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alleanza.jpgIL PRIMO COMANDAMENTO
IL PROLOGO Es. 20, 1-2 (Hamel)
 
"IO SONO IL TUO DIO, CHE TI HA FATTO USCIRE DAL PAESE D'EGITTO, DALLA CONDIZIONE DI SCHIAVITU'".
 
- Questa rivelazione di Dio, che precede la promulgazione del Decalogo, serve da prologo storico. E' una frase che presenta chi parla riassumendone le meraviglie operate. Si tratta di una persona che dà fondamento a tutto il decalogo.
 
 
- "IO SONO YAHVE', TUO DIO": questa è una fromula che il sacerdote pronunciava nel culto, durante le cerimonie liturgiche (Lev. 18-26).
 
- "TUO DIO":
 
1) Si tratta di un Dio che non è una pura astrazione, o una forza anonima e muta ( come gli dei ), ma si tratta di un Dio personale e vivo.
 
2) Con la rivelazione del suo Nome, Dio si fa presente in mezzo al suo popolo, lo interpella in seconda persona: Dio si dirige a Israele come a un persona responsabile che egli vuole associare ai suoi disegni di salvezza (definizione di persona come essere).
 
3) Dio non è uno sconosciuto, nè un estraneo, ma colui che Israele ha già sperimentato: "Quale grande nazione, in realtà, c'è che abbia un Dio tanto vicino come Yahvè Dio nostro è vicino a quelli che lo invocano?" (Deut 4,7).
 
- "CHE TI HA FATTO USCIRE DALLA TERRA D'EGITTO"
 
* La presentazione di Dio si ha ancora nella storia della Salvezza. Dio si manifesta intervenendo in favore.
 
* Quindi la rivelazione di Di non inizia con un ordine, ma con un annuncio dell'atto liberatorio.
 
* Tale atto fondamenta: l'autorità di Yahvè e l'obbedienza d'Israele.
 
* La liberazione dall'Egitto, prosegue con la creazione di Israele come popolo: cioè come "soggetto morale" da cui Yahvè si attende l'adesione completa.
 
* Il fatto storico della liberazione diventa un segno del fatto che Israele non potrà trovare òonertà se non vicino a Yahvè.
 
I Comandamenti della prima tavola (Deut. 4,12; 9,10) sono i più importanti e i più originali.
 
1) I PIU' IMPORTANTI: concernono direttamente le relazioni d'Israele con Dio: ne stabiliscono l'autorità e determinano l'esclusività delle relazioni che Israele deve avere con Dio. Il criterio della condotta d'Israele non sarà l'uomo, l'io, le consuetudini dei popoli limitrofi, ma la volontà di Yahvè. Israele si colloca direttamente sotto la Parla di Yahvè. Tale tavola esprime il diritto che Yahvè ha su Israele e ci presentano un'immagine incomparabile della maestà di Dio.
 
2) I PIU' ORIGINALI: i codici morale e sociali delle culture contigue a Israele hanno qualche precetto della seconda tavola. Nessuno ha i precetti della prima tavola. E' un fatto unico, questo, in oriente. Yahvè è l'unico che fonda una religione sulla presenza soprannaturale di Dio nella vita privata e sociale d'Israele è totale: si opera attraverso la coscienza morale.
Grazie al prologo storico che introduce il Decalogo, gli stessi precetti della seconda tavola non servono esclusivamente alla vita sociale d'Israele, ma sono nello stesso tempo e soprattutto, segni e condizioni di una vita condotta in unione con Dio. In Israele le relazioni con il prossimo sono anche esigenza della volontà di Dio dell'Alleanza ed espressione dell'unica relazione con Lui.
Di conseguenza nel Decalogo, non è possibile separare la morale, o il fatto sociale da quello religioso.
"Tutta la vita, tanto personale che comunitaria, si trova collocata sotto il segno della Rivelazione di Dio Salvatore... Dio contempla il cammino d'Israele come (un tutt'uno) una totalità di cui ogni parte deve ricevere l'influsso della fede. Il sociale, senza perdere di vista ikl suo valore proprio, si trova elevato alla dignità di saro e riveste un carattere religioso. La proibizione dell'omicidio non è semplicemente la protezione dei diritti dell'individuo, ma, soprattutto è espressione della volontà di Dio Salvatore. Non c'è nessuna sfera della vita morale d'Israele che sia sottratta all'ordien di Dio". (Hamel 42).
IL PRIMO COMANDAMENTO ES. 20,2
 
" NON AVRAI ALTRO DIO FUORI DI ME"
 
- Sembra che tale formulazione abbia un'origine profana e non religiosa. I trattati fondamentali di alleanza indicavano che il Re esigeva dai Vassalli una fedeltà assoluta da escludere ogni alleanza con altri Re. (Altri dei=altri re);
In un trattato è scritto: "Da questo momento tu non riconoscerai altra autorità fuori di quella del sole".
 
- Viene esigito: il riconoscimento assoluto di Yahvè e il suo culto
- Si tratta della " dichiarazione fondamentale" in cui si manifesta in pienezza l'opzione fondamentale che Israele è costretto a fare nei confronti del Dio dell'Alleanza.
- Di fronte al politeismo che circonda Israele, Yahvè vuole essere il Dio unico d'Israele.
- Questa intransigenza di Yahvè costituisce l'elemento più originale del culto d'Israele. Non trova riscontro nella storia delle religioni. Nessun'altra religione ha esigito in modo così estrinseco, il culto ad un unico Dio. Tutte le religioni erano molto tolleranti su questo punto. E' che gli uomini attribuivano agli dei le virtù umane della tolleranza e della magnanimità: gli dei non erano eccessivamente gelosi dei loro rivali.
- Al contrario Yahvè è un Dio geloso e non tollera nessun rivale di fronte a sè. Leggere ES. 20,5 "Io Yahvè sono il tuo Dio, un Dio geloso".
- Deut. 4,24 "Yahvè il tuo Dio è un fuoco divoratore". "Non seguite altri Dei... perchè Yahvè è un Dio geloso", "La sua collera si incendierebbe e spariresti dalla faccia della terra" (Deut 4,24 6,15).
- Deut 4,11-12: La gelosia ricorda la teofania del Sinai.
- Questa gelosia che ha un carattere antropomorfico, si relaziona con l'amore divino che ha dato origine all'Alleanza: "Si è rivolto unicamente verso i tuoi Padri, per amore verso di loro" (Deut 10,15).
 
PRIMO COMANDAMENTO E MONOTEISMO
1) Il primo comandamento, "non avrai altri dei fuori di me", non si riferiva, (così formulato) al monoteismo come tale, ma alla monolatria. Cioè non si riferiva all'unicità di Dio, ma alla unicità del Dio d'Israele. Le altre nazioni hanno i loro dei, ma Israele ha il suo Dio.
2) Israele non s'inclinava verso il monoteismo più degli altri popoli. Dio combatte la tentazione del politeismo virtuale, non con una dimostrazione concettuale del monoteismo, ma con un fatto: la liberazione. (Deut. 5, 6-15)
3) Quando Israele ha sperimentato l'autorità di Yahvè come signoria, grazia e amore, l'esistenza degli altri dei, non costituirà più un pericolo per lui. Israele saprà che si tratta di dei che i padri non avevano conosciuto nè ricevuto in eredità (Deut 29,25) (Deut. 32,17)
Yahvè al contrario non è un Dio sconosciuto.
4) Solo dopo una lunga educazione, Israele passerà da una monolatria ad un monoteismo e ammetterà che il suo Dio à l'Unico Dio che gli altri dei sono niente, idoli di metallo e di legno, dei morti (Sal 115,1-6).
Cfr. Is 45,5 "Io sono Yahvè, senza eguali, fuori di me non c'è alcun Dio".
"Io sono il primo e l'ultimo..." (Is 44,6-9).
 
DIVERSE FORMULAZIONI DEL PRIMO COMANDAMENTO
- Dagli 11 primi capitoli del Deut. si vede già l'ambito della teologia del primo comandamento.
- In Deut. 4,6,8, abbiamo tre predicazioni sul I° comandamento.
- Israele ha subito capito e sentito che sono molteplici le formulazioni con cui si potrebbero esprimere diversi aspetti del I° comandamento, e sottolineare la profondità di atteggiamento esigita da Dio.
- Israele in questo modo non esita a formulare il I° comandamento in maniera differente ogni volta che una nuova espressione corrispondeva meglio con la situazione storica in cui si veniva a trovare. Ecco le principali formulazioni:
 
1) NON SEGUIRE ALTRI DEI (Hamel 45)
L'espressione viene dal gergo militare e politico. Se qualcuno si decide per un capo, deve seguirlo assolutamente.
Leggere Deut. 6,14; 8,19;
Il camminare dietro Yahvè, esclude il camminare dietro altri dei.
 
2) AMARE YAHVE' (FEDELTA' E LEALTA')
Il termine amare è preso ugualmente dal mondo politico e serve per esprimere in maniera positiva il I° comandamento.
"Amare", nei trattati militari internazionali, implica spesso l'esigenza di lealtà e di fedeltà verso il gran Re.
Il vassallo doveva amare il gran Re, essere fedele ai termini dell'Alleanza. Leggere attentamente Deut. 6,5; si tratta di una formulazione antichissima (più antica di quella dei profeti). Deut 5,10; 10,12,13;
Se Yahvè esige un amore esclusivo, è perchè Yahvè ha mato per primo. L'amore previo di Yahvè dà fondamento e giustifica l' "amerai" imposto a Israele.
 
3) TEMERE YAHVE' (TIMORE REVERENZIALE / RICONOSCERE LA MAESTA' DI DIO)
Questa formulazione esprime quale deve essere l'atteggiamento d'Israele davanti alla presenza dell'infinita maestà di Yahvè: il timore reverenziale. "Temerai il Signore tuo Dio; lo servirai e giurerai per il suo nome..." Leggere Deut. 6,13-15.
In Deut 5.4-5; 23-29; 6,2; Mosè cerca di spiegare in che cosa consiste il timore di Dio, cercando di richiamare il sacro timore che s'impadronì dei Padri d'Israele dopo la tofania del Sinai. Israele fece l'esperienza della maestà di Dio, del "misterium tremendum". Solo questo timore reverenziale poteva impedire che l'alleanza degenerasse in semplice contratto tra parti uguali. Questo timore si muta in obbedienza, Deut. 10,12 riassume: "E ora Israle, che ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l'ami e serva il Signore Dio tuo con tutto il cuore e con tutta l'anima?"
 
4) RICORDARSI DI YAHVE'
Una volta entrato nella terra promessa (Deut. 8,8-9), Israele si troverà subito davanti ad una nuova tentazione. E' il tempo della prosperità e dell'abbondanza. Il pericolo della laicizzazione. Deut. cerca di mantenere sempre vivo, nella coscienza d'Israele, il ricordo di Yahvè. Leggere Deut. 8,8-20.
(PECCATO GRAVE DI SUPERBIA)
5) La tentazione dell'autogiustificazione. Deut. 9,4-6
Una nuova tentazione: quella di trovare nella stessa osservanza dei comandamenti, la coscienza della propria giustificazione davanti a Dio. In questo caso l'osservanza degli altri comandamenti implicava la violazione del I°. Queste diverse formulazioni del I° comandamento, lungi dall'annullarsi l'un l'altra, si completano mutuamente e servono per segnalare le principali tappe della teologia del I° comandamento contenuta nel Deuteronomio.
 
Concretizzazioni
Si rimaneva comunque ad un piano generale se non ci si fosse adattati ad applicazioni particolari, e necessarie.
Il I° Com. si doveva necessariamente concretizzare in un determinato numero di precetti particolari allo scopo d'insegnare a Israele a trasferire il grande comandamento nella vita di ogni giorno.
Facciamone un elenco:

1) Non lasciarsi sedurre da nessun profeta che predichi apostasia (Deut. 13,2-6;).
2) Non ascoltare nessun membro della propria famiglia che voglia trascinare all'apostasis (Deut. 13,7-12;)
3) Chi crea deviazioni nel culto deve essere espulso e lapidato (Deut. 17, 2-7)
4) Proibizioni di alimenti (Deut. 14,3)
5) Distruzione di templi pagani (Deut. 7,5)
6) Alleanze con nazioni straniere (Deut. 7,3-11)
7) Matrimoni con donne straniere (Deut. 7,3-11)
Il tutto allo scopo di salvaguardare la fede, separando Israele da ogni contatto con le religioni circostanti e di unificare Israele internamente come Popolo di Dio.



