Religione di stato e stato democratico
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di Paolo DeottoLa cosiddetta “laicità” dello Stato e la separazione tra Stato e Chiesa sono concetti ormai acquisiti negli ordinamenti costituzionali degli Stati occidentali. Parimenti non esiste più la nozione di “Religione di Stato”, presente in gran parte degli Statuti ottocenteschi. Lo Stato contemporaneo non professa una determinata religione, e agisce in netta separazione dalla Chiesa. Questa situazione dovrebbe, in teoria, garantire la libertà dei cittadini. Vediamo, nella pratica, cosa accade.
È pacifico che lo Stato non può imporre di professare una determinata religione, né può vietarlo, fatto salvo il limite di eventuali contrasti con l'ordinamento giuridico italiano, espressamente citato nell’art. 8 della nostra Costituzione. Tuttavia lo Stato, nell’esercizio della funzione legislativa, e data la forza impositiva (anche a livello di coscienza) della legge, si trova di fatto a dettare norme morali, in tutti quei casi in cui la normativa viene a regolare aspetti della vita che interessano la sfera morale, familiare, affettiva. Lo Stato contemporaneo, nella sua pretesa totalitaria, tutto regola, e qui nascono i problemi di non facile soluzione.
Da un lato è legittimo e doveroso che lo Stato regoli per legge quegli aspetti della vita privata che tuttavia hanno una forte incidenza sulla struttura sociale. Uno per tutti, il diritto di famiglia non interessa di sicuro solo i componenti della famiglia, bensì l’intera società, che riconosce nella famiglia – e ciò è previsto anche nella Costituzione – la propria base. Già nel diritto di famiglia troviamo problematiche che interessano profondamente la sfera morale. Ad esempio, la parità assoluta tra coniugi non esisteva nell’originale stesura del Codice Civile (anno 1942), che espressamente assegnava al marito il ruolo di ”capo della famiglia”. Lo Stato effettua quindi inevitabilmente anche delle precise scelte morali, che traduce in norme di legge, come tali obbligatorie per tutti i cittadini.
Qui già entriamo nella prima contraddizione, perché la scelta di tipo morale comporta necessariamente un ordinamento morale di riferimento. La cosiddetta “morale laica” è una contraddizione in termini, perché il laicismo rifiuta a priori di riconoscere valore a un ordinamento morale preesistente, e qualsiasi punto di riferimento costante viene considerato come limite alla libertà “laica”. Già Norberto Bobbio, studioso di grande spessore, e non certo credente, faceva notare come la morale laica non abbia “un chiodo a cui appendersi”, ossia un sistema valoriale. Il nodo è gordiano e l’unico modo per uscirne è stabilire aprioristicamente che il rispetto di una procedura prevista per legge (votazioni in Parlamento, maggioranza, firma del Capo dello Stato) possa “creare” una norma che impegna anche la sfera morale, incidendo sulla stessa in modo parziale o totale, e creando così una “morale laica”, che trova la sua legittimazione solo, come dicevamo, in un meccanismo procedurale di formazione della legge, a sua volta peraltro stabilito da altre norme di legge.
Dal momento in cui venga disconosciuto valore a qualsiasi norma morale perenne, l’unica guida diventa il relativismo, che crea una morale in movimento costante, dove nulla è garantito e sicuro, perché ciò che ieri era immorale, può divenire oggi giusto e lecito. La maggioranza parlamentare (verificabile) e quel magma non verificabile, che si può definire come “opinione pubblica” o come “cultura dominante”, diventano gli unici punti di riferimento, a un tempo ispiratori e decisori.
