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Rassegna stampa etica
bagnascoPubblichiamo stralci della prolusione del cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), ai lavori del Consiglio permanente, che si tiene a Roma dal 26 al 29 marzo.


di ANGELO BAGNASCO
Consentite che già in apertura io ringrazi il Santo Padre per avermi voluto confermare - per i prossimi cinque anni - alla presidenza della Cei: desidero farlo, rinnovando anzitutto dinanzi a voi il mio impegno a servizio della coesione dei vescovi del nostro Paese e per l'efficacia del nostro collegiale ministero in comunione con il Successore di Pietro, Pastore universale e Primate d'Italia. Così come confermo la mia gratitudine ai singoli Vescovi e alla Conferenza tutta per la fraterna amicizia e la cordiale comprensione di questi anni. Fin dall'inizio vogliamo esprimere la nostra vicinanza ai connazionali che si trovano ancora - in diversi Paesi e per diverse congiunture - sotto sequestro, affinché quanto prima siano lasciati liberi di tornare sani alle loro famiglie. Così come, nella preghiera, porgiamo le più sentite condoglianze ai familiari dell'ingegner Franco Lamolinara e del sergente Michele Silvestri, che hanno perso la vita in circostanze drammatiche. A tutti i volontari e a tutti missionari sparsi per il mondo vanno la nostra ammirazione e la nostra partecipe solidarietà.
Nonostante il clamore che ciclicamente sfiora la comunità dei credenti, a motivo magari di qualche sgradevole episodio che sconvenientemente vorrebbe coinvolgerla, Benedetto XVI persegue la propria opera finalizzata alla riforma interiore della Chiesa. Non so se sia del tutto appropriato, ma verrebbe da dire che in questo periodo c'è come una sorta di "pacifica offensiva", da parte di Benedetto XVI, per convincere che il primato è degli umili, in quanto solo nella testimonianza concreta dell'umiltà la fede può attecchire e tornare a risplendere. Ecco il suo e nostro assillo: la fede, che in vaste zone della terra "corre il rischio di spegnersi come una fiamma che non trova più alimento […] e che costituisce la più grande sfida per la Chiesa di oggi. Il rinnovamento della fede deve quindi essere la priorità nell'impegno della Chiesa intera ai nostri giorni" (Benedetto XVI, Discorso alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della fede, 27 febbraio 2012). Di qui il suo farsi banditore dell'Anno della Fede come della circostanza promettente che ci sta dinanzi e domanda una disponibilità piena da parte delle Chiese locali. Non è e non potrà risolversi in una mera manutenzione pastorale, e neppure in un dispiegamento iper-organizzativo della medesima pastorale. Sarà in primo luogo un interrogarsi in profondità su chi è Gesù Cristo per noi, per noi che viviamo in contesti da secoli segnati dal cristianesimo, eppure ci ritroviamo oggi svagati e saturi di mille altre cose. "Il non conformismo del cristiano - assicura il Papa - ci redime (…) perché ci restituisce alla verità" (Lectio Divina nell'incontro con i parroci di Roma, 23 febbraio 2012), alla verità delle cose, delle situazioni. Si è anti-conformisti per non sottostare alle letture vincenti quando non ci convincono, e per non lasciarci omologare. Dobbiamo esserlo anche in risposta alla paura che la gente avverte per la situazione di crisi in cui oggi si trova, la più grave dal dopo-guerra. Tale condizione di paura oggi è evidente e va fatta evolvere per uscirne migliorati, più forti spiritualmente e più attrezzati umanamente. Dando per scontato purtroppo che la crisi non si risolverà né all'improvviso né troppo in fretta, dobbiamo, insieme alle nostre abitudini, modificare il nostro modo di pensare. C'è bisogno di una visione forte e condivisa che probabilmente ha il suo punto di inizio nella riscoperta del bene comune come "universale concreto". Quel bene che ad un certo punto forse avevamo smarrito in quanto ci sembrava il bene di nessuno, o avevamo scambiato per la mera somma dei singoli processi individuali, deve per ciascuno diventare invece il proprio bene personale. Solo una generale conversione di mentalità che comporti conseguenze vincolanti - ad esempio, sul fronte del fisco, di un reddito minimo, di un welfare partecipato, di un credito agibile, insomma di un civismo responsabile - può ricreare quel clima di fiducia che oggi sembra diradato o dissolto. Un clima che sollecita e motiva l'affidamento reciproco. L'altra sfida è riconsegnare un profilo forte alla nostra comunità, quella nazionale, e che si rifrange nei mille territori. Parlo di "profilo", perché come ogni persona ha il proprio volto e questo la caratterizza, così la società intera deve resistere alla tentazione di smarrire i propri connotati caratteristici.
