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di LUIS ANTONIO G. TAGLE
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Prima di parlare nell’omelia, è necessario ascoltare molto. Mi rivolgo ora a coloro che insegnano omiletica. A volte trasformiamo questa disciplina in un mondo di tecniche e di sofisticherie. Alcuni arrivano a chiedere ai loro seminaristi di farsi un video mentre predicano, perché l’intera classe li possa valutare: «Muovi la testa troppo spesso. Non leccarti le labbra. Guarda a sinistra, poi a destra e comincia!». Tutto questo può essere importante, ma si ricordi che il predicatore deve proclamare la parola di Dio; meglio ancora, deve commentare la vita delle persone alla luce della parola di Dio. Questa è la definizione dell’omelia. Noi non facciamo un commento esegetico della Parola, ma un commento della vita del popolo alla luce della parola di Dio.
Per realizzare ciò, chi predica deve dedicarsi a un grandissimo ascolto. Tecniche a parte, i formatori dei seminaristi e dei sacerdoti in omiletica devono porre attenzione a questo aspetto. Bisogna che abbiano sensibilità per notare se i seminaristi hanno ascoltato la parola di Dio, se l’hanno fatta propria, e se si sono immersi nella vita delle persone. Quando ero rettore, vidi una volta un seminarista che nel cuore della notte si preparava per la lezione di omiletica. Gli chiesi: «Che cosa dirai per la festa dell’Annunciazione?». Mi rispose: «Se ha tempo, padre, glielo mostrerò. Dopo l’annuncio del Vangelo scomparirò, poi riapparirò con le ali e dirò alla gente che sono l’angelo Gabriele». Gli dissi: «Vedi, tu sarai assegnato alla cattedrale, dove a ogni ora c’è una nuova messa, e non avrai il tempo di cambiarti d’abito. L’omelia non è una questione di costumi. Inoltre non assomigli a un angelo, né... tantomeno alla santa Vergine». La preparazione remota dell’omelia è un ascolto intenso. Secondo Francesco, la maniera giusta di predicare è quella di una madre che parla ai suoi figli. Una madre che tocca il cuore, come è capace di fare un genitore. La ragion d’essere dell’omelia è accendere il fuoco nel cuore delle persone, come è accaduto alla Samaritana al pozzo: «Sì, è vero, stava parlando a me!». La parola di Dio che parla alla situazione di qualcuno. Ciò richiede tanto ascolto e anche studio. Perciò chiedevo ai sacerdoti: «Quando è stata l’ultima volta che siete riusciti a finire un libro?». Spesso, dagli esempi fatti in un’omelia si capisce di che cosa è imbevuto il predicatore: se accenna solamente a film e telenovele, darà l’i m p re s sione di passare il tempo davanti alla tivù. Perché non incontrare le persone? Perché non visitare le case, andare nei quartieri disagiati e prendere a prestito le storie dagli abitanti delle baraccopoli? Invece di prendere storie concepite da sceneggiatori. Dunque coloro che non incontrano le persone e si servono delle storie di una telenovela, poi chiamano questo inculturazione? La verità è che non vuoi andare incontro alla gente e ti affidi a storie fittizie pensate per la pubblicità. Quando non fosse proprio possibile andare al popolo, almeno si può leggere, ci si può documentare sulle molteplici correnti di pensiero che influenzano i nostri giovani. Infine vi è la necessità, secondo il Santo Padre, di identificare le tentazioni degli operatori pastorali. Tentazioni delle quali tutti noi, ordinati e laici impegnati nella pastorale, facciamo esperienza (cfr. Evangelii gaudium , 76109). Si tratta di vizi come l’accidia egoista, quella pigrizia spirituale che si manifesta nel dire, per esempio: «Ho già passato nove anni della mia vita a studiare la Bibbia, quindi non vedo la necessità di approfondirne ancora la conoscenza. Non ne ho più bisogno per preparare le mie omelie, perché le ho trascritte negli anni passati». Ci sono preti che conservano gli appunti delle loro omelie. Quando hanno completato i cicli liturgici A , B e C e devono ricominciare con l’anno A , pensano: «Ho già tutto pronto. Non ho più bisogno di pregare e riflettere, su questo ho già predicato». Pigrizia spirituale. Riguardo a questi sacerdoti spesso faccio una battuta sulla necessità di trasferirli ogni tre anni, perché i fedeli li hanno già sentiti predicare sui cicli A , B e C . Piuttosto che far sorbire alla comunità un altro giro degli stessi sermoni, è meglio trasferirli. Provate a immaginare se uno di questi preti rimanesse in una parrocchia per trent’anni: alla fine i fedeli avrebbero sentito le stesse prediche dieci volte, per colpa della pigrizia spirituale del s a c e rd o t e . Un’altra tentazione è il pessimismo. Già Papa Giovanni XXIII , nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II , affermò: «A noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo». Il pessimismo vede pericoli dappertutto, ma non considera le opportunità della presenza di Dio, come se la Pasqua non fosse avvenuta. Certi cristiani pessimisti hanno sempre la faccia da funerale — nessuna gioia, nessuna speranza. A costoro noi proclamiamo: «Gesù è risorto!». La mondanità spirituale è un’altra tentazione, che sfrutta le cose spirituali per ottenere guadagni mondani. Questa strana espressione, “mondanità spirituale”, non è nuova. È sempre stata una tentazione per molti nella Chiesa. Vorrei rivolgermi ai sacerdoti raccontando quello che a volte succede. Una donna dà al parroco una busta con un’offerta generosa e dice: «Padre, per favore, preghi per mia figlia che deve sostenere un esame molto importante, per l’ammissione all'università, e ci chiede di pregare per lei». Tu, sacerdote, prendi la busta. Ma poi, preghi? Dopo qualche mese, si ripresenta la signora: «Padre, grazie per le sue preghiere». Tu cerchi di ricordare: «Ah, sì, suo figlio sta bene ora? È uscito dall’ospedale?». La donna dice: «È per mia figlia all’università che le avevo chiesto di pregare». Allora, per evitare la figuraccia, esclami: «Ah già! Si, ho pregato per lei». Ma andiamo! Per questo avverto sempre i fedeli di non chiederci di pregare per le loro intenzioni, perché poi noi non preghiamo. Altrimenti, se vuoi accettare le offerte, allora prega sul serio. Non usare il tuo ruolo nella Chiesa per accumulare ricchezza.

© Osservatore Romano - 20 dicembre 2017