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Rassegna stampa etica
Ivan Žužekdi ONORATO BUCCI

Celebrare i novant’anni dalla nascita di Ivan Žužek a dieci anni dalla sua morte vuol dire non solo, e non tanto, ricordare un presbitero della Compagnia di Gesù di grandi virtù umane e di indiscussa cultura scientifica — rettore del Pontificio Istituto Orientale e poi pro-segretario della Commissione per la Revisione del Codice di diritto canonico orientale (1972-1990) fino alla pubblicazione del Cceo e, quindi, sottosegretario del Pontificio Consiglio (1990-2004) per l’i n t e r p re t a z i o n e dei testi legislativi della Chiesa — ma vuole significare anche riandare a un esame di coscienza nel servizio di uno studioso reso all’unità della Chiesa per la quale visse e operò. Ricordo come non gli dispiacesse l’insegnamento di Vittorio Peri quando questi, nella prospettiva del Giubileo 2000, parlava della necessità da parte di tutta la cristianità di riandare alla metànoia, al «discernimento delle esigenze del Vangelo».
E non gli dispiaceva perché si sentiva concorde con questo insegnamento: ricercare sempre la verità, e proclamarla a chiare lettere, senza tentennamenti. Ubbidiva e insegnava a ubbidire sempre, come raccomandava ai suoi scout, verso i quali spese parte degli ultimi trent’anni (1977-2004) della sua vita: da loro chiedeva collaborazione e sincerità perché, aggiungeva, la sincerità stava nel capire il valore della verità, e verità e sincerità erano il presupposto dell’ubbidienza ai propri superiori. Chi scrive — accompagnato da Edoardo Volterra, Olis Robleda e Pietro Tocanel — conobbe padre Ivan Žužek in un pomeriggio piovoso degli anni Sessanta del secolo scorso al Pio, in occasione della seduta di laurea di Bartolomeo Archondonis, attuale patriarca ecumenico di Costantinopoli, relatori Žužek e Pujol, e fu stima, e fu amicizia sincera per trentotto anni, fino alla sua morte avvenuta alla base nazionale scout a Sorano nei Cimini nel 2004. Ci ritrovammo spesso scambiandoci impressioni su quanto accadeva nella Chiesa e fuori, con sincerità assoluta, a Roma e nelle lunghe camminate sui Monti d’A b ru z z o , del Molise e del Lazio. Nei boschi trovava la capacità — fra rami d’alberi di ogni fusto — di individuare croci bellissime creandone migliaia. E sempre ci unì un dato sicuro: avevamo il dovere — e il diritto, aggiungeva lui — di dire la Verità, in ogni circostanza, ma anche il diritto (è un paradosso, ma lui intendeva l’ubbidienza un diritto!) e il dovere di ubbidire, sempre. Sicché gli piacque molto, anni dopo, quando gli dissi che Giorgio La Pira mi aveva confermato quanto appreso nella mia famiglia, che bisognava dire ai superiori sempre la verità e nel contempo ubbidire, soprattutto quando si è in disaccordo con i superiori («A che vale ubbidire a chi la pensa come te?») e lui mi disse: «Ecco perché ci siamo incontrati». La nostra collaborazione non si limitò, dal 1973, alla Commissione per la revisione del Codice di diritto canonico delle Chiese orientali, ma andò oltre: all’o rg a n i z z a z i o n e dei convegni della Société Internationale des Droits des Eglises O rientales a partire dal primo di Vienna del 1971, e poi agli incontri con la presidenza della neonata Consoceatio Internationalis Iuris Canonici che iniziò i lavori nel 1972 all’università di Roma. Nel 1994 diede vita al suo capolavoro di dialogo fra canonisti d’Oriente e d’O ccidente nel convegno di Bari e, quindi, al progetto ambiziosissimo su come si fosse formata la terminologia giuridica della primitiva Chiesa di lingua latina. Quel progetto, ancora non concluso, aprì ampie discussioni e dibattiti che continuarono nel Centre de Recherches des Etudes Syriaques.

© Osservatore Romano - 1-2 dicembre 2014