Massimo Camisasca 28/01/2009
[La personalità di Paolo di Tarso e la nostra vita di oggi]
Se volessi questa sera esporre a voi la dottrina di Paolo, il suo pensiero, occorrerebbero molte ore. Voglio fare qui una cosa più modesta, ma per me ancora più importante: mettere in voi il desiderio di incontrare san Paolo, almeno quello che compare tante volte nella liturgia della domenica. Voglio presentarvi, cioè, gli aspetti per me più impressionanti della sua personalità. Non troverete perciò nelle mie parole tanti temi fondamentali della sua teologia. Chiedo scusa sin da ora. Desidero piuttosto, come un pittore, raffigurare ai vostri occhi il volto di quest'uomo ...
Il persecutore
Paolo di Tarso è senza alcun dubbio una delle figure più grandi di tutta la storia dell'umanità. È come se in lui convivessero molte personalità, fuse da una considerazione assolutamente unitaria degli scopi della propria esistenza, che a mano a mano andavano mutando ed insieme approfondendosi. Parleremo innanzitutto della sua forza e poi della sua dolcezza.
Possiamo essere impressionati dalla violenza e dalla forza con cui egli, divenuto discepolo fin dalla più tenera età di uno dei massimi maestri del giudaismo, Gamaliele, si dedicasse alla ricerca e alla denuncia dei cristiani, intuiti giustamente da lui come una pericolosa eresia giudaica, che nascondeva all'interno una forza misteriosa tale da esigere una altrettanto vigorosa reazione. È lui che descrive se stesso e questa sua energia: Io ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia (1Tm 1,13). Anch'io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, [...] molti dei fedeli li rinchiusi in prigione [...] cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all'eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere (Atti 26, 9-11). Infine, con estrema sintesi, in una sua lettera scrive: Ho perseguitato la Chiesa di Dio (1Cor 15,9).
La rivelazione
Dopo la lapidazione di Stefano, a cui Paolo assistette e a cui diede il suo voto (cfr. At 7,57-8,1), inizia in lui un sommovimento interiore, opera certamente dello Spirito. L'Holzner scrive: «Nei suoi ricordi la scena della lapidazione di Stefano ritorna a più riprese (At 22,20 e 26,10; Gal 1,23; 1Cor 15,9). Saulo non dimenticò mai più quel giorno. Lo struggerà il ricordo per tutti i giorni della sua vita». Sant'Agostino annota: «Se non ci fosse stata la preghiera di Stefano, la Chiesa non avrebbe avuto Paolo». Inizia così un lungo cammino che lo porterà lentamente ad aprirsi ad un giudizio profondamente nuovo sulla sua vita passata. Scoprirà che il fanatismo con cui serviva la legge non era altro che una volontà titanica di chiudere gli occhi di fronte all'impossibilità di salvarsi con le proprie forze. Fu la scoperta che egli non riusciva a servire come avrebbe voluto la legge, quella legge a cui egli voleva dedicare tutta la vita e che era Dio stesso. La scoperta che il peccato dominava la sua esistenza. Non si trattava, dunque, di negare la legge, ma di trovare la strada per viverla, quella strada che non poteva essere individuata nella sola volontà dell'uomo.
Il dissidio nella sua personalità
«L'intimo dissidio tra la volontà e l'attuazione lo torturava». Paolo da solo non sarebbe riuscito a dare una risposta, sarebbe probabilmente caduto in una terribile depressione tipica di quegli spiriti totalitari qual era lui. Viveva una irrequietezza interiore che aveva bisogno di amori estremi e definitivi. Da questo angosciante dissidio tra il senso acutissimo del proprio male e il senso altissimo della propria personalità, essendo impossibile per lui ogni ipocrita conciliazione, lo salvò Gesù.
L'esperienza della grazia
Nell'impotenza radicale dell'uomo l'esperienza della grazia fu il pilastro decisivo su cui si costruì tutta la personalità e l'esperienza di Paolo. Questa parola, "grazia", è stata talmente usata ed abusata da aver perso ormai agli occhi di tutti la potenza del suo valore originario. La grazia infatti per Paolo indica innanzitutto e soprattutto, e potremmo dire in un certo senso esclusivamente, la persona di Gesù ...
Tocchiamo qui, fra l'altro, uno dei punti più significativi dell'insegnamento di don Giussani. Non è un caso che egli abbia lungo tutta la sua vita così potentemente privilegiato, assieme al vangelo di Giovanni, le lettere di san Paolo. Per Giussani la grazia, che è la vita stessa di Dio, si comunica a noi attraverso la forma di un incontro: «L'avvenimento cristiano ha la forma di un incontro: un incontro umano nella realtà banale di tutti i giorni. Un incontro umano per cui Colui che si chiama Gesù, quell'uomo nato a Betlemme in un preciso momento del tempo, si rivela significativo per il cuore della nostra vita».
