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bambino violenzaPubblichiamo una larga parte della lettera che il vescovo di Albano ha indirizzato al clero diocesano e religioso in occasione della prima domenica di Avvento.

di MARCELLO SEMERARO

Nella lettera apostolica Misericordia et mis e ra Papa Francesco ha esteso nel tempo per tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere quanti hanno procurato il peccato di aborto, già concessa limitatamente al periodo giubilare (n. 12). D’ora in avanti, dunque, di essa ne gode ogni sacerdote che sia già in possesso della necessaria facoltà di ricevere abitualmente le confessioni (cfr. Codex iuris canonici, cann. 966 §1; 970 e 973). Noi accogliamo cordialmente e con animo grato la disposizione del Papa. Permettete, però, che unisca alcune ragioni che potranno aiutare a meglio comprenderla sia noi, sia i fedeli. Si sarà, infatti, potuto costatare quanto varia sia stata, almeno sui mezzi della comunicazione sociale, l’accoglienza di tale disposizione del Papa. In qualche caso essa è stata presentata in forme non appropriate, in qualcun altro addirittura malevoli sì da fare trasparire se non tendenziosità, almeno ignoranza. Non ho, invece, alcun dubbio che ciascuno di voi ha ben compreso il senso e il valore di quanto inteso e stabilito dal Papa. È necessario tenere presente la distinzione tra «peccato» e «sanzione penale», che è comportata da alcuni peccati, fra i quali c’è l’aborto procurato ed effettuato. A norma del can. 1398 del Codex iuris canonici, infatti, «chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae», cioè senza che sia necessario pronunciarla formalmente per ogni singolo caso. Da qui, sino a oggi, la sua «riserva» al vescovo e ad altri sacerdoti designati da lui, o indicati dallo stesso Diritto canonico; da qui pure la necessità della remissione di tale censura prima che sia impartita l’assoluzione sacramentale. Ora, però, con la decisione comunicata nella sua recente lettera, il Papa ha concesso a tutti i confessori la facoltà di rimettere nel «foro sacramentale» (cioè nell’atto della confessione sacramentale) la censura di cui nel citato can. 1398. Altrimenti detto, il Papa ha concesso a tutti i confessori la «giurisdizione» per levare la sanzione penale, la censura di scomunica. Ritengo importante che almeno noi sacerdoti teniamo ben chiara — e trasmettiamo agli altri fedeli — la distinzione fra i peccati e le sanzioni penali. Giurisdizione e potere di perdonare i peccati sono due realtà “concettualmente” diverse. Ora, però, nel nostro caso con la decisione del Papa esse risultano unite nello stesso atto della confessione: qui il confessore esercita la giurisdizione di rimettere la censura di scomunica (che vietava la ricezione di tutti i sacramenti) ed esercita anche il potere sacerdotale che ha di perdonare i peccati. Nulla, dunque, è stato modificato circa il reato di aborto e circa la pena canonica di scomunica. È stato, però, “semplificato” il sistema di remissione del reato di aborto, affidando ai confessori nel “f o ro ” della confessione la giurisdizione per togliere la pena e poter così assolvere tutti i peccati che possa avere il penitente. Senza avere l’intenzione d’impartire una lezione di diritto canonico, aggiungo solo qualcos’altro sulla dinamica canonica nella quale s’inserisce la decisione del Papa. La disciplina canonica, infatti, mette sempre in conto il bonus animarum, anche quando il penitente si trova in condizioni particolari. Perciò essa prevede il cosiddetto «caso più urgente» (casus urgentior), com’era chiamato nel can. 2254 del Codex iuris canonici del 1917; quello, cioè, in cui la situazione di peccato e l’impossibilità disposta dalla sanzione penale di accedere ai sacramenti incidono così pesantemente sul fedele ormai pentito, sì da rendergli gravoso attendere per tutto il tempo necessario a ottenere la remissione della pena in foro esterno (cfr. Codex iuris canonici, can. 1357 §1). Come spiegano i commentatori, è la stessa legge canonica che s’impegna a «superare una possibile contraddizione tra la disponibilità al pentimento del fedele, con il conseguente desiderio di ricevere l’assoluzione sacramentale, e il divieto di accesso ai sacramenti disposto dalla pena canonica». Considerata in questa luce giuridico-canonica, la decisione del Papa ha il suo fondamento e la sua radice nello stesso fine ultimo della disciplina canonica, ossia la salus animarum. Questa non è un elemento esterno, sovrapposto alla legge canonica e neppure una semplice clausola-limite per l’ordinamento canonico; è, al contrario una “clausola aperta” e interpretativa; è il principio guida e orientatore, la dimensione costitutiva della stessa realtà soprannaturale dello ius in Ecclesia. Alla base della decisione del Papa c’è, in fin dei conti, proprio questo principio metagiuridico; ecclesiologico, diremo, che informa l’intero