Anche la nazione ha un proprio volto, che non è un assemblaggio di tanti volti individuali, ma corrisponde ad una visione antropologica, composta di principi e valori. Non è indifferente infatti vivere in una società che, ad esempio, non rispetta e non promuove il valore indisponibile della vita umana, specie nei momenti di maggiore fragilità, come l'inizio e la fine.
Siamo profondamente persuasi che i giovani di oggi siano in grado di dare una spinta decisiva al cambio di passo del nostro Paese. Cari giovani, non troverete probabilmente molti disposti a dirvelo, noi però avvertiamo la responsabilità di farlo: stiamo andando verso una società nella quale sempre di più conterà la formazione completa, e non solo dunque scolastica e professionale, la formazione cioè della vostra umanità; conterà l'esercizio ripetuto di determinate scelte, la rifinitura delle stesse, fino a quando, ad un certo momento, diventeranno habitus personale, disposizioni stabili, qualità o virtù che dir si voglia. Si tratta di elementi che solitamente non figurano nei curricula cartacei, e tuttavia emergono abbastanza presto, perché con la vita non si può barare: vale assai più lo sforzo che il successo, conta più l'abitudine alla fatica che la rifinitura estetica. E comunque i veri vittoriosi sono i galantuomini, non i vincenti con l'imbroglio. L'altro pilastro su cui vorremmo spendere una parola è la famiglia. Si può non mettere nel conto che il carattere della stabilità è esigenza intrinseca e genuina dell'amore? Una recentissima indagine condotta in Italia fa emergere che le persone che vivono con convinzione il loro essere famiglia sono mediamente anche le più felici. Sorgono talora difficoltà, e dinanzi agli imprevisti più gravi taluno decide purtroppo di non riprovare, ma è una resa che di per sé non cambia le esigenze che sono intrinseche al vero amore. Come non lo rafforza tutto ciò che infragilisce il matrimonio, ivi compreso il cosiddetto divorzio breve. Prima e più dei diritti veri o presunti degli adulti, ci sono i diritti dei bambini: avere un padre e una madre certi, dunque una famiglia caratterizzata non da confini precari e da tempi incerti, ma definita e permanente, nella quale imparare ad aver fiducia in se stessi e negli altri, a dare il nome giusto alle cose, a distinguere il bene e il male, a bilanciare doveri e diritti.
Né possiamo tacere - anzi, lo ripetiamo con preoccupata convinzione - il valore intrinseco della domenica, giorno nel quale non solo ci si riposa dal lavoro, ma la famiglia si ritrova insieme con ritmi più distesi, asseconda le proprie consuetudini e - se credente - partecipa con la comunità cristiana alla liturgia del Signore. Per tali valenze antropologiche, la domenica non può essere sacrificata a ragioni economiche. Un'altra tesi è emersa nelle ultime settimane, la legittimazione dell'infanticidio, assurdamente presentata in riviste scientifiche internazionali: in sé qualcosa di aberrante, se non addirittura di mostruoso. Per questi studiosi, di origine italiana, quello che secondo loro si può fare sul feto, ossia l'aborto, sarebbe possibile anche sul bambino appena nato. E perché anche non successivamente? Così, in breve, dall'interruzione volontaria della gravidanza, di cui è ineluttabilmente vittima un bambino che deve ancora nascere, si passerebbe all'eutanasia di questi una volta nato. A proposito infine di eutanasia, va registrata purtroppo un'altra tesi preoccupante, nel frattempo apparsa pure in sede scientifica internazionale: la nutrizione e l'idratazione dovrebbero essere sospese a tutti i pazienti in stato vegetativo permanente, salvo che non ci sia l'evidenza di una volontà esplicita del soggetto gravemente ammalato. Siamo cioè all'inaccettabile rovesciamento della prospettiva di quanto in Italia prevede il disegno di legge che, approvato alla Camera, attende l'auspicabile sì del Senato.
