Riflessione tratta dalle meditazioni del primo venerdì del mese, del gruppo itinerante della Piccola Comunità del Sacro Cuore di Gesù. Diocesi di Fano, Fossombrone, Cagli, Pergola.
di Alberto Ridolfi
L’argomento della meditazione di questa sera è: L’empietà e il cuore disonesto.
Iniziamo con il prendere consapevolezza a cosa ci riferiamo quando parliamo di empietà.
Etimologicamente, l'empietà è la mancanza di rispetto, devozione o pietà verso ciò che è considerato sacro, morale o degno di venerazione e definisce sia l'atteggiamento interiore che l'azione concreta.
Quindi, empio, è un aggettivo che descrive una persona o un atto privo di pietà religiosa, blasfemo o sacrilego.
Chi è l’empio? Sintetizzando il pensiero biblico e teologico possiamo affermare che è colui che non riconosce Dio e non gli rende culto.
- “Lo stolto pensa: “Dio non c’è”. Salmo 14
- “Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata.” Romani 1
Ovverosia, vivere come se Dio non esistesse. Tuttavia non è legato alla conoscenza intellettiva e generica ma, piuttosto, ad una relazione viva e vivificante.
Il punto cardine dell’empietà è la mancanza di relazione con Dio che abbia le coordinate dell’onestà, della profondità, della verificabilità (in opere e aiuto, personale e comunitario). Ci potrebbe essere la spaccatura, la divisione, la dicotomia che sappiamo molto su Dio ma non lo conosciamo, non ci intratteniamo, non ci sottoponiamo ad una purificazione costante del rapporto con Lui.
Prima di affrontare il tema della meditazione di questa sera, vorrei proporvi una breve ma credo funzionale premessa: “La strada più sicura per l'Inferno è quella graduale: il dolce pendio, morbido sotto i piedi, senza curve improvvise, senza pietre miliari, senza cartelli. " (citazione tratta dalle "Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis)
Tutto parte da tentazioni deboli, piccole concessioni che sembrano irrilevanti e che proprio per questo non attivano difese. Le giustifichiamo facilmente: “non è nulla”, “posso permettermelo”. Così abbassiamo la soglia di attenzione.
Il punto non è la gravità del gesto, ma la leggerezza con cui lo accogliamo. Il cuore disonesto nasce lì: nella verità conosciuta ma messa da parte, nei piccoli compromessi ripetuti senza resistenza.
Col tempo, ciò che era eccezione diventa abitudine, e l’errore smette persino di essere percepito come tale. Si entra così in un autoinganno progressivo: non si subisce la menzogna, la si sceglie.
Per questo il vero pericolo non fa rumore: è l’assenza di allarme. E la risposta non sta nei grandi slanci, ma nella fedeltà concreta alle piccole cose e nel breve termine; smascherare le giustificazioni, dire la verità, correggersi subito. Perché la direzione della vita si decide lì: nei dettagli che sembrano insignificanti ma, passo dopo passo, portano in alto… o fanno scendere drammaticamente in basso senza accorgersene.
L’empietà può assumere due forme principali.
La prima è quella di chi non crede: non riconosce Dio, non gli rende culto, e la sua posizione è chiara, diretta, senza particolari sfumature; è chiaro, quasi “onesto” nella sua distanza.
La seconda, invece, è più insidiosa, più sottile e difficile da cogliere e riguarda chi crede. Qui l’empietà non si presenta apertamente: può nascondersi dietro una facciata, fatta di gesti e parole religiose, quindi come una maschera oppure manifestarsi come accidia, come una sorta di stanchezza interiore, una fede spenta, vissuta senza slancio né coinvolgimento come se Dio contasse poco o nulla.
In breve: non solo chi rifiuta Dio può vivere nell’empietà, ma anche chi lo professa… senza lasciarsi davvero coinvolgere.
Come maschera
Nel primo caso, l’empietà si traveste. Assume l’aspetto di una religiosità pulita, ordinata, persino rigorosa… ma resta solo una facciata. Perché poi la vita smentisce ciò che si mostra. E allora, sotto quella superficie, rimane vuoto.
A poco serve curare i gesti sacri, anche i più solenni, se poi manca la carità concreta, quella “mariana” che si accorge che “non hanno più vino”; di ogni tipo di “vino”: della gioia, dell’attenzione. Cioè dei bisogni reali delle persone. A poco serve una preghiera raffinata, se la lingua resta libera di ferire, giudicare, demolire e non è frenata nella mormorazione, nella detrazione, nella condanna. A poco serve proclamarsi fedeli alla Chiesa, se ci si perde in battaglie sterili e non si colgono le urgenze dei “segni dei tempi”; le necessità impellenti e prioritarie di mia moglie, delle mie figlie.
E allo stesso modo, a poco serve mostrarsi fraterni, se poi non si è in grado di scorgere i segni di una chiamata e non ci si assume davvero il consequenziale carico di un’appartenenza, di una responsabilità reciproca.
Qui l’empietà è sottile: non rifiuta Dio, ma lo svuota, riducendolo a immagine esterna, senza verità dentro.
Come accidia
Nel secondo caso, l’empietà dei credenti prende la forma dell’accidia, ed è ancora più profonda.
L'accidia è un vizio capitale caratterizzato da profonda indolenza, apatia e indifferenza verso il bene, la vita e le responsabilità.
L'accidia non è semplicemente pigrizia fisica, ma un male spirituale profondo, spesso definito come una "tiepidezza" o un disinteresse verso le cose di Dio e la vita spirituale.
