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Intervista con il cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei santi, sulla cerimonia di beatificazione che si è svolta a Nagasaki nel novembre scorso

Intervista con il cardinale José Saraiva Martins di Gianni Cardinale

La maggior parte (183 su 188) erano laici e un buon numero (18) erano bambini con meno di cinque anni. Tutti vennero uccisi in odium fidei nel Giappone del XVII secolo. La Chiesa ne ha riconosciuto il martirio e la cerimonia di beatificazione si è svolta a Nagasaki lo scorso 24 novembre. In base alla nuova prassi introdotta da Benedetto XVI la celebrazione è stata curata dalla Chiesa locale alla presenza di un rappresentante del Papa. Per l'occasione da Roma è arrivato il cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei santi. 30Giorni gli ha posto alcune domande.
     
      Eminenza, chi erano i 188 nuovi beati giapponesi?
      José Saraiva Martins: Si tratta di martiri che vennero uccisi in odium fidei tra il 1603 e il 1639 in sedici episodi e luoghi diversi nel corso di una persecuzione religiosa organizzata dallo shogun Tokugawa, a partire dalla quale in Giappone ebbe inizio una lunga e assoluta chiusura verso l'Occidente e verso la cultura occidentale, coinvolgendo in essa la religione cattolica.
      Ma si trattò di martiri della fede cattolica o della cultura occidentale?
      Saraiva Martins: Questi martiri non vennero uccisi per una generica ostilità nei confronti degli europei, soprattutto portoghesi e spagnoli, e delle loro attività commerciali. Alla luce dei documenti storici consultati e nella memoria dei cristiani i martiri vennero uccisi con modalità spettacolari e particolarmente crudeli proprio in odio alla loro fede in Gesù Cristo e non per altri motivi.
      Molti dei 188 beatificati erano bambini ancora carenti dell'uso della ragione. Come è stato possibile riconoscerli come martiri?
      Saraiva Martins: Non è la prima volta che questo avviene. Ormai è criterio della Congregazione accettare come martiri bambini uccisi in un contesto di persecuzione religiosa e formanti parte di una comunità cristiana che includa persone adulte, chiaramente consapevoli del motivo della loro morte. Tra i nuovi beati, poi, oltre ai bambini abbiamo intere famiglie cristiane. E ciò sottolinea il fatto che la fede cristiana era vissuta in profondità in quei focolari domestici. Un bell'esempio per tante famiglie del nostro tempo.
      Come è stata accolta dalla società giapponese la cerimonia?
      Saraiva Martins: Innanzitutto mi piace ricordare il perdurare del ricordo di questi martiri tra i cristiani giapponesi di oggi, concretizzato in numerosi monumenti funerari, pellegrinaggi e cerimonie commemorative. La cerimonia a Nagasaki è stata ben partecipata e ha avuto sui mass media un'ampia risonanza, soprattutto in relazione al peso effettivo dei cattolici in Giappone che - come noto - sono una esigua minoranza. Alla celebrazione poi era presente anche l'ambasciatore del Giappone presso la Santa Sede, in rappresentanza del premier Taro Aso che - primo caso nella storia giapponese - è un cattolico.
© 30Giorni