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"La torre di Babele è esistita storicamente, se ne possono ancora riconoscere i resti; dell'enorme Ziqqurat alta novanta metri di cui parla il Libro dei Giubilei ora resta solo uno stagno quadrato, il perimetro della base rimasto in profondità sottoterra e portato alla luce dagli scavi iniziati nel secolo scorso", spiega Claudio Saporetti, che insegna assirologia all'università di Pisa, uno dei curatori della mostra "Etemenanki:  alla ricerca della torre di Babele", visitabile in questi giorni al Meeting di Rimini.
Strano destino per quello che è da sempre considerato il simbolo della sfida dell'uomo che tenta di realizzarsi contando solo sulle sue forze, della sperimentazione del limite, dell'incompiutezza della creatura che si affida solo a se stessa, ottenendo il risultato di moltiplicare la divisione e l'incomunicabilità. Approfondire questo tema permette di rendersi conto che la realtà storica è molto più complessa e articolata di quanto si pensi:  "L'immagine della torre che voleva raggiungere il cielo e sfidare Dio è presente soprattutto nelle Bibbie apocrife" spiega Saporetti. La mostra vuole ripercorrere la vicenda del racconto biblico, ma anche la fortuna di un simbolo, dall'evidenza archeologica al significato profondo della più famosa allegoria della storia del caos e del male. Testi e foto sono accompagnati da reperti originali, riproduzioni di tavolette cuneiformi e sigilli cilindrici. Tutto, comunque, ruota attorno ai "reperti testuali" più antichi, Genesi capitolo 11, ma anche i passi apocrifi su cui si basa il mito del "folle volo" della torre:  "Ora tutta la terra aveva una sola lingua e parole uguali. Quando vagarono nella parte d'Oriente, gli uomini capitarono in una pianura del paese di Sennaar e vi si stabilirono. E si dissero l'un l'altro "Orsù! Facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco". Il mattone servì loro invece della pietra e il bitume invece della malta". Ma dov'era la pianura di Sennaar e quella descrizione minuziosa che parla di bitume al posto della calce e di mattoni cotti corrispondeva al vero? La torre di Babele era veramente esistita, e la diaspora delle lingue realmente accaduta? È ciò che si chiedevano anche gli uomini del medioevo; per documentare questo inesausto lavoro di ricerca viene illustrato il viaggio di Beniamino di Tudela, ebreo spagnolo che, con l'intento di visitare le comunità ebraiche, girò mezzo mondo e quando passò dalla Mesopotamia credette di riconoscere la torre nella Ziqqurat di Barsippa. Mentre i contemporanei preferirono identificarla con il grandioso minareto a spirale di Samarra.
Oggi molte domande hanno trovato risposta grazie al lavoro degli archeologi:  Sennaar è la valle del Tigri e dell'Eufrate, il monte dell'arca non è l'attuale Ararat, bensì il monte Pira Magrun molto più vicino a Babilonia, ai confini con l'Iran e quindi più logicamente collocato nell'ambito di quei monti da cui discesero gli uomini che costruirono la torre. È possibile ricostruire virtualmente con modelli e simulazioni digitali molto di quello che è stata Babilonia, la grande città che domina con la sua presenza almeno due millenni di storia. I documenti degli scavi e i risultati delle ricerche fanno comprendere la realtà di questa metropoli che, più volte distrutta, fu capace di risorgere e porsi come punto di riferimento per tutto il vasto oriente.
Un'intera sezione della mostra è dedicata alle Ziqqurat, le torri mesopotamiche, strutture pensate per permettere alla divinità di prendere contatto con gli uomini; dall'alto del cielo il dio poteva "poggiare i piedi" sull'edificio con cui culminava la torre, per poi scendere nel tempio a livello del terreno. Nella sezione dedicata agli scavi di Babilonia è possibile vedere i resti dell'Etemenanki, "le fondamenta del cielo e della terra", la gigantesca torre descritta anche da Erodoto per la sua straordinaria mole, alta novanta metri, edificata su una base quadrata di novanta metri per lato, che dominava la pianura di Sennaar. Rifatta almeno quattro volte, era inizialmente costruita in mattoni crudi, poi venne ricostruita con milioni di mattoni cotti legati con bitume. "Il re assiro Sennacherib, a cui avevano ucciso il figlio, la distrusse per vendetta; i babilonesi vollero ricostruirla com'era e dov'era, ma il nuovo edificio non era identico al precedente. Ci sono arrivate le tavolette che documentano le proporzioni della torre:  il sistema di risalita era assiro, con scale a spirale lungo l'esterno, perché era stato un re assiro a riprendere i lavori, poi continuati dal sovrano babilonese Nabuccodonosor. Erodoto la vide, molto danneggiata e quasi completamente distrutta; la distrusse definitivamente Serse dopo la disfatta di Salamina. Alessandro Magno era innamorato di Babilonia e avrebbe voluto ricostruire la torre, ma la mole delle macerie era tale che sarebbero serviti anni anche solo per liberare lo spazio del cantiere. Nei secoli, poi, i più pregiati e resistenti mattoni cotti in fornace, che venivano usati come rivestimento esterno per resistere alle intemperie, sono stati riciclati dalla popolazione locale; la vicina città di Al Hilla, ad esempio, è stata costruita pressoché interamente con i mattoni di Babilonia" spiega Saporetti. Al tempo di Nabuccodonosor parteciparono ai lavori anche gli ebrei deportati. "Il tema della confusione delle lingue ha una base storica reale; nel sesto secolo prima dell'era cristiana i babilonesi avevano deportato popolazioni di nazionalità diverse, ognuna con un linguaggio diverso. I deportati ebrei dovevano costruire la torre per un altro dio, in terra straniera, lavorando per chi aveva distrutto il loro tempio". Per questo Babele è diventata il simbolo della menzogna, del caos e dell'incomunicabilità tra gli uomini.
di Silvia Guidi

(©L'Osservatore Romano - 28 agosto 2008)