Per Paolo questo incontro accadde sulla strada che collegava Gerusalemme a Damasco. Impregnati come siamo, e giustamente, dalle pitture di Michelangelo e Caravaggio, immaginiamo Paolo che corre a cavallo e cade, abbagliato da una luce. Niente di tutto ciò troviamo nelle lettere e neppure negli Atti degli apostoli.
Paolo non usa mai la parola conversione. Parla invece di rivelazione e più ancora di vocazione. Egli vive l'esperienza precisa e concreta di sentirsi chiamato per nome da uno che rimproverandolo esprime, proprio in quell'atto, di avere a cuore la sua persona come nessun altro. Si sente sconvolto. Proprio lui che Lo perseguita è oggetto di questa attenzione misericordiosa che lo risolleva da una vita disperata e gli apre la strada di una nuova esistenza piena di scoperte, di avventure! Nella rivelazione che Gesù fa a Paolo di cose nascoste da secoli e preparate per lui, egli vede la testimonianza tangibile di un amore sconfinato e incomprensibile di cui non riesce e non riuscirà mai a capacitarsi. Lapidariamente in una sua lettera scriverà: ha amato me e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). E in quel me c'è tutto lo sconvolgimento di fronte all'infinitudine di Dio che si curva sulla nostra nullità per farci partecipi della sua grandezza.
Perché ha scelto Paolo?
Questo amore di Cristo, come ogni altro amore vero, non ha ultimamente spiegazioni. Noi però non possiamo fermarci qui. In punta di piedi desideriamo penetrare nel mistero di questo amore. Perché Gesù ha scelto Paolo? Non gli bastavano gli altri apostoli? Soprattutto: non gli bastavano Pietro e Giovanni, quello che più amava e quello da cui era più amato? Cosa cercava in Paolo, cosa voleva da lui? Non possiamo sottrarci a queste domande, come non possiamo sottrarci al fatto che Gesù abbia voluto attorno a sé, già nella sua vita terrena, persone diverse. Di alcune di loro conosciamo abbastanza dettagliatamente il temperamento, lo stile, le reazioni, persino un certo itinerario esistenziale. Pensiamo, per esempio, a Giovanni che da "figlio del tuono", irruente e indisciplinato, diventerà addirittura il simbolo della tenerezza e dell'amore ripiegato sul seno dell'amico.
Gesù vuole intorno a sé la diversità. Sceglie chi vuole, sceglie per pura grazia, perché nessuno si senta escluso. Sa che nessun uomo, per quanto grande, potrà mai esprimere i variegati colori della sua divina umanità. Non a caso ci saranno molti vangeli, che suppliscono al fatto che Gesù non ha voluto scrivere nulla, e la Chiesa ne sceglierà quattro. Gesù è tutto nella storia che nasce da Lui, negli uomini che Egli sceglie e che diventano, nella misura della loro adesione a Lui, una rifrazione di Lui. I santi sono tutto ciò che di Cristo non è esplicitamente raccontato nei Vangeli. Così è stato Paolo che amo considerare, assieme a Matteo, Marco, Luca e Giovanni, l'autore del "pentateuco del Nuovo Testamento", come vi è un pentateuco nell'Antico.
In secondo luogo la pluralità delle scelte dice che ciò che Cristo vuole portare è la comunione. Gesù sceglie persone diverse e affida a ciascuna un compito che non può essere svolto dall'altra. Questo deve far riflettere ognuno di noi sulla importanza decisiva e assoluta che ha la singola persona per Gesù e sul fatto che ciascuno di noi ha un compito che non può essere svolto da nessun altro. Se non lo compiamo noi rimarrà incompiuto.
Gesù ci sceglie proprio per la nostra particolare personalità. Egli non la stravolge intervenendo in essa, non interviene magicamente. Tutto ciò lo vediamo magnificamente in Paolo. Gesù ha scelto Paolo non nonostante la sua violenza, ma proprio perché violento. Egli infatti voleva usare di questa energia totale di Paolo cambiandole di segno, come ha usato dell'irruenza infantile di Pietro, della giocosità drammatica di Francesco d'Assisi o della semplicità essenziale di Teresa di Lisieux. Simone diventa Pietro, Saulo diventa Paolo, ma le pieghe della loro personalità, i loro limiti, i loro peccati rimangono, finalizzati ad una storia nuova. La Chiesa non ha paura delle tensioni: le tensioni tra Paolo e Pietro sono state molto forti. Se non ci fosse stato lo Spirito Santo si sarebbe arrivati ad una rottura. Paolo ha una sconfinata cultura che Pietro non ha, una complessità temperamentale che Pietro non ha. Pietro è tutto d'un pezzo, è scolpito nella roccia (rifiuta e piange). Paolo invece racchiude una complessità psicologica: Pietro pecca per eccesso di semplicità, Paolo per eccesso di complessità.