IL DECALOGO AL TEMPO DI GESU' (Hamel 89)

1) Le recenti scoperte archeologiche, confermano che, nel tardo giudaismo il Decalogo era uno dei testi biblici più importanti: assieme ad altre due pericopi del Deut (6, 4-9; 11,13-21) costituiva lo "shemà Israel", cioè una specie di breviario dell' "ebreo pio".

2) Questa valorizzazione particolare del Decalogo era già messa a punto al tempo dell'esilio. Strappato dalla terra santa, privato del suo tempio e del suo culto (Dan 3,38)
Israele viveva in terra straniera, preda di tentazioni di scoraggiamento e d'idolatria. Si instaura allora un nuovo culto, non sacrificale (infatti i sacrifici rituali erano proibiti), ma liturgico, organizzato intorno alla sinagoga. Si formava così una comunità spirituale che si riuniva ogni sabato: giorno di riunione, per leggere e commentare il Decalogo in cui si era soliti riunire gli obblighi richiesti da Yahvè al suo popolo. Lontano da Gerusalemme e del suo tempio, Israele concentrava il suo sforzo morale nel Decalogo e, in particolare, nell'osservanza del sabato che ormai era l'unico segno visibile dell'Alleanza.

3) "osservare i comandamenti di Dio" era riferito al Decalogo; "scrivere le parole nel cuore", "ripeterle ai figli" significava conoscere a memoria il decalogo. Il comando di "ripetergli quando stai seduto in casa, camminando, quando ti addormenti e quando ti alzi" (Deut 6,7-8) veniva osservato dall'ebreo recitando due volte al giorno il Decalogo: al mattino e alla sera.
Il Decalogo era un testo che, secondo le raccomandazioni del decalogo stesso, l'ebreo portava nella sua mano come un segno e sulla fronte come filatteri (Mt 23,5) e che egli scriveva sugli stipiti e sulla porte di casa (Deut 6, 4-8)

4) D'altra parte il Decalogo mai fu presentato come una legge inaccessibile: ma come frutto dell'amore previo di Yahvè, facilmente comprensibile e praticabile (Deut 30,11-14)
5) Gesù poteva presumere, davanti ai suoi ascoltatori, la perfetta conoscenza e venerazione del Decalogo.
(Mt 19,17; Mc 10,20, Deut 16, 14-16)

6) Poco dopo Gesù, i giudei e i cristiani avevano uguale stima per il Decalogo e lo mettevano al di sopra di tutta la legge. Ma verso la metà del I° secolo si opera una trasformazione. Tra i cristiani il Decalogo seguita a godere stima particolare, mentre cessa di formare parte dei testi privilegiati del giudaismo. Perché?
Una delle ragioni fu di reagire contro quella che i giudei chiamavano appropriazione indebita da parte dei cristiani: "Ci hanno rubato il decalogo", dicevano i rabbini.
Di fatto i cristiani facevano molto caso al D. e nello stesso tempo dichiaravano abolita la legge di Moseè. Grazie alla distinzione tra legge naturale e legge positiva, i cristiani potevano affermare che i giudei avevano motivo di gloriarsi per aver avuto il decalogo come se fosse loro esclusiva proprietà, dato che il Decalogo di Mosè altro non era che "una prima nozione data da Dio a tutti gli uomini". Per questo motivo gli ebrei ridussero il D. a livello delle altre leggi. Soprattutto dopo la caduta di Gerusalemme. i capi del giudaismo davano a tutta la legge il massimo onore. Il Decalogo non era più la Parola di Dio, ma una delle Parole di Dio.


IL DECALOGO DEI SINOTTICI

I) TRATTI GENERALI; GESU' E IL GIOVANE RICCO

1) Nei Sinottici il Decalogo è chiamato "Parola di Dio" (Mc 7-13); i suoi precetti sono "Comandamenti di Dio", perché sono stati pronunciati da Dio. (Mt 15,4)
2) Il giovane ricco: Mc 10,17-22; Mt 19,16-19; Lc 18,18-23

a- "Nessuno è buono...": Gesù a chi Gli domanda che cosa deve fare propone l'imitazione del Padre. (1° Comandamento)
b- "Siate perfetti...": è parallelo a "non avrai altri dei fuori di me". (Mt 5,48)
c- "Già conosci i comandamenti, non uccidere, non commettere adulterio..." Questo dialogo è costruito sullo schema delle liturgie di ingresso dell'A.T. Per prendere parte al servizio liturgico il fedele doveva fare un esame di coscienza. La domanda del giovane ricco non è una novità: E' la stessa che, da parte di chi voleva partecipare al servizio al tempio, veniva rivolta al sacerdote. (Michea 6,6-8); Salmo 15: quelli che cercano Dio devono, in primo luogo presentare un certificato di moralità; sottomettersi ad un testo di santità.
d- Prosegue il dialogo: "questo l'ho osservato fin dalla mia fanciullezza. Gesù fissatolo, lo amò  ....Vieni e seguimi" Come Israele era stato prevenuto dall'amore di Dio (lo aveva visto e lo aveva amato) così il giovane ricco è prevenuto dall'amore di Cristo. Ma Cristo, qui, formula in modo nuovo il 1° Com. "vieni e seguimi". In questo consiste la vita eterna: chiedendo al giovane di seguirlo, Gesù gli indica il cammino verso colui che è l'unico buono, il Padre.
e - Nella citazione dei Comandamenti, è usata una formulazione varia; "Non farai il male (aposteteinai) in greco biblico= non trattenere il salario dell'operaio; nel greco profano= restituire quanto è stato dato in deposito. Questa libertà di formulazione vuol dire che per Gesù la lettera del Decalogo non è fissata definitivamente.


II) GESU' e IL PRIMO COMANDAMENTI

In Israele il I° Comandamento aveva avuto formulazioni diverse.

- Non avrai altri dei fuori di me (Deut 28,14)
- Non fabbricare idoli e servirli (Deut 5,8-10)
- seguire Yahvè
- amare Yahvè
- servirlo con tutto il cuore (Deut 11,13)
Gesù raccoglierà queste formulazioni adottandole.

1) L'Idolatria: l'idolatria rinasce sotto altre forme di assoluti per l'uomo:
- le creazioni dello spirito dell'uomo
- le opere delle sue mani
- i beni materiali ( per es. il danaro)
sacrificando, in ciò, la persona umana e il servizio di Dio.

2) "Servirai al Signore tuo Dio solamente"
- Deut 6,13; 8,10; 4,19 Mt 6,24
- amerai il Signore (Deut 6,4-5): Mt 22,38
- Tralasciate la giustizia e l'amore (Lc 11,42)

3) Le tentazioni di Gesù sono le tentazioni d'Israele:
8Deut 6,12-13; 10,20) Mt 4,10-Deut 6,13

4) A Gesù come Dio si deve l'adorazione ( Gesù come uomo osserva il I° C.): Mt 26,64-65: Gesù è accusato di bestemmia, cioè come violatore del I° C.
- Non seguite altri Dei... dovete seguire Yahvè vostro Dio"
(Deut 6,14; 13,5)
("seguire"= camminare dietro - applicato al soldato che segue il generale)
- Mt 16,25
- Mt 10, 35-38

5) E' apostata non solo chi rifiuta Dio, ma anche chi rifiuta di aderire a Gesù Cristo (Mt 10,32-33).


GESU' INTERIORIZZA ED UNIFICA IL DECALOGO
Gesù interiorizza le esigenze morali della seconda tavola:
1) Mt 15, 6-8; 19-20: Gesù pospone l'impurità legale alla impurità morale.
2) Gesù unifica il decalogo, riassumendolo nel duplice comandamento.
3) Tra i Comandamenti ce n'è uno che è il "maggiore ed il primo di tutti" (Mc 12,28). Gesù però aggiunge una precisazione: il secondo è simile al primo. Tutte le  manifestazioni della volontà di Dio, dipendono da una prima manifestazione che è la maggiore. La molteplicità dei voleri di Dio è organizzata in un sistema coerente che culmina e si riassume in "un primo e maggiore comandamento".
L'originalità di Gesù non sta solamente nell'aver riannodato due testi dell'antico testamento, ma c'è di più. La novità sta nell' aver dichiarato il comandamento dell'amore del prossimo "simile" a quello dell'amore di Dio. Senza essere strettamente uguale al primo (il prossimo non è Dio) lo è per similitudine, fino al punto da costituire insieme ad esso una categoria a parte.
4) Legando indissolubilmente e nell'interiore, i due Comandamenti, Gesù ha proclamato un comandamento principale unico, riferito ad un duplice oggetto: l'amore di Dio e l'amore del prossimo.
- Mc 12,31: "non ci sono Comandamenti più grossi di questi"
- Mt 22,40: "ad essi si riferisce tutta la Legge e i Profeti".
5) In questo modo Gesù ha dato un privilegio all'amore verso il prossimo, dandogli la sua vera dimensione: deve essere fondata nell'amore di Dio. Ha dato il I° com. il suo vero senso: senza ridurlo all'amore per gli altri. I due comandamenti sono una stessa "agape".

NUOVA ALLEANZA E COMANDAMENTO
Mt 26, 27-28: "Sangue della nuova Alleanza". Gesù parla di un'Alleanza nuova che oppone alla prima. Dirà: "Mio Sangue" in opposizione al sangue delle vittime.
Es 24, 7-8: "Mosè prese il sangue, e dopo aver letto il Decalogo asperse il popolo dicendo: Questo è il sangue dell'Alleanza che Yahvè ha fatto con noi mediante queste clausole. Questa aspersione confermava il patto solenne con cui Israele si era impegnato ad osservare i comandamenti di Yahvè.
Gesù qui, si presenta come nuovo Mosè, Mediatore tra il Padre e il nuovo Israele. Ebr 9,22; Gv 15,13
La conclusione della Ia Alleanza si conclude con un banchetto di comunione (Es 24,9-11), così in Mt 26, 26-27.
L'antica alleanza comportava i Comandamenti da osservare. La nuova Alleanza precisa: "un comandamento nuovo".


IL DECALOGO IN S. PAOLO
Israele non si era sentito obbligato a conservare intatta la formulazione del Decalogo. Lo aveva riformulato secondo le necessità e le circostanze. Gesù Cristo e gli Evangelisti seguono questa linea libera nella formulazione del Decalogo.
Paolo è Rabbino; conosce bene la Torah; nella sua predicazione e nelle sue lettere fa la mediazione culturale tra l'ebraismo e il Vengelo.
Esplicitamente Paolo cita solo la metà delle formule tradizionali del Decalogo. Ma se vogliamo conoscere il pensiero completo di S. Paolo nei confronti del Decalogo, è necessario prescindere dalle parole letterali dei precetti come noi li conosciamo, per rifarci al loro contenuto. Potremmo, così facendo, parlare di un modo specifico paolino di presentare il Dec., anzi potremmo perfino parlare di un "Decalogo Paolino".
Paolo è molto sobrio nel compilare le liste delle virtù; mentre è molto preciso nella compilazione svariata di liste di peccati nella situazione del gruppo a cui si rivolge. Le lettere che abbiamo non sono tutte le lettere di S. Paolo. Tali liste di peccati occupano nelle lettere un posto importante. E' in queste liste che vengono descritte le violazioni del Decalogo, la loro malizia, le loro cause e le loro conseguenze. In queste liste di peccati predominano:
- l'idolatria (rapporto con Dio)
- i disordini sessuali (rapporti con se stessi)
- le mancanze contro la giustizia (rapporto con gli altri)
E quindi i comandamenti infranti sono quelli che hanno riferimento con i tre vizi.

