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agnus dei

Lc 10,17-20
"I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli»".

La nostra debolezza nell'incidere nel mondo e nell'essere credibili non sta nella forza degli argomenti ma in quella di un solo argomento che è un fatto: appartenere a Cristo.
Senza "sé" e senza ma.

È questa appartenenza che va coltivata con tutti i mezzi possibili e con la passione degli amanti.
Sia per i sacerdoti, che per i consacrati che per i coniugati. Ogni fedele è chiamato a questa appartenenza, con tutto sé stesso.

Tutte queste straordinarie vocazioni che il Signore ha donato all'umanità e alla Chiesa sono sponsali e nella sponsalità di Cristo trovano senso, vigore, forza, passione, gioia.
Chi ha fatto l'esperienza dell'itineranza e della predicazione semplice, non solo porta a porta, ma in tutti i luoghi umanamente possibili, ricchi e poveri, belli e malfamati... sa che l'unico cibo che si porta e si dona è Gesù.
E questo smuove le montagne dei cuori.
Nel nome di questa appartenenza si cambia il luogo, il sociale, si costruiscono pozzi e ospedali.
Si fa la carità e la solidarietà. Ci si immerge in miserie umane inenarrabili con la gioia del Risorto e soprattutto con il Suo ineludibile aiuto e con la Sua Grazia.

Ma se manca questa appartenenza (come segno di una conversione costante) non siamo più agnelli ma lupi tra lupi e perdiamo sapore.

Solo lo spraghis battesimale (Ap. 7,2ss), il vero tatuaggio, zittisce satana, perchè siamo rinati nell'appartenere a Gesù. Questo significa essere radicali.
Altre definizioni di "radicale" fanno sorridere e generano tristezza.

Gesù è tutto. È la nostra ricchezza.
Stringerlo come il bene più prezioso. Amarlo, desiderarlo, cercarlo, respirarlo. Qui, in questa appartenenza personale e come Chiesa sta la nostra gioia, il nostro avere il "nome scritto nei cieli" (Lc. 10,20).
Un nome che porta frutto se non è sbiadito dalla tiepidezza ma rinnovato dalla veemenza e dalla violenza unica che ci chiede Cristo: essere totalmente suoi.

Nella scuola dell'appartenenza tutti siamo discepoli soprattutto chi ha responsabilità pubbliche e sociali.
Ma non ci si confonda, non si può appartenere a Cristo senza dire sì al Papa e al magistero della Chiesa; sempre!

Chi cerca altre strade, progressiste, alternative, o viceversa conservatrici, non è più agnello, ma lupo tra i lupi e non ragiona più nella logica della croce ma in quella di Giuda di Keriot. Magari in buona fede ma, in certo qual modo, vuole insegnare a Dio il suo mestiere e a Pietro come essere Pietro. Si stacca dalla vita e si perde.
Così smette di essere agnello e di avere il solo bene e la sola forza che è Cristo ma si trascina tutti i fardelli di bisaccie, di beni effimeri, della propria coscienza ferita e di ogni ingombro come un pesante e stancante macigno che rende incapaci di amare nel nome di Gesù.

La strada è dunque quella dell'umile e ferma appartenenza e nel contempo quella dei tagli con tutto ciò che ci impedisce seriamente e responsabilmente di essere di Cristo.
Tutto il resto che non ci consente di essere "agnelli" nell'Agnello, è vanità... e di quella più becera e stolta, perché rischia di portarci alla seconda morte.

PiEffe

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