Abbiamo così assistito, specie nel dopoguerra (riferendoci al nostro Paese, ma ben prima per altre Nazioni), a spostamenti progressivi dei concetti morali fondamentali. La normativa sul divorzio ha scardinato la stabilità della famiglia, unita fino a quel momento dal vincolo indissolubile tra coniugi. La legge che ha legalizzato l’aborto ha minato alla base il concetto di sacralità della vita, introducendo un omicidio legalizzato in un Paese che solo in alcuni periodi della propria Storia aveva conosciuto la pena di morte. Fortissime sono le pressioni per la legalizzazione dell’eutanasia, di fatto quasi legalizzata dalla normativa sulle c.d. “Dat”. La depenalizzazione dell’uso “personale” di stupefacenti ha portato un altro attacco alla difesa della vita, sapendosi bene che il tossicomane si avvia su un sentiero di morte.
Ugualmente sono fortissime le pressioni per un riconoscimento di cosiddette “famiglie” di nuova struttura, che famiglie non sono, essendo composte da persone dello stesso sesso. La fecondazione fuori dal normale rapporto sessuale diviene sostituibile dalla fecondazione artificiale, e ciò porta non pochi a sottolineare che la stessa conservazione della specie non ha più bisogno di rapporti considerati ormai quasi “desueti”, riducendo così il rapporto sessuale a una pura genitalità, esercitabile a piacimento tra individui di sessi diversi o dello stesso sesso, e chiamata anch’essa “amore”, con uno stravolgimento totale del significato stesso di questa parola. Da ultimo, almeno per ora, l’attacco alla famiglia si realizza con la furibonda e martellante campagna per attribuire all’omosessualità un carattere di impossibile “normalità”, inventando discriminazioni e persecuzioni per commuovere l’opinione degli sprovveduti, così come il mendicante utilizza il bambino o l’amico storpio per commuovere i passanti più impressionabili.
La “morale laica”, priva di punti di riferimento sicuri e costanti, diviene fatalmente la legalizzazione del capriccio e dell’egoismo perché (e anche qui riprendiamo concetti espressi da Bobbio) il laicismo non è in grado di fornire le motivazioni profonde per la misericordia, l’altruismo, l’onestà, che portano senza dubbio grandi benefici, ma che impongono il più delle volte anche il sacrificio del proprio tornaconto (in vista, appunto, di un bene più grande). Non a caso il significato stesso della parola libertà” è stato a tal punto stravolto, da considerare oggi “libero” l’individuo che può soddisfare ogni capriccio, anche il più balordo. Un tale significato di “libertà” viene ad essere in assoluta antitesi con il rispetto del prossimo, perché parte dall’aver messo l’egoismo prima dell’altruismo.
Ma la “morale laica” porta ad un’altra conseguenza inevitabile. Avendo l’uomo, per sua stessa natura, necessità di punti di riferimento stabili, la “morale laica”, che dovrebbe essere portatrice di libertà, genera invece lo statolatria, sicchè lo “Stato”, da istituzione al servizio dell’uomo, diviene idolo al quale inchinarsi e al quale delegare la creazione delle norme fondamentali della vita e della convivenza. Possiamo dire che in tal modo si è chiuso il giro. Si rifiuta la morale naturale, la tradizione, il senso religioso, tutti quei fattori che hanno creato una Società, che hanno dato un volto e un’identità a una Nazione, e si crede così di conquistare la “libertà”, ossia la facoltà di vivere senza regole, solo in base al capriccio. Ma le regole sono inevitabili, e a tal punto i capricci si trasformano in regole, con la mistificazione di una legittimità che nasce dal puro formalismo procedurale. Dulcis in fundo, dovendosi giustificare il carattere obbligatorio della “legge” siffatta, si divinizza quello Stato, originariamente nato per essere al servizio della Nazione, e si perde realmente la libertà, perché la morale relativista dello Stato costruisce una Società dove l’uomo è sempre più confuso e smarrito, ma dove di sicuro l’egoismo domina.