Inoltre: le liste paoline di peccati, non sono solamente liste di peccati da evitare, ma sono segni "rivelatori" di uno stato interiore: cioè della situazione di chi ancora non si è spogliato dell'uomo vecchio che va corrompendosi. Le violazioni del Decalogo, costituiscono un'indicazione del fatto che uno non si è rinnovato in Cristo, né è morto e risorto con Lui.


S. PAOLO E IL I° COMANDAMENTO
TEMI RIASSUNTIVI Paolo= Rabbino (maestro) discepolo di Gamaliele
A) L'Idolatria pagana
Per Paolo l'idolatria caratterizza in qualche modo il paganesimo del suo tempo. E' il peccato radicale, il principio e la fonte di ogni perversione ed in particolare dell'impurità dei vizi contro la natura (Rom 1,24). Per questo figura in testa di quasi tutte le liste di peccati paoline.
- l'idolatria indubbiamente, esercitava un'attrattiva che oggi non immaginiamo nemmeno. Atti 17, 16: Paolo sente indignazione. Rom 1, 23-25 riporta, parafrasati ed applicati a Roma i brani di Deut4, 15-18 e Sal 106, 19-20.
Per Paolo i pagani, anche senza la rivelazione mosaica, potevano conoscere il Signore. Rom. 2, 14 fa capire che l'adorazione dell' unico Dio in quanto comanda dal I° com. è un dato della legge naturale "iscritta" nel cuore di tutti gli uomini.
Per la Chiesa nascente l'idolatria è, secondo Paolo, una delle tentazioni principali. Strappati dagli idoli, infatti, per volgersi a Dio, i neo convertiti erano continuamente ri-attratti dal culto degli idoli: gli idolatri non erediteranno il Regno di Dio. ( 1 Cor. 6, 9-10; 5, 9-11; 10, 7).
- Paolo afferma la verità ( il vuoto) degli idoli. Gli dei pagani e le loro immagini sono niente ( Rom. 2, 22; 1 Cor. 8, 4-7).
- Una forma molto sensibile di servire gli idoli è la partecipazione ai banchetti sacri. Alcuni non facevano difficoltà nel sedersi a mensa nei banchetti sacri. Paolo lo proibisce formalmente a causa del rischio di comunicazione con i demoni. Partecipare ad azioni di culto pagane è patteggiare con l' idolatria. Non è la stessa cosa, invece, quando si mangia la carne sacrificata agli idoli in vendita sui mercati: Paolo in questo si appella a Es. 32, 6 (cfr. Cor 10, 7).
- D'altra parte questi banchetti pagani implicavano una Comunione con la divinità come avviene anche per la celebrazione cristiana dell' Eucarestia. 1 Cor. 10, 21-22. La gelosia del Signore.
- Perfino gli Ebrei approfittavano dell' idolatria ( Rom. 2, 22) mentre quanto era proibito già da Deut. 7, 25-26: prendendo parte ai furti sacrileghi, gli Ebrei scendevano a patti con l' idolatria.
B) L' immagine di Dio invisibile
In virtù di una legge innata l'uomo sperimenta la necessità di un segno concreto della presenza di Dio. Nell'A.T. Dio è un Dio nascosto ( Is. 45, 15). Da qui la tentazione d' Israele di fabbricarsi contraffazioni del vero Dio, quali sono gli idoli, e servirli.
Con l'incarnazione viene tolto il velo. Gesù rivela agli uomini angustiati e desiderosi di un Dio che cammini davanti a loro ( Es. 32, 1) il volto umano di Dio. Per Paolo, Gesù è l'immagine del Dio invisibile (Col. 1, 15) perfetta e sostanziale, in cui si rivela pienamente il Padre.  
L'umanità di Gesù, scolpita non dalla mano dell'uomo,
ma dallo
Spirito Santo nel seno di Maria, è veramente "ICONA DI DIO"
( 2 Cor. 4, 4) l'unica immagine autentica, autorizzata. 
Incarnandosi, Gesù Cristo, libera definitivamente l'uomo dall'idolatria. Il desiderio di fabbricarsi idoli, di prosternarsi davanti ad essi e di servirli ( Es. 20, 4-5) viene sorpassato. D'ora in avanti, gli uomini non solo possono, ma devono inginocchiarsi davanti a Gesù Cristo, immagine perfetta del Padre per "servirlo" e coinvolgere in questo movimento di adorazione, la stessa creazione, affinché tutto "nel nome di Gesù, pieghi le ginocchia: nei cieli in terra e sottoterra, ed ogni lingua proclami che Gesù è il Signore per la gloria di Dio Padre" ( Fil. 2, 9-11).


C ) L'autogiustificazione
Un'altra violazione del I° Com. per Paolo è l'autogiustificazione.
Dopo l'esilio la legge era diventata lo strumento della pretesa religiosa e dell'autosufficienza dell'israelita che ricercava la propria sicurezza nella legge più che nello stesso Jahvè. Era una sicurezza presuntuosa, legata alla semplice conoscenza della legge, alla sua osservanza. Era una sicurezza farisaica: legata ad un'osservanza orgogliosa della legge.
Paolo condanna con energia questa duplice maniera di annullare una pratica del I° Comandamento. ( cfr. Rom. 2, 17-24; Rom. 3, 20-28; 1Cor. 1, 24-31).
Il rifiuto pratico di Dio si nasconde proprio dietro l'osservanza orgogliosa del decalogo. Ora per la salvezza è necessaria la fede in Gesù Cristo.

D) In Cristo Gesù
Per Paolo il I° Com. non è solamente teo-centrico, ma ha anche una dimensione cristo-centrica. (cfr. 1Cor. 8, 4-7).
La formula paolina in Cristo Gesù, difatti è la formulazione positiva del I° Com. (cfr. Gal. 2, 19-20). Il cristiano d'ora in poi è legato a Cristo.
L'apostasia pertanto, è il rifiutare Cristo. Ebr. 6, 6; 10, 2: apostata è colui che rifiuta il Figlio di Dio e non crede nel suo sacrificio.


IL DECALOGO DI S. GIOVANNI (Hamel 133)
I Sinottici ci riportano più l'insegnamento di Gesù;
S. Giovanni, si riferisce di più alla Persona di Cristo. In Gv. Gesù parla spesso in prima persona:
"Io sono" "Io sono il pane di vita" (Gv. 6, 35); "Io sono la porta dell'ovile" (10, 7-9); "Io sono la luce del mondo" (8, 2); "Io sono il Buon Pastore" (10, 11-14); "Io sono la risurrezione e la vita" (11, 25); "Io sono la via, la verità, la vita" (14, 6).
Sono espressioni da ricordare in numerosi passaggi dell' A.T., soprattutto nell'Esodo, in cui Jahvè rivelava se stesso e manifestava la sua volontà, e manifestano la missione di Gesù.
La relazione tra la persona e la Legge Antica, e soprattutto il Decalogo, si illuminano con una nuova luce. Nel quarto Vangelo, i 10 Com. si compiono, si riassumono e si unificano in questa ultima Parola del Padre: Parola viva, incarnata, che gli uomini devono ascoltare: "La Legge fu data a Mosè, ma la grazia e la verità sono venute da Gesù Cristo." (Gv. 1, 17): "L'inviato da Dio pronuncia le parole di Dio" (Gv. 3, 34). Nella persona di Cristo, la legge cessa di essere un codice anonimo, e prende un volto concreto: quello dell'amore. Le affermazioni di Gesù riguardo a se stesso, attraverso cui proclama la sua eguaglianza con Dio, come Rivelatore e Signore, possono considerarsi come la conclusione giovannea del prologo storico del Decalogo:
"Io sono Jahvè, tuo Dio". Fanno da fondamento a Gesù di mettere gli uomini davanti alla loro opzione decisiva e dare loro i suoi comandamenti.
Poiché Gesù fa la sua volontà di Padre, i Comandamenti di Dio si sono convertiti nei suoi comandamenti.

GIOVANNI
E IL COMANDAMENTO FONDAMENTALE
Se nel 4° Vangelo l'Antica Legge è sostituita da Gesù C., quale sarà la formula giovannea del I° Com.?
- Credere in Cristo, ricevere la Sua parola e rimanere in essa.
- Seguirlo: Gv 8, 12; 10, 6; 12, 26; 1, 43 (parallelo a deut 6, 14; 13, 5;
5, 33)
- Amarlo (Deut. 11, 1-22); Gv 14, 2; 14, 15; 14, 23; 15, 10.


CONCEZIONE GIOVANNEA DI "COMANDAMENTO"
Se mi amate osservate i miei comandamenti (Gv 14, 15).
Cosa significa qui comandamento? In Deut. 26, 17-18; 30, 6-10: l'osservanza dei comandamenti si presenta come "prova di amore".
Scaturisce dall'amore come dalla sua sorgente naturale (Deut. 11, 11-22). In Gv. il Comandamento è un'opera da realizzare in seno alla storia della salvezza da compiere nel nome di Gesù C.; più che un ordine o un precetto: Quindi il Com.in Gv. ha un carattere generale: senza scendere quasi mai a prescrizioni particolari.
Accanto a formulazioni tipicamente giovannee del primo com., troviamo che il precetto dell'amore fraterno riassume i comandamenti della seconda tavola (Gv. 15, 12-13; 13, 4). E' un comandamento nuovo perché l'origine e il modello sono nuovi: GESU' CRISTO (15, 9).
I comandamenti nella prima lettera di Giovanni
Giovanni risponde a certe eresie gravi per la fede cristiana
a) Insegnavano che per chi possiede la conoscenza di Dio il peccato
non ha importanza. Giovanni esorta a compiere fedelmente i doveri morali collegati con la fede cristiana. Anzi: i Com. di Dio sono nominati 14 volte: I comandamenti di I GV; sono manifestazioni del dinamismo proprio della nuova vita dei figli di Dio.
b) La conoscenza di Dio e la perfetta comunione con Lui non possono
coesistere con la violazione dei sui comandamenti (I Gv. 2, 3-6).
c) L'amore fraterno è principio di discernimento della via della luce (2,
10-11; 3, 11-15)
d) Fede in Cristo e amore fraterno: sintesi del Decalogo (3, 23-24) e
verifica (4, 20-21 cfr. Gv. 13, 35).



Catechismo del Concilio di Trento

302 Duplice valore del precetto
II parroco insegni anzitutto che il primo posto nel Decalogo spetta ai comandamenti che riguardano Dio; il secondo, a quelli che riguardano il prossimo; perché quanto facciamo al prossimo ha la sua ragione in Dio. Amiamo infatti il prossimo secondo lo spirito del comando divino, quando lo amiamo per amore di Dio. Tali precetti riguardanti Dio sono formulati nella prima tavola. In secondo luogo spiegherà come nella formula citata è racchiuso un duplice comando: il primo positivo, l'altro negativo, poiché il comando "Non avrai altro Dio fuori che me" contiene anche l'aggiunta: "rispetterai me come vero Dio, né presterai ossequio ad altri dei". Nella prima parte, a loro volta, sono impliciti i precetti della fede, della speranza e della carità. Dicendo che Dio è immobile, immutabile, lo riconosciamo, a buon diritto, sempre uguale a se stesso e verace: dunque è necessario che, aderendo ai suoi oracoli, prestiamo pieno assenso alla sua autorità. Considerando poi la sua onnipotenza, la sua clemenza, la sua facilità a beneficare, come potremmo non riporre in lui tutte le nostre speranze? E contemplando le ricchezze della sua bontà e del suo amore riversate su di noi, potremmo non amarlo? Di qui il preambolo e la conclusione che, nel formulare comandi, Dio usa costantemente nella Scrittura: "Io, il Signore".

