnato dalla sofferenza fisica, acuita dalle conseguenze dell’attentato che subì il 13 maggio 1981, e dal morbo che lo aveva aggredito e che lo avrebbe accompagnato fino alla fine. Papa Giovanni Paolo II non ha mai fatto mistero della sua malattia, non ha mai tentato di nasconderla. Attraverso la sua sofferenza fisica ci ha richiamato il valore del “Vangelo della Vita” che impegna tutti, singoli, famiglie, associazioni e istituzioni, ad adoperarsi «affinché le leggi dello Stato non ledano in nessun modo il diritto alla vita», anzi promuovano «la difesa dei diritti fondamentali della persona umana, specialmente di quella più debole», sia essa embrionale o morente. Forte di tale convinzione, la Chiesa considera perciò suo dovere intervenire sui temi che riguardano da vicino la crescita e lo sviluppo dell’uomo. Questo contributo non inficia, ma anzi arricchisce il principio di una «sana laicità », perché si sforza di fornire un apporto originale alla costruzione del bene comune. Nei nostri occhi resta anche fissata l’immagine del Pontefice che, durante la Via Crucis al Colosseo, in quel Venerdì Santo del 2005, avvinghiato alla Croce pronunciava faticosamente queste parole: «Sì, adoriamo e benediciamo il mistero della croce del Figlio di Dio, perché è proprio da quella morte che è scaturita una nuova speranza per l’umanità (...). Offro anch’io le mie sofferenze, perché il disegno di Dio si compia e la sua parola cammini fra le genti». Chi è stato con lui nelle sue ultime ore ci testimonia che ha pregato fino alla fine. Benedetto XVI ha detto: «Il profumo della fede, della speranza e della carità del Papa riempì la sua casa, riempì Piazza San Pietro, riempì la Chiesa e si propagò nel mondo intero. Quello che è accaduto dopo la sua morte è stato, per chi crede, effetto di quel “p ro f u m o ” che ha raggiunto tutti, vicini e lontani, e li ha attratti verso un uomo che Dio aveva progressivamente conformato al suo Cristo». Proprio per questo, per la sua unione con Gesù Cristo, il beato Giovanni Paolo II è stato testimone della cultura della vita. Nel vasto magistero di Papa Giovanni Paolo II, un posto di grande rilievo occupa l’enciclica Evangelium vitae, del 1995, che ha orientato la riflessione sulle sfide moderne concernenti la vita. Fra di esse vi è anche la nascita e lo sviluppo sempre più diffuso della ricerca scientifica, specialmente nel campo della bioetica, che ha conseguito traguardi inimmaginabili, non senza però alcuni rischi che includono prospettive drammatiche quando viene a svanire ogni riferimento etico e religioso. In questa importante enciclica Giovanni Paolo II afferma che «ci troviamo di fronte a uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Ci troviamo non solo “di fronte”, ma necessariamente “in mezzo” a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l’ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita».
© Osseratore Romano - 10 giugno 2012