Non stupiamoci quindi di porcherie come la guerra contro la Libia, ricca degli stessi valori morali della “guerra dell’oppio” contro la Cina, o della generale crisi economica, generata da un sistema finanziario in mano a pirati da impiccare, che rischia di travolgere tutto il nostro sistema di vita. Non stupiamoci di ordinamenti legislativi in cui la vita umana viene schiacciata sotto il tallone dell’egoismo più disumano (aborto, eutanasia), dove ogni serio impegno viene evitato, dove le basi stesse della convivenza sono messe in mortale pericolo (divorzio, famiglie “alternative”). Sono costruzioni di quella stessa “morale laica” che ha creato via l’illuminismo, il liberalismo, il marxismo, il nazionalsocialismo, tutti uniti tra loro nella folle idea di creare un uomo capace di reggersi da solo, disconoscendo la sua condizione di creatura, e divenendo folle al punto da credersi creatore.
Torniamo quindi al nostro punto di partenza: la “Religione di Stato”. Se è vero che lo Stato non deve professare una religione, né imporla, né togliere, coi limiti che già dicevamo, la libertà di culto, ciò è vero non in nome di un astratto e scivoloso concetto di “libertà”, ma, più semplicemente, perché lo Stato deve avere (per non divenire Stato totalitario) dei limiti ben precisi di azione.
Se è vero che lo Stato legifera su tutto, è però necessario che sulle materie che più direttamente incidono sulla morale, sul diritto naturale, sulla tradizione, lo Stato legiferi avendo ben chiare le barriere invalicabili di fronte alle quali deve fermarsi, non pretendendo di modificare ordinamenti che non nascono da procedure legali, ma dal cuore stesso dell’uomo, incise nella sua coscienza dal Creatore. E seppur l’uomo sia incapace per sua natura di operare per il bene (qualche millennio di Storia ce lo dimostra…), tuttavia queste norme, che possiamo riassumere nel termine generale di “diritto naturale”, esistono nella sua coscienza, e sono tramandate nella nostra civiltà da due millenni di cristianesimo. L’Europa è nata morta dal momento in cui ha rifiutato di inserire nelle sue norme fondamentali il riconoscimento delle radici cristiane della sua civiltà. Nel risveglio che, qua e là, lancia sprazzi di luce su un mondo occidentale perso nelle nebbie della pazzia, la Nazione Ungherese è stata la prima a ritrovare e proclamare con orgoglio (in questo caso più che legittimo) la propria origine cristiana.
Non è necessario avere la “Religione di Stato”. È necessario che lo Stato rientri nel suo alveo e riconosca che la religione è la guida morale e costitutiva fondamentale di una identità nazionale. Tutto il resto è fumo, è retorica bolsa e vuota su 150 anni di unità di uno Stato che è nato schiacciando le Nazioni, è rincorsa pazza alla soddisfazione dei capricci.
Possiamo ritrovare la nostra identità cristiana, sotto la guida illuminata della Chiesa cattolica, e ritrovare le basi morali della convivenza civile. Possiamo invece proseguire sulla strada su cui ci troviamo. In fondo, arriveremo a una piazza, dove in un cerchio sempre più stretto e folle gireranno schiere di efebi sculettanti, femmine androgine, furfanti cinici, politicanti smarriti, tossicomani stralunati. Attorno al cerchio, i vecchi e i malati moriranno abbandonati, mentre i bimbi non soffriranno, perché uccisi in via preventiva col legittimo aborto.
Un futuro che non ci garba.
PS: invito rivolto in particolare ai fieri difensori della Costituzione, che “non si tocca”. Sul fatto che non si tocchi, sono perfettamente d’accordo. Infatti, sarebbe da buttare del tutto e rifare daccapo. Ma, a parte ciò, andate a leggervi l’art. 8 della Costituzione. L’argomento è interessante, e ne tratteremo su un altro articolo, tra pochi giorni: la religione cattolica ha un posto di preminenza nell’ordinamento costituzionale, rispetto ad altri culti. Leggetelo bene. Peccato che ce ne si sia scordati…
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