Ecco, poi, la seconda parte del comandamento: "Non avrai altro Dio fuori che me". Il legislatore ha usato questa formula non perché tale verità non fosse sufficientemente chiara nel precetto positivo "Onorerai me come solo Dio"; poiché se è Dio, è unico, ma per la cecità dei moltissimi che, un tempo, pur credendo di venerare il vero Dio, prestavano culto a una moltitudine di dei. Di tali ve ne furono molti pure tra gli Ebrei che, secondo il rimprovero di Elia, zoppicavano da due lati. Tali furono pure i Samaritani, che onoravano contemporaneamente il Dio d'Israele e le divinità dei pagani.

Spiegato ciò, il parroco farà rilevare che questo è, fra tutti i comandamenti, il primo e più importante; non già per ordine di sola precedenza, ma per i suoi motivi, per la sua dignità e la sua eccellenza. Dio infatti deve riscuotere da noi un affetto e un ossequio infinitamente maggiori di quelli a cui possono aver diritto re e padroni. Egli ci ha creati, ci governa, ci ha nutriti fin da quando eravamo nel seno di nostra madre, ci ha tratto alla luce; egli ci fornisce il necessario alla vita e all'alimentazione.

Mancano a codesto comandamento coloro che non hanno fede, speranza e carità e sono tanti! Infatti rientrano in questa categoria gli eretici, gli increduli circa le verità proposte dalla Chiesa, nostra santa madre; coloro che prestano fede ai sogni, ai presagi e a tutte le altre vane fantasie; quelli che perdono la speranza della propria salvezza, cessando di confidare nella divina bontà; coloro, infine, che contano unicamente sulle ricchezze, sulla salute e sulle forze del corpo. Questa materia è più largamente spiegata da coloro che hanno scritto intorno ai vizi e ai peccati.



303 Legittimità del culto dei santi
Spiegando questo precetto, il parroco insista nel mostrare come la venerazione e l'invocazione dei santi angeli e delle anime beate ammesse al godimento della gloria celeste, oppure il culto dei corpi e delle ceneri dei santi, sempre ammesso dalla Chiesa cattolica, non lo trasgredisce. Sarebbe folle il supporre che, vietando il re a chiunque altro di prendere il proprio posto e di esigere onore e rispetto reali, per questo imponga di non tributare ossequio ai suoi magistrati. Si dice, è vero, che i cristiani adorano gli angeli, seguendo le orme dei santi dell'Antico Testamento, ma non tributano loro la medesima venerazione attribuita a Dio. Che se leggiamo di angeli che talvolta hanno rifiutato la venerazione umana, si deve intendere che non vollero si mostrasse loro quell'ossequio che è dovuto unicamente a Dio (Ap 19,10; 22,9). Il medesimo Spirito Santo che proclama: "A Dio solo onore e gloria" (1 Tm 1,17) comanda di circondare di onore i genitori e gli anziani (Es 20,12; Dt 5,16; Lv 19,32).

Del resto uomini santi, che rispettavano l'unico vero Dio, adoravano, secondo la testimonianza biblica, i sovrani, vale a dire s'inchinavano supplichevoli dinanzi a loro (Gn 23,7.12; 42,6; 1 Sam 24,9). Ora, se sono così onorati i re, per mezzo dei quali Dio governa il mondo, agli spiriti angelici, della cui opera Dio si serve per reggere non solo la sua Chiesa, ma tutto l'universo, e che ci aiutano a liberarci ogni giorno dai più grandi pericoli dell'anima e del corpo, anche se non si mostrano visibili a noi, non renderemo un onore tanto più grande quanto più alta è la dignità di quelle intelligenze beate di fronte alla maestà dei regnanti?

Si tenga conto, inoltre, dell'intensa carità con cui essi ci amano. Ispirati da questa effondono preghiere, secondo la chiara testimonianza della Scrittura (Dn 10,13), per le regioni cui sono preposti, e assistono senza dubbio coloro dei quali sono custodi, offrendo le nostre preci e le nostre lacrime a Dio. Non disse forse il Signore nel Vangelo: "Guai a coloro che scandalizzano i bambini, perché gli angeli vedono sempre il volto del Padre che è nei cieli? " (Mt 18,6). Essi dunque si devono invocare, poiché sono continuamente al cospetto di Dio e assumono ben volentieri il patrocinio della nostra salvezza loro affidato.

Di invocazioni agli angeli esistono nella Sacra Scrittura esempi significativi. Giacobbe chiede all'angelo, con il quale aveva lottato, che lo benedica; lo costringe anzi a farlo, dichiarando che non lo lascerà libero, se non dopo averne ricevuta la benedizione (Gn 32,24.26). Ne la vuole soltanto da colui che scorgeva, ma anche da quegli che non vedeva, quando dice: "L'angelo che mi trasse da rutti i mali, benedica questi figlioli" (Gn 48,16).

Perciò è lecito anche dedurre che, lungi dal diminuire la gloria di Dio, l'onore tributato ai santi che si sono addormentati nel Signore, le invocazioni a essi rivolte, la venerazione portata alle loro reliquie e alle loro ceneri aumentano tanto più questa gloria, quanto meglio stimolano la speranza degli uomini, la rassodano spingendoli all'imitazione dei santi. Lo comprovano il secondo Concilio Niceno, quelli di Gangra e di Trento e infine l'autorità dei santi Padri. Per meglio riuscire nella confutazione di chi impugna questa verità, il parroco legga lo scritto di san Girolamo contro Vigilanzio e specialmente il Damasceno.

Quanto abbiamo detto è soprattutto confermato dalla consuetudine trasmessa dagli Apostoli, costantemente ritenuta nella Chiesa di Dio e appoggiata alle testimonianze della Scrittura, che celebra mirabilmente le lodi dei santi. Non si potrebbe desiderare nulla di più chiaro e di più solido. Di alcuni santi gli oracoli divini han tessuto l'elogio. Come gli uomini potrebbero rifiutare loro un onore particolare? (Sir 44ss).

Si rifletta che occorre invocarli e onorarli, anche perché essi offrono perennemente preci per la salvezza degli uomini e molti benefici elargiti da Dio sono dovuti al loro merito e al loro favore. Se infatti si fa gran festa in cielo per un peccatore pentito (Lc 15,7), non si adopreranno i cittadini del cielo per aiutare i penitenti? Se sono invocati e implorati, potranno non impetrare il perdono dei peccati, propiziandoci la grazia di Dio? Se alcuni obietteranno essere superfluo il patrocinio dei santi perché è Dio che sovviene alle nostre preghiere senza bisogno d'interpreti, si risponderà a queste empie voci con le parole di sant'Agostino: "Dio spesso non concede se non in seguito all'intervento efficace del mediatore che scongiura" (2 super Exod., q. 149). Ciò è confermato dagli esempi eloquenti di Abimelech e degli amici di Giobbe, ai quali Dio perdonò le colpe per le preghiere di Abramo e di Giobbe (Gn 20,17; Gb 42,8). Se qualcuno osserverà che il ricorso ai santi, quali intermediari e patroni, è dovuto alla povertà e debolezza della propria fede, gli si replicherà con l'esempio del centurione. Questi, pur essendo ricco di una fede che meritò la più alta lode da nostro Signore, tuttavia inviò a lui gli anziani dei giudei perché volessero impetrare la guarigione del suo servo malato (Mt 8,10; Lc 7,3).

Senza dubbio confessiamo che uno solo è il nostro mediatore, Gesù Cristo, il quale ci riconciliò con il Padre celeste con il suo sangue (Rm 5,10) e, garantita l'eterna redenzione, una volta entrato nel Santuario, non cessa un istante di intercedere per noi (Eb 9,12). Da ciò tuttavia non segue affatto che non sia lecito fare appello al favore dei santi. Se in realtà non fosse consentito di invocare il soccorso dei santi, perché abbiamo un solo patrono. Gesù Cristo, l'Apostolo non avrebbe davvero insistito nel volere che le preghiere dei fratelli viventi lo soccorressero presso il Signore (Rm 15,30). Dunque non solo la preghiera dei santi che sono in cielo, ma neppure quella dei giusti viventi possono attenuare la gloria e la maestà del Cristo mediatore.

Chi non scorgerà prove luminose dell'obbligo di onorare i santi e del patrocinio che essi assumono di noi nei prodigiosi fatti che si compiono presso i loro sepolcri, con la restituzione di occhi, mani, membra di ogni genere a chi ne mancava, con la resurrezione di morti tornati in vita, con il fatto di demoni cacciati dai corpi umani? Molti riferirono di averne udito il racconto; moltissimi, individui serissimi, di aver letto; né mancano testimoni ineccepibili, quali sant'Ambrogio e sant'Agostino, che attestarono nelle loro lettere di aver visto. Che più? Se le vesti, i panni e la stessa ombra dei santi ancora in vita scacciarono le malattie e ridonarono le forze, chi oserà porre in dubbio che Dio possa effettuare i medesimi portenti per mezzo delle ceneri, delle ossa e delle altre reliquie dei santi? Si ricordi quel cadavere che, portato per caso nel sepolcro di Eliseo, immediatamente rivisse a contatto del suo corpo (2 Re 13,21).



304 Norme sulla illiceità delle immagini
Seguono le parole: "Non ti farai opere di scultura a immagine di cose esistenti nell'aria, sulla terra o nelle acque; non le adorerai, non presterai loro culto". Alcuni, ritenendo che fosse qui enunciato un secondo precetto, pensarono che i due ultimi precetti del Decalogo ne formassero invece uno solo. Ma sant'Agostino, considerando quei due ultimi come distinti, afferma che le parole in questione appartengono al primo precetto (2 super Exod., q. 71) e noi adottiamo volentieri simile sentenza, che è comunissima nella Chiesa. Ma c'è di rincalzo l'ottima ragione che, nel testo biblico (Es 20,4s), premio e castigo per il precetto sono enunciati al termine di questa pericope in maniera unitaria come per ciascun precetto.

Né si creda che con tale precetto sia del tutto vietata l'arte di dipingere, di rappresentare, di scolpire. Leggiamo infatti nelle Scritture che, per comando divino, furono fatti simulacri e immagini di cherubini (Es 25,18; 1 Re 6,23s; 2 Cr 3,7) e del serpente di bronzo (Nm 21,8). Dobbiamo perciò interpretare la proibizione nel senso che, prestando ai simulacri un culto come a delle divinità, si viene a togliere qualcosa al vero culto di Dio.

E` chiaro che, nell'ambito di questo comandamento, in due modi possiamo gravemente ledere la divina maestà. In primo luogo, venerando come divinità idoli e simulacri, o ritenendo che dimori in essi qualche virtù divina, per cui si debba prestar loro venerazione, si possa chieder loro qualcosa e riporre in essi quella fiducia che vi riponevano una volta i pagani, rimproverati spesso dalla Scrittura di collocare la loro speranza negli idoli. In secondo luogo tentando di raffigurare con i mezzi dell'arte la forma della divinità, quasi che questa possa scorgersi con gli occhi corporei, o esprimersi con colori e figure. Esclama il Damasceno: "Chi potrà esprimere un Dio che non cade sotto la presa dei sensi, non ha corpo, non può essere circoscritto in alcun termine, né descritto da alcuna rappresentazione?" (Exp. fìdei, 4, 16).

Più ampiamente spiega la cosa il secondo Concilio Niceno (Actio 7). Luminosamente l'Apostolo disse dei pagani che avevano deformato la gloria di Dio incorruttibile, riducendola alle immagini dell'uomo corruttibile, degli uccelli, dei quadrupedi, dei serpenti (Rm 1,23), venerando come divinità simulacri di questa foggia. Anche gli Israeliti, che dinanzi al simulacro del vitello gridavano: "Ecco, o Israele, i tuoi dei che ti trassero fuori dalla terra di Egitto" (Es 32,4) furono chiamati idolatri, avendo ridotto la gloria divina alle proporzioni di una bestia erbivora (Sal 105,20).

