di Luca M. Possati "È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo" (Aristotele, Metafisica, IV 3, 1005b 19-20). L'impossibilità di predicare predicati contraddittori di uno stesso oggetto rappresenta il cuore della formulazione aristotelica del principio di non contraddizione. Su questa, nei secoli, filosofi e logici sono più volte tornati a riflettere: da Boezio a san Tommaso, da Descartes a Leibniz, da Kant a Hegel, fino agli ultimi sviluppi della filosofia analitica.
Nonostante le molteplici riletture, e le inevitabili reinterpretazioni, la fonte aristotelica è rimasta il punto fermo, il crocevia inevitabile per chiunque si cimenti nell'ardua impresa di capire e spiegare la semplicità del principio primo. A confermare questa considerazione è il saggio di Gianluigi Pasquale intitolato Il principio di non contraddizione in Aristotele (Torino, Bollati Boringhieri, 2008), traduzione italiana della seconda edizione del saggio, pubblicata in inglese dalla prestigiosa Academia Verlag. Professore di Teologia Dogmatica presso le pontificie Università Lateranense e Antonianum di Roma e nello Studio Teologico affiliato al Laurentianum di Venezia - di cui è anche preside - Pasquale apre nuove prospettive di lettura fondandosi su una rigorosa analisi di alcuni testi aristotelici tratti dai capitoli terzo e quarto del libro Delta della Metafisica alla luce anche delle proposte interpretative contemporanee (da Severino a Berti, da Ayer a Tarski, da Reale a Ross). Guida la ricerca la discussione circa la possibilità di conoscere il principio di non contraddizione attraverso la conoscenza intuitiva.
Nella Metafisica - ricorda Pasquale - Aristotele parla, non senza ambiguità, di "predicati contraddittori", ossia di termini opposti, termini che non sono semplicemente "contrari", perché non appartengono allo stesso genere. Tra di essi vi è una differenza essenziale. Ma per capire meglio il senso della distinzione il ricorso alle Categorie è inevitabile.
Tutti i tipi di opposizione descritti nel capitolo decimo di quest'opera (relazione, contrarietà, privazione) non sono a rigore delle contraddizioni, perché alla base resta sempre un sostrato comune. Tra bianco e nero vi è il grigio, ma tra bianco e non-bianco non esiste alcun termine intermedio. La prima è una differenza specifica, la seconda una negazione assoluta. Ed è questo il punto: "Il concetto di contraddizione - spiega Pasquale - indica due cose separate che non hanno sostrato comune" (p. 22), ma che semplicemente si annullano. Esprime una negazione assoluta.
Ora, se questa è la formulazione tecnica del principio, qual è il suo oggetto? Quale la realtà che esso "protegge" dalla contraddizione? È un "soggetto esistente", risponde Pasquale, cioè l'unità di sostanza e accidenti. Il principio di non contraddizione garantisce la semplicità e l'identità della sostanza, luogo di tutte le predicazioni, in due sensi: da altre sostanze contraddittorie e dall'eventuale identificazione del suo predicato essenziale con i suoi predicati accidentali.
È dunque un principio universale, nel senso che protegge ogni realtà sostanziale o accidentale, preservandone l'unità. Spetta al filosofo occuparsene perché lo scopo principale della metafisica è quello di mettere in questione l'unità dell'essere, la sua non-contraddizione, garanzia della stabilità del dire e del conoscere. Pertanto, il principio è insieme legge della realtà e legge del pensiero: "la realtà stessa stabilisce per noi la sua regola" (p. 37). Conoscere l'essere in quanto tale significa conoscere questo principio: "esso identifica l'essere con se stesso negando il proprio non essere" (p. 51).
Pasquale sottolinea giustamente che il principio di non contraddizione non obietta l'esistenza di realtà contraddittorie, ma solo la loro predicazione in relazione allo stesso oggetto "sotto il medesimo riguardo" e "nel medesimo tempo". Non definisce nulla, non stabilisce che cos'è la realtà. Aiuta semplicemente a riconoscere e a comprendere le cose così come sono, anche nella loro contraddittorietà, a mostrarci "in atto" l'analogia dell'essere.
Si tratta di un punto molto delicato nell'interpretazione dei testi aristotelici: il principio non regola la coesistenza di realtà contraddittorie mantenendole nel rispettivo ordine; "è il principio più alto che testimonia l'esistenza di realtà diverse che non possono essere ridotte l'una all'altra" (p. 31).
Ora, come vuole Aristotele, ammesso che non possediamo una conoscenza innata del principio di non-contraddizione e che non possiamo acquisirlo dall'esterno, la mente umana ha la capacità di scoprire la verità del principio a partire dalla conoscenza intuitiva durante la percezione.
"La teoria di Aristotele riconosce la capacità della mente di intuire la cosa come essa è" (p. 52), dice Pasquale, "questa è la più alta conoscenza alla quale può arrivare la mente per intuizione o conoscenza intuitiva continua dell'oggetto. Ed è da qui che deriva la conoscenza del principio di non contraddizione" (p. 52). Il ragionamento discorsivo si fonda sulla conoscenza intuitiva dei principi, cioè sul "contatto diretto della mente con la realtà semplice e indivisa" (p. 54), laddove non vi è distinzione tra vero e falso, ma solo tra intuizione e non intuizione. Di qui il carattere non ipotetico e l'indimostrabilità (ma la dimostrabilità dialettica) del principio.
(©L'Osservatore Romano - 27 marzo 2008)