L'accidia è un nemico insidioso che cerca di spegnere la gioia della fede, vincibile solo attraverso la speranza attiva e la preghiera
Si può essere immersi in mille attività, anche buone, eppure aver perso la speranza, sia come dimensione Teologale che come dimensione orante e di totale resa, fiducia e abbandono nelle Mani del Padre.
Si fa tanto… ma senza più anima.
E senza una vera appartenenza, senza una comunione reale, si rischia anche di costruire legami falsi: gruppi chiusi, dinamiche di controllo, relazioni che sembrano calde ma sono vuote. Anche questo, in fondo, è accidia travestita.
È una pigrizia sopraffina del “fare talmente tanto di dimenticare il perché tu hai il dono di fare tanto!”. Dobbiamo ricordarci che: “Siamo perché amati e non perché siamo una somma di tante cose.”
Nel secondo caso di empietà, similmente alla prima forma di empietà, entra in gioco quella furbizia sottile di chi conosce il bene… ma non lo vive fino in fondo. Come dice il Vangelo: chi sa e non agisce di conseguenza: “Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà” (Lc. 12,47).
Ma la volontà di Dio non è un ordine freddo: è un legame d’amore. E chi ama davvero, obbedisce con slancio, perché è coinvolto, non costretto; obbedisce senza pensarci troppo perché “è fuori da sé, pur essendo pienamente sé stesso”. Questo è il dono della Pietà, è la pietà autentica, frutto del dono dello Spirito Santo.
In sintesi, il dono della Pietà è capire che “Dio è amore”: “Se tutte le Bibbie del mondo andassero distrutte e ne rimanesse soltanto una copia danneggiata con una sola pagina intera così stropicciata che si potesse ancora leggere solo una riga corrispondente alla 1^ lettera di Giovanni dove è scritto "Dio è amore!", tutta la Bibbia sarebbe salva, perché tutto è contenuto lì.” Omelia di P. Raniero Cantalamessa Basilica di San Pietro venerdì Santo 14 aprile 2006.
L'amore di Dio è luce, è felicità, è pienezza di vita.
Chi dimentica questa natura di Amore, e la Pietà, disprezza la natura stessa del rapporto con Dio e la natura autentica della propria natura. In parole povere: se perdi l’Amore e la Pietà, perdi il senso del rapporto con Dio… e perdi anche te stesso.
E allora l’accidia fa il suo lavoro: spegne la vita, svuota la grazia, e trascina verso una specie di buco nero interiore, che finisce per nutrirsi perfino della propria disperazione.
Quella, in fondo, è già una forma di condanna. È quello che la teologia orientale chiama il vizio della tristezza, meglio ancora il demone della tristezza che viene spalmato fra l’accidia e l’ira; esso è molto forte.
Gesù rimprovera ai farisei la loro empietà, perché vivono come se Dio non ci fosse, si sono creati il loro castello di regole e forme; Lui li rimproverava tanto perché gli voleva bene ed erano bisognosi della misericordia di Dio che avevano dimenticato.
Terminiamo questa meditazione leggendo il salmo 49 che precede il salmo 50 del Miserere.
Dal salmo 49 (50) versetti 16-23
All’empio dice Dio:
"Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alle spalle?
Se vedi un ladro, corri con lui; e degli adùlteri ti fai compagno.
Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni.
Ti siedi, parli contro il tuo, getti fango contro il figlio di tua madre.
Hai fatto questo e dovrei tacere?
Forse credevi ch’io fossi come te! Ti rimprovero: ti pongo innanzi i tuoi peccati" (gesto di una misericordia infinita, perché fare questo non vuol dire che tu non vali niente. Ma è chiederti: “ti sei dimenticato di quanto vali?”).
Capite questo voi che dimenticate Dio, perché non mi adiri e nessuno vi salvi. Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora, a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio.”
Alcune traduzioni, compresa quella in lingua corrente o interconfessionale, hanno tradotto “al malvagio dice Dio” non rispettando il termine Rasha (רָשָׁע) che significa “colui che non riconosce Dio come Dio.” Qui Dio non sta parlando al pagano ma ad Israele.
Per la teoria dei vasi comunicanti di Archimede, la santità di ognuno di noi è importante. Perché la mia santità innalza la santità di tutti; della mia famiglia, di questo gruppo di preghiera dove siamo chiamati a vivere. Ciascuno di noi è legato e responsabile in merito a questo.
Quindi Il sacrifico di lode non è fare delle cose per Dio ma riconoscere Dio, dare a Dio quello che è di Dio. L’immagine più eloquente ed esaustiva è quella di Maria sotto la croce, è la consapevolezza piena che Dio è Dio e non ve ne sono altri! Ed è il contrario dell’empietà, cioè il dono della Pietà! Questo significa educare il nostro cuore al cuore!
Facciamo subito esperienza del “sacrificio di lode” seguendo le indicazioni di San Paolo in Romani 10 e stasera rivolte a noi:
“Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.
Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza”.
Ora chiediamo al Signore il dono di: credere nel nostro cuore e confessare con la nostra bocca che Gesù è il Signore, che Dio è Dio, dando a Dio ciò che è di Dio. Questa è la preghiera più pura e gratuita che esista, differente dal ringraziamento (per ciò che ho ricevuto) e dall’intercessione (richiesta).
Apriamoci quindi in maniera libera e spontanea, alla preghiera di lode, dicendo a Dio quello che Lui è, e quello che Lui è per noi.
Resi.