Avendo quindi il Signore rigorosamente vietato di prestar culto a divinità straniere per sopprimere ogni infiltrazione idolatrica, proibì pure di trarre dal bronzo o da qualsiasi altra materia rappresentazioni della divinità. Illustrando il divieto, Isaia esclama: "A quale cosa avete voi rassomigliato Dio? Quale immagine farete di lui?" (Is 40,18). Che tale sentenza sia racchiusa in questo precetto risulta, oltre che dagli scritti dei santi Padri che, secondo l'esposizione del settimo Concilio (Actio 7), l'interpretano a questa maniera, anche dalle parole abbastanza esplicite del Deuteronomio, dove Mosè, volendo allontanare il popolo dall'idolatria, dice: "Non vedeste nessuna immagine il giorno in cui il Signore. sull'Oreb, vi parlò di mezzo al fuoco" (Dt 4,15). Così si esprimeva il sapientissimo legislatore, affinché, cadendo in errore, non si foggiassero un simulacro della divinità e finissero con il tributare a una cosa creata l'onore dovuto a Dio.



305 Utilità del culto delle immagini
Non si creda tuttavia che sia un mancare alla religione e un trasgredire la Legge di Dio l'esprimere con figure sensibili, adoperate nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, qualche Persona della santissima Trinità. Non v'è infatti individuo così grossolano che possa ritenere espressa da quella figura la divinità. A ogni modo il parroco spieghi come, mediante quelle figure, siano significate proprietà o azioni attribuite a Dio. Così quando, sulle indicazioni di Daniele (Dn 7,9), si rappresenta il Vegliardo dei giorni seduto sul trono, con i libri aperti dinanzi, si vuole significare l'eternità e l'infinita sapienza di Dio, in virtù delle quali egli scorge tutti i pensieri e le azioni degli uomini per giudicarli. Gli angeli, poi, vengono raffigurati in forme umane e con le ali perché i fedeli comprendano quanto essi siano ben disposti verso il genere umano e come siano pronti a eseguire le incombenze volute dal Signore. Sono infatti spiriti al servizio di coloro che bramano l'eredità della salvezza (Eb 1,14). Il simbolo della colomba e le lingue di fuoco menzionati nel Vangelo [Mt 3,16; Mc 1,10; Lc 3,22; Gv 1,32) e negli Atti degli apostoli (2,3) quali proprietà esprimano dello Spirito Santo è troppo noto perché occorra darne ampia spiegazione.

Siccome, poi, nostro Signore Gesù Cristo, la sua santa e purissima Genitrice e tutti i santi dotati di natura umana ebbero naturalmente figura umana, non solo non è vietato dal presente precetto dipingerne e onorarne le immagini, ma è stato sempre considerato come atto che manifesta, in modo sicuro, animo grato e devoto. Lo confermano i monumenti dell'età apostolica, i concili ecumenici, innumerevoli scritti di Padri dottissimi e religiosissimi, tutti concordi fra loro.

Il parroco insegnerà che non solo è lecito tenere immagini nelle chiese, onorarle e prestar loro culto, purché la venerazione prestata s'intenda diretta ai loro prototipi, ma mostrerà anche come ciò sia stato fatto sempre, fino a oggi, con grandissimo vantaggio dei fedeli, come si vede fra l'altro dal libro del Damasceno sulle immagini e dal settimo Concilio che è il secondo Niceno.

Ma l'avversario del genere umano si sforza sempre con le sue frodi e sofismi di pervertire le istituzioni più sante. Per questo il parroco, nel caso che il popolo sgarri, cercherà di fare quanto è in lui per correggere gli abusi, secondo il decreto del Concilio Tridentino, e senz'altro, all'occasione, ne commenterà il testo stesso. Mostri agli incolti e a coloro che ignorano l'uso stesso delle immagini, che queste mirano a far conoscere la storia dei due Testamenti e ad alimentarne la memoria, cosicché, stimolati dal ricordo delle divine gesta, siamo sempre più tratti a venerare e amare Dio. Insegnerà pure che le immagini dei santi sono poste nei templi affinché essi siano onorati e noi, sulle loro orme, ne riproduciamo la vita e i santi costumi.



306 Pene contro i trasgressori del primo comandamento
"Io sono il Signore Dio tuo, forte, geloso, che faccio ricadere l'iniquità dei padri nei figli, fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano e, nel medesimo tempo, misericordioso abbondantemente verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti " (Es 20,5s).

Due cose vanno spiegare a proposito di quest'ultima parte del precetto. Anzitutto che, sebbene a causa della maggiore gravità della trasgressione del primo precetto e dell'inclinazione degli uomini a commetterla, la pena sia opportunamente qui menzionata, in realtà si trarrà di un'appendice comune a tutti i precetti. Ogni legge infatti spinge gli uomini al rispetto delle prescrizioni con il premio e con la pena. Per questo frequenti promesse divine sono disseminate nella Sacra Scrittura. Tralasciando quelle pressoché innumerevoli contenute nel Vecchio Testamento, ricordiamo le parole del Vangelo: "Se vuoi entrare nella vita, rispetta i comandamenti" (Mt 19,17) e altrove: "Solo chi adempie il volere del Padre mio che è nei cieli entrerà nel regno celeste" (Mt 7,21). In un altro luogo: "Ogni albero che non fa buon frutto, sarà tagliato e gettato nel fuoco" (Mt 3,10). Altrove: "Chiunque si adira contro suo fratello, sarà condannato in giudizio" (Mt 5,22). Infine: "Se non perdonate agli uomini, nemmeno il Padre vostro perdonerà a voi le vostre mancanze" (Mt 6,15).

In secondo luogo si ricordi che questa appendice deve essere spiegata in maniera molto diversa agli individui perfetti e a quelli carnali. Ai primi infatti, che operano sotto la guida di Dio (Rm 8,14) e a lui obbediscono con animo alacre e docile, esso parla quale annuncio di letizia e quale prova luminosa del volere divino, ben disposto verso di loro. Essi riconoscono così la premura di Dio, amantissimo di loro, il quale, ora con i premi, ora con le pene, quasi costringe gli uomini al proprio culto e alla religione. Ne scorgono così l'infinita bontà e vedono che cosa comandi loro e come voglia far convergere la loro opera verso la gloria del nome divino. Né solo riconoscono tutto ciò, ma nutrono speranza che Dio, come comanda ciò che vuole, così darà le forze necessario per obbedire alla sua Legge.

Per gli individui carnali, invece, non ancora affrancati dallo spirito del servaggio e che si tengono lontani dal peccato più per timore delle pene che per amore della virtù, quell'appendice ha sapore di forte agrume. Perciò dovranno essere incoraggiati con esortazioni pie e quasi condotti per mano là dove vuole la Legge. Ogni volta che venga l'occasione di spiegare uno qualsiasi dei comandamenti, il parroco tenga presenti queste considerazioni.




307 Due stimoli
Mirando agli uomini carnali come agli spirituali, egli adotterà i due pungoli o stimoli contenuti nell'appendice del precetto, capaci di eccitare efficacemente gli uomini al rispetto della Legge.

In primo luogo si spieghi l'inciso, in cui è detto che Dio è forte, con tanto maggiore diligenza, in quanto spesso la carne, meno colpirà dai terrori delle divine minacce, va mendicando tutti i pretesti per sfuggire all'ira di Dio e alla pena stabilita. Chi però tiene per fermo che Dio è forte, ricorda piuttosto il motto del grande David: "Dove mi rifugerò lungi dal tuo spirito? Dove, lungi dal tuo volto?" (Sal 138,7). La stessa carne, diffidente talora delle divine promesse, si raffigura così forti i nemici da reputarsi incapace di resistenza. Invece la fede salda e sicura, nulla temendo, poggiata com'è sulla forza e la virtù divina, conforta e rafforza gli uomini, esclamando: "II Signore è la mia luce e la mia salvezza; di chi avrò paura? " (Sal 26,1).

L'altro stimolo è rappresentato dalla stessa gelosia divina. Infatti gli uomini pensano talora che Dio non curi le cose umane e non si preoccupi neppure del nostro ossequio o della nostra disobbedienza alla Legge. Ne segue un grande disordine nella vita. Ma se noi ricordiamo che Dio si preoccupa di tutto, saremo più attenti al nostro compito.

Naturalmente quella specie di gelosia, che attribuiamo a Dio, non implica un turbamento dell'animo, ma solo quel divino amore e quell'alta carità, per cui Dio non tollera che un'anima si allontani impunemente da lui (Sal 72,27) e irrimediabilmente punisce quanti se ne allontanano. La gelosia è dunque in Dio quella sua serenissima e sincera giustizia, per la quale l'anima, corrotta dalle false opinioni e dalle perverse cupidigie, è ripudiata e, quasi adultera, allontanata dal connubio divino.

Tale gelosia divina la sperimentiamo invece come un sentimento soavissimo e dolcissimo, quando l'alta e ineffabile volontà di Dio verso di noi si manifesta da questo stesso zelo per noi. Non v'è fra gli uomini amore più appassionato, unione più intima di quella che vien data dal vincolo coniugale. Orbene, Dio mostra di quale amore ci prediliga, quando, paragonandosi spesso allo sposo e al marito, si dichiara geloso. Il parroco si fermi perciò a dimostrare come gli uomini debbano essere tanto preoccupati del culto e dell'onore divino, da essere detti anch'essi a buon diritto piuttosto gelosi che amanti, sull'esempio di colui il quale ha detto di sé: "Mi sono mostrato geloso dell'onore del Signore Dio degli eserciti" (1 Re 19,14). Imitino Cristo stesso che disse: "Lo zelo per la tua casa mi divora" (Sal 68,10; Gv 2,17).

Deve essere poi spiegata la sentenza di minaccia. Dio non tollera che i peccatori rimangano impuniti, ma li castigherà, come un padre fa con i figli, o li punirà duramente come un giudice severo. Volendo significare ciò, Mosè ha detto: "Constaterai che il Signore Iddio tuo è Dio forte e fedele: egli rispetta il patto e usa misericordia a chi lo ama; rispetta i suoi precetti fino alla millesima generazione, ma anche ripaga senza indugio chi lo odia" (Dt 7,9). E Giosuè: "Non potrete servire il Signore, poiché Dio è santo e forte nel suo zelo; non perdonerà ai vostri scellerati peccati. Se abbandonerete il Signore e servirete divinità straniere, egli si rivolgerà contro di voi, tormentandovi e determinando la vostra rovina" (Gs 24,19).

Il parroco ricordi al popolo che la maledizione divina si propaga fino alla terza e alla quarta generazione degli empi. Non già nel senso che i posteri debbano sempre necessariamente portare la pena delle colpe degli avi, ma nel senso che, se questi e i loro figli non hanno espiato, non tutta la loro posterità riuscirà a evitare l'ira e la pena divina.

Va ricordato in proposito l'esempio del re Giosia. Dio gli perdonò per la sua singolare pietà e gli concesse di scendere in pace nel sepolcro dei padri per non assistere alle sciagure dei tempi imminenti, determinate su Giuda e su Gerusalemme dall'empietà di Manasse suo avo. Ma, dopo la sua morte, la vendetta di Dio raggiunse i suoi posteri, non risparmiando neppure i figli di Giosia (2 Re 22,19s; 23,26ss).

In che modo poi queste parole della Legge si possano conciliare con la sentenza del Profeta: "L'anima che avrà peccato, perirà" (Ez 18,4) lo mostra chiaramente l'autorità di san Gregorio, che, concorde in questo con tutti gli antichi Padri, dice: "Chiunque imita l'iniquità di un malvagio genitore, è vincolato pure dalla colpa di lui; ma chi non ne imita la malvagità non porta il suo carico morale; per questo il figlio cattivo di un cattivo padre non sconta solamente le colpe proprie, ma anche quelle di suo padre, non avendo temuto di accoppiare alla perversione paterna, contro cui sa irato il Signore, anche la propria malvagità. È giusto del resto che colui il quale, sotto lo sguardo di un giudice severo, non ha ritegno di battere le vie di un genitore malvagio, sia tenuto nella vita presente a scontare pure le colpe dell'iniquo suo padre" (Moralia, 15, 51). Ricorderà però il parroco che la bontà e la misericordia di Dio superano la sua giustizia: rivela la sua ira infatti tino alla terza e alla quarta generazione, ma riversa la sua misericordia fino alla millesima.