Personalità problematica?
Giustamente Romano Guardini nel suo libro Gesù Cristo annota che tutta la personalità altamente problematica di Paolo continua ad esistere anche dopo l'incontro con Gesù ...
La tenerezza di Paolo
Non è un caso perciò che assieme all'«impegno totalitario, trascinatore, troviamo in Paolo gli accenti di una commovente dolcezza» - scrive ancora l'Holzner. «Sotto lo sguardo sfolgorante del Risorto enormi riserve di energie appetitive si liberarono in Paolo, il fanatismo si mutò in potenza d'amore, che saprà manifestarsi più tardi con la tenerezza e la dolcezza di una madre».
L'itinerario è chiaro. Paolo vede nelle persone che si stringono attorno a lui, nelle piccolissime comunità poste nell'immenso oceano dell'Impero romano, il volto stesso, la realtà stessa di Colui che lo ama. Non c'è in lui distinzione tra amare Cristo e amare i suoi. Glielo aveva insegnato Gesù in quel Perché mi perseguiti? (At 9,4; 22,7; 26,14). In tutta la letteratura d'amore dei secoli, in Ovidio, in Orazio, in Dante, in Petrarca, su fino agli spasimi d'amore degli scrittori dei nostri giorni, non riusciamo a trovare una tenerezza eguagliabile a quella di Paolo, così virile e così forte nello stesso tempo, sia verso singole persone, che verso comunità intere. Risentiamo alcune di queste espressioni ...
Crocifisso con Cristo
Dopo l'incontro sulla strada verso Damasco, Paolo concepisce se stesso come un uomo abitato interamente da Gesù. Si fa fatica a rendere la potenza delle sue parole. Servo di Cristo Gesù, scrive ai Romani (1,1) e in questo "servo" c'è tutto il desiderio di vivere in relazione con Lui, di servire con tutto se stesso a Lui. Questa sarà la potente esperienza di Paolo, la sua libertà nel servire Gesù. La libertà non consiste nel non servire a nessuno. Si è liberi quando si trova Colui che realizza la nostra umanità ...
È chiamato e mandato da un altro. Tutto egli vede ormai attraverso Gesù e tutto gli interessa soltanto in quanto ogni cosa lo porta a Gesù: tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo (Fil 3,8). Questa conoscenza non è l'apprendimento di una teoria, è una esperienza ... in cui si fa fatica ad entrare e in cui si avverte l'abisso di una immedesimazione da cui ci sentiamo nello stesso tempo attratti e respinti. L'espressione della lettera ai Galati è veramente da imparare a memoria ed è stata una delle più commentate, ricordate e ripetute da don Giussani con le sue traduzioni originali e significative. Pare ancora di sentirlo dire, anzi gridare: Vivo, non io, è Cristo che vive in me. E poi: Pur vivendo nella carne (ha voluto che fosse anche il [titolo di un suo libro] ) io vivo nella fede del Figlio di Dio ... é stato proprio merito di Paolo avere aperto il cristianesimo a questa assoluta coscienza, che il cristiano è realmente un nuovo Cristo, una sola cosa con Lui. È Cristo che vive in questo tempo, in queste condizioni di vita. Nella precarietà della nostra carne è Lui che si fa contemporaneo agli uomini di ogni epoca.
Fatevi miei imitatori
Vorrei che tutti fossero come me (1Cor 7,7). È talmente forte per Paolo l'esperienza che vive del suo rapporto con Cristo da desiderare che ciascuno sia come lui. Vorrebbe che tutti vivessero come lui, che tutti avessero il suo dono, che tutti entrassero nelle sfumature di rapporto che lui vive con la realtà. Ma poi si rende conto che non può essere così, che ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro ...
La decisione radicale con cui egli conduceva la propria vita e la propria vocazione rendeva capace di tenere assieme le realtà più diverse, di rispondere alle problematiche più disparate, di non aver paura delle crisi più drammatiche.