ordinamento canonico. Esso oltretutto realizza l’istanza di ragionevolezza della legge medesima. Sulla gravità del peccato di aborto il Papa non ha fatto nessuno sconto. Ha, invece, dichiarato: «Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente». Su questo punto il magistero della Chiesa è sempre stato ed è fermo. Lo stesso Francesco lo aveva ribadito già nei primi mesi del suo ministero petrino. Per esempio, nell’udienza ai partecipanti all’incontro promosso dalla Federazione internazionale delle associazioni dei medici cattolici, il 20 settembre 2013, disse: «Nell’essere umano fragile ciascuno di noi è invitato a riconoscere il volto del Signore, che nella sua carne umana ha sperimentato l’indifferenza e la solitudine a cui spesso condanniamo i più poveri, sia nei Paesi in via di sviluppo, sia nelle società benestanti. Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mondo. E ogni anziano […], anche se infermo o alla fine dei suoi giorni, porta in sé il volto di Cristo. Non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”! Non si possono scartare!». Ciò premesso, nella lettera apostolica Misericordia et misera il Papa aggiunge: «Con altrettanta forza posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre» (n. 12). Troviamo qui la ragione teologica della decisione del Papa. In proposito, si potrebbe rileggere la bolla Misericordiae vultus (11 aprile 2015) con la quale Francesco ha indetto il giubileo appena concluso. Io stesso, per l’i n t e ro anno santo mi sono impegnato ad annunciare il mistero della divina misericordia, sia con la lettera pastorale Prima è la Mis e r i c o rd i a (27 novembre 2015), sia con le ventisette omelie pronunciate nelle diverse occasioni diocesane durante quel tempo davvero straordinario. D’altra parte, come scrive Robert Lezohupski, «il tema della misericordia rappresenta lo sfondo interno del diritto canonico (salus animarum suprema lex – c. 1752). La misericordia è pienamente legata con la salvezza delle anime e con gli strumenti per realizzarla. In quanto tale, la misericordia raffigura chiaramente la dimensione pastorale e caritativa del diritto canonico». Ecco, allora, che in Misericordia et misera il Papa subito esorta: «Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione» (n. 12). Considerando la prassi sacramentale del confessore il Papa tutta la racchiude nel verbo “accompagnare”. Per fare cosa? Un «cammino di speciale riconciliazione». Durante tale cammino il ministro della Chiesa deve essere “guida”, “sostegno” e “conforto”. Consideriamo brevemente queste tre singole azioni. Passiamo, così, alle ragioni pastorali. La guida “indica il cammino”, ma non lo fa con una funzione semplicemente direttiva. Il confessore non è un “segnale stradale”. Quanto già richiesto dalla normativa canonica (cfr. Codex iuris canonici, can 978: il confessore è “giudice”, “medico” e “ministro obbediente” alla dottrina del magistero e alle norme dell’autorità competente) Francesco lo esplicita con le parole: sostegno e conforto. Per “sostenere” bisogna mettersi accanto all’altro e non starsene sulle gradinate. A b a l c o n e a r, direbbe Bergoglio nel gergo del lunfardo argentino: cioè starsene a guardare dal balcone. Ma c’è di più. “Sostenere” vuol dire letteralmente tener qualcuno ponendosi “sotto di lui”, ossia portandone il peso. Cercare una «pecora smarrita» non significa andar per prati e boschi, ma farsi carico, come il pastore di cui il Vangelo scrive: «Se la carica sulle spalle rallegrandosi» (Luca, 15, 5). “Confortare”, poi, vuol dire aiutare un altro a essere forte, a superare il male, a vincere la propria debolezza. In Filippesi, 4, 13 Paolo scrive: «Tutto posso in colui che mi dà forza», (“omnia possum in eo qui me confortat”). Paolo sperimenta Gesù accanto a lui come presenza che incoraggia sì da rendere capaci di affrontare ogni situazione. In persona Christi, ogni confessore deve essere come questo Gesù per Paolo: dar coraggio, infondere dinamismo per non scoraggiarsi a motivo della propria debolezza, per andare avanti nella via intrapresa della conversione. È importante che tutti, ma noi sacerdoti in particolare, giungiamo a cogliere la dimensione “generativa” della decisione del Papa. Domandiamoci: che cosa può far nascere questa scelta? Quali comportamenti promuove e incoraggia nelle nostre comunità? Genera speranza e fiducia in Dio, oppure scoraggiamento e disperazione? Fa maturare responsabilità? Apre delle strade, o immette in un vicolo cieco? Io penso che il Papa non ci indica scorciatoie di nessun genere. Egli, anzi, ci addita strade lunghe, impegnative. Per ricorrere ad alcune sue espressioni, Francesco ci domanda di avviare processi di «discernimento, purificazione e riforma»; processi «di crescita» e «azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici» (cfr. Evangelii gaudium, nn. 30; 169; 223).

© Osservatore Romano - 2 dicembre 2016