L'inciso poi "per coloro che mi odiano" vuole rilevare la gravità del peccato. Che cosa c'è di più orribile e di più nefasto che odiare la Bontà per essenza e la Verità somma? Ciò vale per tutti i peccatori, perché, come chi rispetta i precetti di Dio, ama Dio (Gv 14,21), così chi disprezza la Legge di Dio e non rispetta i suoi comandamenti, giustamente può dirsi che lo odia.

Infine la frase ultima, "coloro che mi amano", insegna il modo e il motivo del rispetto della Legge. E infatti necessario che coloro i quali osservano la Legge di Dio siano indotti a obbedirgli dal medesimo amore che li spinge verso di lui: cosa che vedremo anche nella trattazione dei singoli comandamenti.


Catechismo della Chiesa Cattolica


IL PRIMO COMANDAMENTO

« Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai » (Es 20,2-5).24

Sta scritto: « Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto » (Mt 4,10).

I. «Adorerai il Signore Dio tuo e lo servirai»

2084 Dio si fa conoscere ricordando la sua azione onnipotente, benevola e liberatrice nella storia di colui al quale si rivolge: « Io ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù » (Dt 5,6). La prima parola contiene il primo comandamento della Legge: « Temerai il Signore Dio tuo, lo servirai [...]. Non seguirete altri dei » (Dt 6,13-14). Il primo appello e la giusta esigenza di Dio è che l'uomo lo accolga e lo adori.

2085 Il Dio unico e vero rivela innanzi tutto la sua gloria ad Israele.25 La rivelazione della vocazione e della verità dell'uomo è legata alla rivelazione di Dio. L'uomo ha la vocazione di manifestare Dio agendo in conformità con il suo essere creato « ad immagine e somiglianza » di Dio (Gn 1,26):

« Non ci saranno mai altri dei, o Trifone, né mai ce ne sono stati fin dalle origini [...], all'infuori di colui che ha creato e ordinato l'universo. Noi non pensiamo che il nostro Dio differisca dal vostro. È lo stesso che ha fatto uscire i vostri padri dall'Egitto con mano potente e braccio teso. Noi non riponiamo le nostre speranze in qualche altro dio - non ce ne sono - ma nello stesso Dio in cui voi sperate, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe ».26

2086 « Nell'esplicita affermazione divina: "Io sono il Signore tuo Dio" è incluso il comandamento della fede, della speranza e della carità. Se noi riconosciamo infatti che egli è Dio, e cioè eterno, immutabile, sempre uguale a se stesso, affermiamo con ciò anche la sua infinita veracità; ne segue quindi l'obbligo di accogliere le sue parole e di aderire ai suoi comandi con pieno riconoscimento della sua autorità. Se egli inoltre è Dio, noi ne riconosciamo l'onnipotenza, la bontà, i benefici; di qui l'illimitata fiducia e la speranza. E se egli è l'infinita bontà e l'infinito amore, come non offrirgli tutta la nostra dedizione e donargli tutto il nostro amore? Ecco perché nella Bibbia Dio inizia e conclude invariabilmente i suoi comandi con la formula: Io sono il Signore ».27

La fede

2087 La nostra vita morale trova la sua sorgente nella fede in Dio che ci rivela il suo amore. San Paolo parla dell'obbedienza alla fede28 come dell'obbligo primario. Egli indica nell'« ignoranza di Dio » il principio e la spiegazione di tutte le deviazioni morali.29 Il nostro dovere nei confronti di Dio è di credere in lui e di rendergli testimonianza.

2088 Il primo comandamento ci richiede di nutrire e custodire la nostra fede con prudenza e vigilanza e di respingere tutto ciò che le è contrario. Ci sono diversi modi di peccare contro la fede:

Il dubbio volontario circa la fede trascura o rifiuta di ritenere per vero ciò che Dio ha rivelato e che la Chiesa ci propone a credere. Il dubbio involontario indica l'esitazione a credere, la difficoltà nel superare le obiezioni legate alla fede, oppure anche l'ansia causata dalla sua oscurità. Se viene deliberatamente coltivato, il dubbio può condurre all'accecamento dello spirito.

2089 L'incredulità è la noncuranza della verità rivelata o il rifiuto volontario di dare ad essa il proprio assenso. « Viene detta eresia l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il Battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa; apostasia, il ripudio totale della fede cristiana; scisma, il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti ».30

La speranza

2090 Quando Dio si rivela e chiama l'uomo, questi non può rispondere pienamente all'amore divino con le sue proprie forze. Deve sperare che Dio gli donerà la capacità di contraccambiare il suo amore e di agire conformemente ai comandamenti della carità. La speranza è l'attesa fiduciosa della benedizione divina e della beata visione di Dio; è anche il timore di offendere l'amore di Dio e di provocare il castigo.

2091 Il primo comandamento riguarda pure i peccati contro la speranza, i quali sono la disperazione e la presunzione:

Per la disperazione, l'uomo cessa di sperare da Dio la propria salvezza personale, gli aiuti per conseguirla o il perdono dei propri peccati. Si oppone alla bontà di Dio, alla sua giustizia - il Signore, infatti, è fedele alle sue promesse - e alla sua misericordia.

2092 Ci sono due tipi di presunzione. O l'uomo presume delle proprie capacità (sperando di potersi salvare senza l'aiuto dall'alto), oppure presume della onnipotenza e della misericordia di Dio (sperando di ottenere il suo perdono senza conversione e la gloria senza merito).

La carità

2093 La fede nell'amore di Dio abbraccia l'appello e l'obbligo di rispondere alla carità divina con un amore sincero. Il primo comandamento ci ordina di amare Dio al di sopra di tutto,31 e tutte le creature per lui e a causa di lui.

2094 Si può peccare in diversi modi contro l'amore di Dio: l'indifferenza è incurante della carità divina o rifiuta di prenderla in considerazione; ne misconosce l'iniziativa e ne nega la forza. L'ingratitudine tralascia o rifiuta di riconoscere la carità divina e di ricambiare a Dio amore per amore. La tiepidezza è un'esitazione o una negligenza nel rispondere all'amore divino; può implicare il rifiuto di abbandonarsi al dinamismo della carità. L'accidia o pigrizia spirituale giunge a rifiutare la gioia che viene da Dio e a provare repulsione per il bene divino. L'odio di Dio nasce dall'orgoglio. Si oppone all'amore di Dio, del quale nega la bontà e che ardisce maledire come colui che proibisce i peccati e infligge i castighi.

II. «A lui solo rendi culto»

2095 Le virtù teologali della fede, della speranza e della carità informano e vivificano le virtù morali. Così la carità ci porta a rendere a Dio ciò che in tutta giustizia gli dobbiamo in quanto creature. La virtù della religione ci dispone a tale atteggiamento.

L'adorazione

2096 Della virtù della religione, l'adorazione è l'atto principale. Adorare Dio è riconoscerlo come Dio, come Creatore e Salvatore, Signore e Padrone di tutto ciò che esiste, Amore infinito e misericordioso. « Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai » (Lc 4,8), dice Gesù, citando il Deuteronomio (Dt 6,13).

2097 Adorare Dio è riconoscere, nel rispetto e nella sottomissione assoluta, il « nulla della creatura », la quale non esiste che da Dio. Adorare Dio - come fa Maria nel « Magnificat » - è lodarlo, esaltarlo e umiliare se stessi, confessando con gratitudine che egli ha fatto grandi cose e che santo è il suo nome.32 L'adorazione del Dio unico libera l'uomo dal ripiegamento su se stesso, dalla schiavitù del peccato e dall'idolatria del mondo.

La preghiera

2098 Gli atti di fede, di speranza e di carità prescritti dal primo comandamento si compiono nella preghiera. L'elevazione dello spirito verso Dio è un'espressione della nostra adorazione di Dio: preghiera di lode e di rendimento di grazie, d'intercessione e di domanda. La preghiera è una condizione indispensabile per poter obbedire ai comandamenti di Dio. Bisogna « pregare sempre, senza stancarsi » (Lc 18,1).

Il sacrificio

2099 È giusto offrire sacrifici a Dio in segno di adorazione e di riconoscenza, di implorazione e di comunione: « Ogni azione compiuta per aderire a Dio rimanendo con lui in comunione, e poter così essere nella gioia, è un vero sacrificio ».33

2100 Per essere autentico, il sacrificio esteriore deve essere espressione del sacrificio spirituale: « Uno spirito contrito è sacrificio... » (Sal 51,19). I profeti dell'Antica Alleanza spesso hanno denunciato i sacrifici compiuti senza partecipazione interiore34 o disgiunti dall'amore del prossimo.35 Gesù richiama le parole del profeta Osea: « Misericordia io voglio, non sacrificio » (Mt 9,13; 12,7).36 L'unico sacrificio perfetto è quello che Cristo ha offerto sulla croce in totale oblazione all'amore del Padre e per la nostra salvezza.37 Unendoci al suo sacrificio, possiamo fare della nostra vita un sacrificio a Dio.

Promesse e voti

2101 In parecchie circostanze il cristiano è chiamato a fare delle promesse a Dio. Il Battesimo e la Confermazione, il Matrimonio e l'Ordinazione sempre ne comportano. Per devozione personale il cristiano può anche promettere a Dio un'azione, una preghiera, un'elemosina, un pellegrinaggio, ecc. La fedeltà alle promesse fatte a Dio è un'espressione del rispetto dovuto alla divina maestà e dell'amore verso il Dio fedele.

2102 « Il voto, ossia la promessa deliberata e libera di un bene possibile e migliore fatta a Dio, deve essere adempiuto per la virtù della religione ».38 Il voto è un atto di devozione, con cui il cristiano offre se stesso a Dio o gli promette un'opera buona. Mantenendo i suoi voti, egli rende pertanto a Dio ciò che a lui è stato promesso e consacrato. Gli Atti degli Apostoli ci presentano san Paolo preoccupato di mantenere i voti da lui fatti.39

2103 La Chiesa riconosce un valore esemplare ai voti di praticare i consigli evangelici:40

« Si rallegra la Madre Chiesa di trovare nel suo seno molti uomini e donne, che seguono più da vicino l'annientamento del Salvatore e più chiaramente lo mostrano, abbracciando la povertà nella libertà dei figli di Dio e rinunciando alla propria volontà: essi, cioè, in ciò che riguarda la perfezione, si sottomettono a un uomo per Dio, al di là della stretta misura del precetto, al fine di conformarsi più pienamente a Cristo obbediente ».41

In certi casi, la Chiesa può, per congrue ragioni, dispensare dai voti e dalle promesse.42

Il dovere sociale della religione e il diritto alla libertà religiosa

2104 « Tutti gli uomini sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che riguarda Dio e la sua Chiesa, e, una volta conosciuta, ad abbracciarla e custodirla ».43 È un dovere che deriva dalla « stessa natura » degli uomini.44 Non si contrappone ad un sincero rispetto per le diverse religioni, le quali « non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini »,45 né all'esigenza della carità, che spinge i cristiani « a trattare con amore, prudenza e pazienza gli uomini che sono nell'errore o nell'ignoranza circa la fede ».46

2105 Il dovere di rendere a Dio un culto autentico riguarda l'uomo individualmente e socialmente. È « la dottrina cattolica tradizionale sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l'unica Chiesa di Cristo ».47 Evangelizzando senza posa gli uomini, la Chiesa si adopera affinché essi possano « informare dello spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della comunità »48 in cui vivono. Il dovere sociale dei cristiani è di rispettare e risvegliare in ogni uomo l'amore del vero e del bene. Richiede loro di far conoscere il culto dell'unica vera religione che sussiste nella Chiesa cattolica ed apostolica.49 I cristiani sono chiamati ad essere la luce del mondo.50 La Chiesa in tal modo manifesta la regalità di Cristo su tutta la creazione e in particolare sulle società umane.51

2106 « Che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza, né impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità alla sua coscienza privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata ».52 Tale diritto si fonda sulla natura stessa della persona umana, la cui dignità la fa liberamente aderire alla verità divina che trascende l'ordine temporale. Per questo « perdura anche in coloro che non soddisfano all'obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa ».53

2107 « Se, considerate le circostanze peculiari dei popoli, nell'ordinamento giuridico di una società viene attribuito ad una comunità religiosa uno speciale riconoscimento civile, è necessario che nello stesso tempo a tutti i cittadini e comunità religiose venga riconosciuto e rispettato il diritto alla libertà in materia religiosa ».54

2108 Il diritto alla libertà religiosa non è né la licenza morale di aderire all'errore,55 né un implicito diritto all'errore,56 bensì un diritto naturale della persona umana alla libertà civile, cioè all'immunità da coercizione esteriore, entro giusti limiti, in materia religiosa, da parte del potere politico. Questo diritto naturale deve essere riconosciuto nell'ordinamento giuridico della società così che divenga diritto civile.57

2109 Il diritto alla libertà religiosa non può essere di per sé né illimitato,58 né limitato semplicemente da un ordine pubblico concepito secondo un criterio « positivistico » o « naturalistico ».59 I « giusti limiti » che sono inerenti a tale diritto devono essere determinati per ogni situazione sociale con la prudenza politica, secondo le esigenze del bene comune, e ratificati dall'autorità civile secondo « norme giuridiche conformi all'ordine morale oggettivo ».60

III. «Non avrai altri dèi di fronte a me»

2110 Il primo comandamento vieta di onorare altri dèi, all'infuori dell'unico Signore che si è rivelato al suo popolo. Proibisce la superstizione e l'irreligione. La superstizione rappresenta, in qualche modo, un eccesso perverso della religione; l'irreligione è un vizio opposto, per difetto, alla virtù della religione.