Non ci sono vite non degne: che si tratti di bambini down, o disabili gravi, o malati psichici di difficile gestione, o malati terminali. Non esistono ragioni economiche per sopprimere o abbandonare una vita malata. Sarebbe la barbarie. Quando nel dibattito pubblico arriva l'eco di discussioni - sperando che solo di queste si tratti - che avverrebbero in taluni nosocomi del nostro Paese dove, per esigenze di budget, si vorrebbero rifiutare cure costose a beneficio di chi non ha più realistiche prospettive di vita, è il momento della massima all'erta, quello in cui stanno indebolendosi i presidi dell'umano, e si capisce che cosa vale in concreto la vita di ciascuno di noi. Nessun accanimento - possiamo convenirne -, ma neppure sentenze sbrigative, negligenti, o rinunciatarie in partenza.
Il Paese, come il resto dell'Europa, è in sofferenza: non si può negarlo. Le parrocchie e le formazioni sociali che vivono a contatto con la gente lo constatano ogni giorno. Tutto rincara e il budget familiare diminuisce. Cambiano così le abitudini, si rivede l'ordine delle scelte. Con i provvedimenti adottati è stato portato al sicuro il Paese, facendo proprie - pur con qualche adattamento - le indicazioni comunitarie. Bisogna però che si approfitti il più possibile di questa stagione, in cui si è costretti a dare una nuova forma ai nostri stili di vita: uscire dall'immobilismo; cominciare a fare manutenzione ordinaria del territorio; continuare nella lotta all'evasione fiscale; semplificare realmente alcuni snodi della pubblica amministrazione; dotarsi di strumenti pervasivi e stringenti nel contrasto alla corruzione e al latrocinio della cosa pubblica. Soprattutto, azionare tutti gli strumenti e investire tutte le risorse a disposizione - dello Stato, dell'imprenditoria, del credito, della società civile - per dare agli italiani, a cominciare dai giovani, la possibilità di lavorare: non solo per sopravvivere, ma per la loro dignità. Ma anche approfittarne per rinnovare i partiti, tutti i partiti: non hanno alternativa se vogliono tornare - com'è fisiologico - ad essere via ordinaria della politica ed essere pronti - quando sarà - a riassumere direttamente nelle loro mani la guida del Paese. Per intanto dal Governo sono attese soluzioni sospirate per anni. Come vescovi chiediamo di tenere insieme equità e rigore. La congiuntura ci deve migliorare, non appiattire e ancor meno schiacciare Si dovrà probabilmente lavorare molto prima di tornare a vedere risultati importanti, ma quel che conta sono i segnali affidabili e concreti che devono arrivare dalla classe dirigente. Senza uscire dal novero delle nazioni industrializzate, anzi preservando nella ragionevole flessibilità gli insediamenti che coltivano le specificità e le eccellenze, dobbiamo perseguire un'economia sociale di mercato, nella linea della cooperazione e dei sistemi di un welfare condiviso. Il modello economico perseguito lungo i decenni dal nostro Paese è stato ed è una prodigiosa combinazione tra famiglia, impresa, credito e comunità. È l'insieme che va reinterpretato e rilanciato, recuperando stima nelle imprese familiari e locali, a cominciare da quelle agricole e artigianali. Nella realtà odierna nessuno può pensare di preservare automaticamente delle rendite di posizione. Bisogna sapersi misurare con le mutazioni incalzanti che costringono ad un pensare nuovo. Bene sommo è la persona, e la persona che lavora; per questo vanno create le condizioni perché le opportunità di impiego non sfumino, e con esse le abilità manageriali e i capitali necessari all'impresa.