La forza d'animo di Paolo
Paolo fu un uomo dall'incredibile forza fisica, lo dimostra il numero dei suoi viaggi, i chilometri percorsi a piedi o in nave, attraverso il deserto, le città e le grandi metropoli di allora. I suoi stessi compagni di viaggio facevano fatica a stargli dietro. Certamente il dono di una forza così grande fu lo strumento prezioso di cui Cristo si servì per portare il Vangelo alle genti, ma la cosa più sorprendente per noi, e che in fondo ci interessa di più, è la forza d'animo di Paolo ...
Sempre lì sta l'origine di tutto per Paolo: la voce di Gesù, la persona di Gesù, la sua presenza che gli è continuamente al fianco e continuamente gli parla. Tutto posso in colui che mi dà la forza (Fil 4,13). Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza (2Tm 1,7).
Uno strano dissidio. Tra forza e debolezza
Eppure ancora una volta Paolo sperimenta in sé uno strano dissidio. Questa forza, che pure lo conduce ad imprese che stupiranno milioni di cristiani convive in lui con l'esperienza continua della debolezza ...
Ma l'espressione forse più impressionante di questo paradosso è quella in cui Paolo dice: sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni (cfr. 2Cor 7,4).
La legge e la salvezza
Quando leggiamo le lettere di san Paolo, soprattutto quelle ai Romani e ai Galati, troviamo continuamente ripresa e contraddetta l'esperienza della salvezza attraverso la legge. Abbiamo visto come Paolo sia stato educato all'osservanza assoluta della legge ... All'obbedienza esteriore e ossessiva già i profeti avevano aperto la porta all'osservanza interiore. Là dove Dio parla all'uomo e lo rende capace di ciò che senza di Lui non potrebbe mai fare. È l'inizio della rivoluzione. Non l'abolizione della legge, ma la scoperta che essa sarebbe soltanto una tavola che dichiara i nostri peccati e la nostra morte se non fossimo resi capaci da un altro di amare Dio e il prossimo ...
Libertà è una delle parole più importanti del vocabolario greco del tempo: liberi erano coloro che costituivano il cuore della nazione, delle città, ma Paolo ribalta completamente il senso di quella parola. Mostra quale schiavitù vi fosse in realtà dietro quella libertà e quale libertà invece è resa possibile dietro questa nuova obbedienza.
Cattolicità di Paolo
Con Paolo il nuovo popolo si apre per accogliere tutti i popoli del mondo. In continuità e discontinuità con il popolo ebraico, la Chiesa nasce da Abramo, ma non è più rapporto esclusivo con una sola etnia.
Paolo non rinnegherà mai la sua appartenenza al popolo ebraico. Mentre rinnegherà il suo passato di persecutore, sentirà gli ebrei come i fratelli più cari, quelli a cui Dio si è legato con promesse eterne, che non sono revocabili: i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rm 11,29). Arriva a dire che vorrebbe essere lui stesso scomunicato a loro favore, buttato fuori lui perché essi possano entrare. E comunque prevede il loro ritorno nell'unica Chiesa di cui rimangono la radice fondamentale. Noi siamo fratelli minori come dirà Giovanni Paolo II, Paolo dice dei rami innestati (cfr. Rm 11,23-24). Ma la sua attenzione si rivolge al mondo, ai pagani: sono loro che deve conquistare a Cristo ... Paolo vuole risvegliare in tutti gli uomini il lume della ragione che Dio ha messo in ciascuno in quanto immagine di Dio. Sa di poter parlare con chiunque, in nome proprio di questa comune umanità. Non esita a parlare di una legge scritta nel cuore di ogni uomo (cfr. Rm 2,15) di cui la coscienza rende testimonianza e che emerge nei ragionamenti. Il suo dialogo nell'Areopago di Atene rimane l'espressione più alta di questo suo tentativo. Apparentemente sconfitto, egli in realtà ne esce vincitore perché traccia quella che sarà d'ora in poi la strada che vuol far percorrere ad ogni uomo. Dare un nome al Dio nascosto (At 17,23), rivelare quanto l'uomo attende senza saperlo.
I collaboratori
Un ultimo tema, quello dei collaboratori. Paolo, benché avesse una personalità così singolare come ho cercato di descrivere, ha sempre voluto non solo viaggiare con dei collaboratori, ma prima ancora ha sentito la necessità di avere accanto a sé degli amici, di farli partecipi del suo ministero, di educarli. Non erano semplicemente degli esecutori. Lo testimoniano anche le frizioni che sono nate con alcuni di loro e alcuni abbandoni. D'altra parte le prime missioni cristiane, già al tempo di Gesù, sono state sempre composte da due inviati ...
© Sguardo Leale
UN VIOLENTO A CUI È STATA USATA MISERICORDIA
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