La superstizione

2111 La superstizione è la deviazione del sentimento religioso e delle pratiche che esso impone. Può anche presentarsi mascherata sotto il culto che rendiamo al vero Dio, per esempio, quando si attribuisce un'importanza in qualche misura magica a certe pratiche, peraltro legittime o necessarie. Attribuire alla sola materialità delle preghiere o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono, è cadere nella superstizione.61

L'idolatria

2112 Il primo comandamento condanna il politeismo. Esige dall'uomo di non credere in altri dèi che nell'unico Dio, di non venerare altre divinità che l'Unico. La Scrittura costantemente richiama a questo rifiuto degli idoli che sono « argento e oro, opera delle mani dell'uomo », i quali « hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono... ». Questi idoli vani rendono l'uomo vano: « Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida » (Sal 115,4-5.8).62 Dio, al contrario, è il « Dio vivente » (Gs 3,10),63 che fa vivere e interviene nella storia.

2113 L'idolatria non concerne soltanto i falsi culti del paganesimo. Rimane una costante tentazione della fede. Consiste nel divinizzare ciò che non è Dio. C'è idolatria quando l'uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli dèi o dei demoni (per esempio il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello Stato, del denaro, ecc. « Non potete servire a Dio e a mammona », dice Gesù (Mt 6,24). Numerosi martiri sono morti per non adorare « la Bestia »,64 rifiutando perfino di simularne il culto. L'idolatria respinge l'unica Signoria di Dio; perciò è incompatibile con la comunione divina.65

2114 La vita umana si unifica nell'adorazione dell'Unico. Il comandamento di adorare il solo Signore unifica l'uomo e lo salva da una dispersione senza limiti. L'idolatria è una perversione del senso religioso innato nell'uomo. Idolatra è colui che « riferisce la sua indistruttibile nozione di Dio a chicchessia anziché a Dio ».66

Divinazione e magia

2115 Dio può rivelare l'avvenire ai suoi profeti o ad altri santi. Tuttavia il giusto atteggiamento cristiano consiste nell'abbandonarsi con fiducia nelle mani della provvidenza per ciò che concerne il futuro e a rifuggire da ogni curiosità malsana a questo riguardo. L'imprevidenza può costituire una mancanza di responsabilità.

2116 Tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che « svelino » l'avvenire.67 La consultazione degli oroscopi, l'astrologia, la chiromanzia, l'interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium manifestano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l'onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo.

2117 Tutte le pratiche di magia e di stregoneria con le quali si pretende di sottomettere le potenze occulte per porle al proprio servizio ed ottenere un potere soprannaturale sul prossimo - fosse anche per procurargli la salute - sono gravemente contrarie alla virtù della religione. Tali pratiche sono ancora più da condannare quando si accompagnano ad una intenzione di nuocere ad altri o quando in esse si ricorre all'intervento dei demoni. Anche portare amuleti è biasimevole. Lo spiritismo spesso implica pratiche divinatorie o magiche. Pure da esso la Chiesa mette in guardia i fedeli. Il ricorso a pratiche mediche dette tradizionali non legittima né l'invocazione di potenze cattive, né lo sfruttamento della credulità altrui.

L'irreligione

2118 Il primo comandamento di Dio condanna i principali peccati di irreligione: l'azione di tentare Dio, con parole o atti, il sacrilegio e la simonia.

2119 L'azione di tentare Dio consiste nel mettere alla prova, con parole o atti, la sua bontà e la sua onnipotenza. È così che Satana voleva ottenere da Gesù che si buttasse giù dal Tempio obbligando Dio, in tal modo, ad intervenire.68 Gesù gli oppone la parola di Dio: « Non tenterai il Signore Dio tuo » (Dt 6,16). La sfida implicita in simile tentazione di Dio ferisce il rispetto e la fiducia che dobbiamo al nostro Creatore e Signore. In essa si cela sempre un dubbio riguardo al suo amore, alla sua provvidenza e alla sua potenza.69

2120 Il sacrilegio consiste nel profanare o nel trattare indegnamente i sacramenti e le altre azioni liturgiche, come pure le persone, gli oggetti e i luoghi consacrati a Dio. Il sacrilegio è un peccato grave soprattutto quando è commesso contro l'Eucaristia, poiché, in questo sacramento, ci è reso presente sostanzialmente il Corpo stesso di Cristo.70

2121 La simonia71 consiste nell'acquisto o nella vendita delle realtà spirituali. A Simone il mago, che voleva acquistare il potere spirituale che vedeva all'opera negli Apostoli, Pietro risponde: « Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con denaro il dono di Dio » (At 8,20). Così si conformava alla parola di Gesù: « Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date » (Mt 10,8).72 È impossibile appropriarsi i beni spirituali e comportarsi nei loro confronti come un possessore o un padrone, dal momento che la loro sorgente è in Dio. Non si può che riceverli gratuitamente da lui.

2122 « Il ministro, oltre alle offerte determinate dalla competente autorità, per l'amministrazione dei sacramenti non domandi nulla, evitando sempre che i più bisognosi siano privati dell'aiuto dei sacramenti a motivo della povertà ».73 L'autorità competente determina queste « offerte » in virtù del principio che il popolo cristiano deve concorrere al sostentamento dei ministri della Chiesa. « L'operaio ha diritto al suo nutrimento » (Mt 10,10).74

L'ateismo

2123 « Molti nostri contemporanei [...] non percepiscono affatto o esplicitamente rigettano l'intimo e vitale legame con Dio, così che l'ateismo va annoverato fra le cose più gravi del nostro tempo ».75

2124 Il termine ateismo indica fenomeni molto diversi. Una forma frequente di esso è il materialismo pratico, che racchiude i suoi bisogni e le sue ambizioni entro i confini dello spazio e del tempo. L'umanesimo ateo ritiene falsamente che l'uomo « sia fine a se stesso, unico artefice e demiurgo della propria storia ».76 Un'altra forma dell'ateismo contemporaneo si aspetta la liberazione dell'uomo da una liberazione economica e sociale, alla quale « si pretende che la religione sia di ostacolo, per natura sua, in quanto, elevando la speranza dell'uomo verso una vita futura e fallace, lo distoglierebbe dall'edificazione della città terrena ».77

2125 Per il fatto che respinge o rifiuta l'esistenza di Dio, l'ateismo è un peccato contro la virtù della religione.78 L'imputabilità di questa colpa può essere fortemente attenuata dalle intenzioni e dalle circostanze. Alla genesi e alla diffusione dell'ateismo « possono contribuire non poco i credenti, in quanto per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione fallace della dottrina, o anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione ».79

2126 Spesso l'ateismo si fonda su una falsa concezione dell'autonomia umana, spinta fino al rifiuto di ogni dipendenza nei confronti di Dio.80 In realtà, il riconoscimento di Dio non si oppone in alcun modo alla dignità dell'uomo, « dato che questa dignità trova proprio in Dio il suo fondamento e la sua perfezione ».81 La Chiesa sa « che il suo messaggio è in armonia con le aspirazioni più segrete del cuore umano ».82

L'agnosticismo

2127 L'agnosticismo assume parecchie forme. In certi casi l'agnostico si rifiuta di negare Dio; ammette invece l'esistenza di un essere trascendente che non potrebbe rivelarsi e di cui nessuno sarebbe in grado di dire niente. In altri casi l'agnostico non si pronuncia sull'esistenza di Dio, dichiarando che è impossibile provarla, così come è impossibile ammetterla o negarla.

2128 L'agnosticismo può talvolta racchiudere una certa ricerca di Dio, ma può anche costituire un indifferentismo, una fuga davanti al problema ultimo dell'esistenza e un torpore della coscienza morale. Troppo spesso l'agnosticismo equivale a un ateismo pratico.

IV. «Non ti farai alcuna immagine scolpita...»

2129 L'ingiunzione divina comportava il divieto di qualsiasi rappresentazione di Dio fatta dalla mano dell'uomo. Il Deuteronomio spiega: « Poiché non vedeste alcuna figura, quando il Signore vi parlò sull'Oreb dal fuoco, state bene in guardia per la vostra vita, perché non vi corrompiate e non vi facciate l'immagine scolpita di qualche idolo » (Dt 4,15-16). È il Dio assolutamente trascendente che si è rivelato a Israele. « Egli è tutto », ma, al tempo stesso, è « al di sopra di tutte le sue opere » (Sir 43,27-28). Egli è « lo stesso autore della bellezza » (Sap 13,3).

2130 Tuttavia, fin dall'Antico Testamento, Dio ha ordinato o permesso di fare immagini che simbolicamente conducessero alla salvezza operata dal Verbo incarnato: così il serpente di rame,83 l'arca dell'Alleanza e i cherubini.84

2131 Fondandosi sul mistero del Verbo incarnato, il settimo Concilio ecumenico, a Nicea (nel 787), ha giustificato, contro gli iconoclasti, il culto delle icone: quelle di Cristo, ma anche quelle della Madre di Dio, degli angeli e di tutti i santi. Incarnandosi, il Figlio di Dio ha inaugurato una nuova « economia » delle immagini.

2132 Il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, « l'onore reso ad un'immagine appartiene a chi vi è rappresentato »,85 e « chi venera l'immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto ».86 L'onore tributato alle sacre immagini è una « venerazione rispettosa », non un'adorazione che conviene solo a Dio:

« Gli atti di culto non sono rivolti alle immagini considerate in se stesse, ma in quanto servono a raffigurare il Dio incarnato. Ora, il moto che si volge all'immagine in quanto immagine, non si ferma su di essa, ma tende alla realtà che essa rappresenta ».87

In sintesi

2133 « Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze » (Dt 6,5).

2134 Il primo comandamento chiama l'uomo a credere in Dio, a sperare in lui, ad amarlo al di sopra di tutto.

2135 « Adora il Signore Dio tuo » (Mt 4,10). Adorare Dio, pregarlo, rendergli il culto che a lui è dovuto, mantenere le promesse e i voti che a lui si sono fatti, sono atti della virtù della religione, che esprimono l'obbedienza al primo comandamento.

2136 Il dovere di rendere a Dio un culto autentico riguarda l'uomo individualmente e socialmente.

2137 L'uomo deve poter professare liberamente la religione sia in forma privata che pubblica.88

2138 La superstizione è una deviazione del culto che rendiamo al vero Dio. Ha la sua massima espressione nell'idolatria, come nelle varie forme di divinazione e di magia.