Da diversi ambienti giungono voci che riconoscono e incoraggiano l'iniziativa della Chiesa a fronte dei bisogni crescenti. Tra questi, scorgiamo la povertà alimentare, di alloggio, di medicine. Noi Pastori accogliamo questi appelli che si moltiplicano anche da aree fino a ieri sufficienti; siamo grati per i riconoscimenti, anche se la Chiesa non li cerca agendo anzitutto per fedeltà al proprio Signore, consapevole della propria bimillenaria esperienza di evangelizzazione e promozione umana. I riconoscimenti raccolti li trasmettiamo naturalmente ai nostri amati sacerdoti e diaconi, ai consacrati e al grande stuolo dei volontari delle parrocchie e delle aggregazioni laicali che quotidianamente sono riversi sul servizio della carità. Mentre la crisi perdura, chiediamo che sollecitamente si avVII la sospirata fase di ripresa e degli investimenti in grado di creare lavoro, che è la priorità assoluta. L'approccio finanziario, infatti, senza concreti e massicci piani industriali, sarebbe di ben corto respiro. Solamente ciò che porta con sé lavoro, e perciò coinvolge testa e braccia del Paese reale, ridà sicurezza per il presente e apre al futuro. Perché questo accada, è necessario che lo Stato e gli enti locali siano solventi e lungimiranti e gli istituti bancari non si chiudano in modo indiscriminato alle richieste di piccoli e medi imprenditori: non ogni ristrutturazione va valutata con diffidenza; è necessario considerare, caso per caso, situazioni e persone, l'onestà insieme all'affidabilità, e alla quota di controllabile rischio senza il quale non può darsi alcun salto nella crescita. C'è bisogno - e questo è il momento - che la gente ritrovi l'entusiasmo per le relazioni e si rimetta assieme in modo creativo per far girare il ciclo del lavoro. Gioverà poi memorizzare gli insegnamenti di questa stagione che dovranno persistere anche oltre la stretta. Mi riferisco alla capacità di sacrificio e di adattamento, virtù dell'anima che talora, nell'abbondanza, sembra venir meno, senza essere finora mai scomparsa, tanto da riemergere come riserva preziosa. In secondo luogo, l'energia scaturente dai vincoli familiari, supporto indispensabile nelle emergenze, sostegno che mentre dà educa, e mentre educa non lascia mai soli. Anche in questo tornante stretto della vicenda nazionale sono state le famiglie a rivelarsi punto di forza che, nel momento del bisogno, hanno saputo spremere il meglio di sé e sorreggere l'intero sistema. Quindi l'attitudine al risparmio, anche piccolo, che in certi momenti viene irriso con sufficienza per essere meglio depredato dalla cultura dello spreco, quando invece è risorsa semplice e benefica nelle fasi di congiuntura. Infine, la tenuta delle reti di prossimità e pronto intervento che, grazie anche alla provvidenza dell'otto per mille, la comunità cristiana assicura indistintamente ad utilità di tutti.
Sul contributo perdurante - e semmai intensificato - dei cattolici al difficile momento della Nazione e dell'Europa non è dato di dubitare. Sul fronte ecclesiale, e sul crinale in cui l'ecclesialità si intreccia con la socialità, osserviamo che il confluire delle associazioni e dei movimenti di ispirazione cristiana nei tre organismi da tempo attivi - il Forum delle Associazioni familiari, Retinopera e Scienza & Vita - prosegue in termini di confronto su tematiche nodali per l'impegno dei laici. A questi si aggiungono le scuole di impegno socio-politico che, proprio agli inizi di questo mese di marzo, hanno avuto un importante momento di confronto nazionale, e che sono espressione dell'inventiva pastorale e formativa della Chiesa. Siamo lieti che alcuni temi lanciati in occasione del precedente Consiglio Permanente - per esempio la lotta al gioco d'azzardo - abbiano trovato una larga eco nell'opinione pubblica, grazie anche ai nostri mezzi di comunicazione sociale, cui va sempre il convinto sostegno della comunità cristiana. E ancora lieti siamo che il tema dell'Ici sui beni ecclesiastici abbia avuto un'evoluzione positiva, arrivando con sollecitudine ad un approdo soddisfacente che, eliminando le sia pur remote ma possibili zone d'ombra, indurrà a superare eventuali situazioni di ingiusto trattamento, sottraendo argomenti a polemiche sgradevoli e devianti, fondate talora su vere e proprie menzogne.

(©L'Osservatore Romano 26-27 marzo 2012)

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