2139 L'azione di tentare Dio con parole o atti, il sacrilegio, la simonia sono peccati di irreligione proibiti dal primo comandamento.

2140 L'ateismo, in quanto respinge o rifiuta l'esistenza di Dio, è un peccato contro il primo comandamento.

2141 Il culto delle sacre immagini è fondato sul mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio. Esso non è in opposizione al primo comandamento.


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(24) Cf Dt 5,6-9.

(25) Cf Es 19,16-25; 24,15-18.

(26) San Giustino, Dialogus cum Tryphone Iudaeo, 11, 1: CA 2, 40 (PG 6, 497).

(27) Catechismo Romano, 3, 2, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 408-409.

(28) Cf Rm 1,5; 16,26.

(29) Cf Rm 1,18-32.

(30) CIC canone 751.

(31) Cf Dt 6,4-5.

(32) Cf Lc 1,46-49.

(33) Sant'Agostino, De civitate Dei, 10, 6: CSEL 401, 454-455 (PL 41, 283).

(34) Cf Am 5,21-25.

(35) Cf Is 1,10-20.

(36) Cf Os 6,6.

(37) Cf Eb 9,13-14.

(38) CIC canone 1191, § 1.

(39) Cf At 18,18; 21,23-24.

(40) Cf CIC canone 654.

(41) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 42: AAS 57 (1965) 48-49.

(42) Cf CIC canoni 692. 1196-1197.

(43) Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 1: AAS 58 (1966) 930.

(44) Cf Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 2: AAS 58 (1966) 931.

(45) Concilio Vaticano II, Dich. Nostra aetate, 2: AAS 58 (1966) 741.

(46) Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 14: AAS 58 (1966) 940.

(47) Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 1: AAS 58 (1966) 930.

(48) Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, 13: AAS 58 (1966) 849.

(49) Cf Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 1: AAS 58 (1966) 930.

(50) Cf Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, 13: AAS 58 (1966) 850.

(51) Cf Leone XIII, Lett. enc. Immortale Dei: Leonis XIII Acta, 5, 118-150; Pio XI, Lett enc. Quas primas: AAS 17 (1925) 593-610.

(52) Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 2: AAS 58 (1966) 930; cf Id., Cost. past. Gaudium et spes, 26: AAS 58 (1966) 1046.

(53) Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 2: AAS 58 (1966) 931.

(54) Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 6: AAS 58 (1966) 934.

(55) Cf Leone XIII, Lett. enc. Libertas praestantissimum: Leonis XIII Acta, 8, 229-230.

(56) Cf Pio XII, Discorso ai partecipanti al quinto Convegno nazionale Italiano dell'Unione dei Giuristi cattolici (6 dicembre 1953): AAS 45 (1953) 799.

(57) Cf Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 2: AAS 58 (1966) 930-931.

(58) Cf Pio VI, Breve Quod aliquantum (10 marzo 1791): Collectio Brevium atque Instructionum SS. D. N. Pii Papae VI, quae ad praesentes Ecclesiae Catholicae in Gallia [...] calamitates pertinent (Roma 1800) p. 54-55.

(59) Cf Pio IX, Lett. enc. Quanta cura: DS 2890.

(60) Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 7: AAS 58 (1966) 935.

(61) Cf Mt 23,16-22.

(62) Cf Is 44,9-20; Ger 10,1-16; Dn 14,1-30; Bar 6; Sap 13,1-15,19.

(63) Cf Sal 42,3; ecc.

(64) Cf Ap 13-14.

(65) Cf Gal 5,20; Ef 5,5.

(66)Origene, Contra Celsum, 2, 40: SC 132, 378 (PG 11, 861).

(67) Cf Dt 18,10; Ger 29,8.

(68) Cf Lc 4,9.

(69) Cf 1 Cor 10,9; Es 17,2-7; Sal 95,9.

(70) Cf CIC canoni 1367. 1376.

(71) Cf At 8,9-24.

(72) Cf già Is 55,1.

(73)CIC canone 848.

(74) Cf Lc 10,7; 1 Cor 9,4-18; 1 Tm 5,17-18.

(75)Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 19: AAS 58 (1966) 1039.

(76)Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 20: AAS 58 (1966) 1040.

(77)Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 20: AAS 58 (1966) 1040.

(78) Cf Rm 1,18.

(79)Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 19: AAS 58 (1966) 1039.

(80) Cf Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 20: AAS 58 (1966) 1040.

(81)Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 21: AAS 58 (1966) 1040.

(82)Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 21: AAS 58 (1966) 1042.

(83) Cf Nm 21,4-9; Sap 16,5-14; Gv 3,14-15.

(84) Cf Es 25,10-22; 1 Re 6,23-28; 7,23-26.

(85)San Basilio Magno, Liber de Spiritu Sancto, 18, 45: SC 17bis, 406 (PG 32, 149).

(86)Concilio di Nicea II, Definitio de sacris imaginibus: DS 601; cf Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de invocatione, veneratione et reliquiis sanctorum, et sacris imaginibus: DS 1821-1825; Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 125: AAS 56 (1964) 132; Id., Cost. dogm. Lumen gentium, 67: AAS 57 (1965) 65-66.

(87)San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 81, a. 3, ad 3: Ed. Leon. 9, 180.

(88) Cf Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, 15: AAS 58 (1966) 940.



APPLICAZIONI DEL I° COMANDAMENTO

 

A) La prima parte del comandamento ("io sono il Signore Dio tuo") porta il discorso immediatamente sulla

- FEDE in Dio e nella sua rivelazione: distinguere tra fede

naturale e fede cristiana.

- AMORE DI DIO E AMORE DEGLI UOMINI: con lo sviluppo di una

cultura di amore 

- sull'ATEISMO sia come concezione atea della vita che come vita atea.

- Questo suppone l'accettazione di Dio come Padre: quale ci è rivelato in

Gesù 

- l'obbligo di cercare Dio; contare su Dio; essere riconoscenti; saper

ricevere 

- Ricevere la comunione con Dio: ritornando a Dio mediante la penitenza, la preghiera (il culto cristiano di latria, dulia, iperdulia); la vita sacramentale.

*Dulia=venerazioni a santi e reliquie;

Iperdulia=venerazione speciale dovuta solo a Maria*

- Differenza fra la fede degli altri popoli e la fede di Abramo.-

-FEDE=togliere il velo da... entrare in comunione con...-

 

B) I peccati contro il primo comandamento:

- concezione atea della vita e vita atea: materialismo, marxismo ateo militante, laicismo.

- empietà = rifiutare a Dio il culto che gli è dovuto

 

La superstizione di culto indebito comprende:

a) l' idolatria: prestare culto divino a divinità immaginarie o al demonio o a qualche altra creatura

b) divinazione: è la superstizione per cui si cerca di conoscere (indovinare) cose occulte o future, ricorrendo tacitamente o espressamente al demonio: tali sono per es. la chiromanzia, l'astrologia, il gioco delle carte ecc.

c) vana osservanza: è l'uso di mezzi inadeguati per ottenere determinati effetti, ricorrendo tacitamente o esplicitamente al demonio. Sono peccati di vana osservanza: 1) l'attribuire forza miracolosa o infallibile a cose che non l'hanno: per es. portare il cornetto, la mano a corno, qualche portafortuna per salvarci da qualche disgrazia, il recitare una preghiera un determinato numero di volte ecc.. 2) il pretendere di guarire le malattie con segni, gesti, con parole e con rimedi inadatti. 3) ritenere infausti o fausti certi giorni (venerdì) o certi numeri (il 13), o gli incontri con certe persone o cose (il gobbetto, il versare l'olio, il sale, il gatto nero ecc.) 4) fare gli scongiuri per l'incontro di determinate persone, per allontanare le disgrazie, il malocchio ecc.

d) spiritismo: è la superstizione per cui si comunica con gli spiriti cattivi per conoscere da essi cose occulte o future. Lo spiritismo comprende molti fenomeni, alcuni dei quali suppongono l'intervento di un essere intelligente. La maggior parte di questi fenomeni tuttavia dipendono da fattori umani (cause naturali). Il progresso straordinario della parapsicologia, lo studio del subconscio e delle percezioni extrasensoriali hanno mostrato che, in effetti, certi medium possiedono una predisposizione particolare a servirsi di capacità psichiche ancora poco conosciute. Non si può assolutamente dire che si tratta soltanto di un inganno. Ma niente di più (R. Girault, credere in dialogo, peg. 273-276). Più spesso si tratta di trucchi più o meno ben congegnati. La proibizione da parte della Chiesa è tassativa nel caso di ricerca di interventi di esseri intelligenti: spiriti, anime ecc.: basta ricordare le proibizioni bibliche per es. I Sam. 28, 7-25). Negli altri casi, a nostro parere, la pericolosità consiste nell'indebolimento più generale di tutta la psiche, con conseguenze incalcolabili per tutta la vita della persona e specialmente per la fede. Spesso si trova gente, che di fatto parla più del demonio che di Dio.

(Su tutta la questione cfr. "Le forme molteplici della superstizione: fede cristiana e demonologia". Documento della Sacra Congregazione per la dottrina della fede:

dottrina della fede. Osservatore Romano 26 Giugno 1975, pag. 6-7; Fnk. Vat.V°, 1347-1393.)

e) Culto falso: è il culto reso a Dio che contiene elementi falsi o indebiti: rivelazioni false ecc.

f) culto superfluo: è il culto in cui si inseriscono pratiche estranee alla dottrina e alla consuetudini della Chiesa: la messa detta con un determinato numero di candele, da un sacerdote di una determinata età, la catena di S. Antonio ecc.. Tale culto è vano perché si pretendono effetti in base alle circostanze in cui si svolge.

Altri peccati contro il primo comandamento:

- Irreligiosità: l'atto con cui si attenta all'onore dovuto a Dio: direttamente (tentare Dio), indirettamente (nelle cose e persone sacre: sacrilegio, simonia)

a) tentare Dio: mettere Dio alla prova, come pretendere un miracolo senza ragione, temerariamente; pretendere di guarire da una grave malattia solo per l'intervento di Dio, senza prendere le medicine e i mezzi naturali.

b) Sacrilegio: è la profanazione di una persona, di una cosa, di un luogo sacro.

c) Simonia: è comperare o vendere cose spirituali (da Simon Mago: Atti 8, 9ss.)

- L'apostasia: è l'atto esterno con cui il cristiano rinnega la propria fede per abbracciare qualunque altra religione.

- L'eresia: è la negazione ostinata di qualche verità rivelata da Dio e insegnata dalla Chiesa (suppone che si conoscano le verità rivelate).

- Il dubbio volontario ( e il dubbio metodico)

 

- L'ignoranza colpevole delle verità della fede: è colpevole tanto chi dovrebbe sapere, quantochi, potendo, avrebbe dovuto insegnare, formare, educare ecc..

C) Riguardo alla seconda parte del I° comandamento ("non devi farti alcuna immagine") le esigenze sono molteplici:

1) Non cambiare Iddio con le immagini che di Lui ti sei fatto.

2) Dio è diverso:" l'Alleanza fra Dio e il suo popolo non significa che

C) Riguardo alla seconda parte del I° comandamento ("non devi farti alcuna immagine") le esigenze sono molteplici:

1) Non cambiare Iddio con le immagini che di Lui ti sei fatto.

2) Dio è diverso:" l'Alleanza fra Dio e il suo popolo non significa che ora tra Dio e l'uomo esista una "cogestione paritetica" (A. Deisler)".

3) Il Dio umano: è persona

4) critiche delle nostre idee di Dio

5) Dio contro i, (al di là dei) nostri interessi

6) Ketisch e talismano

7) L'aiuto dei non credenti

8) L'uomo immagine di Dio.

(tutti questi temi suggeriti dalla seconda parte del primo comandamento, leggerseli attentamente in PESCH, i 10 Comandamenti Queriniana. pag. 26-45).