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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

La pace che è abbandono a Dio nel canto di Piccarda Donati

di Inos Biffi

Col terzo canto del Paradiso incominciano ad apparire a Dante le anime beate:  egli sta salendo "di soglia in soglia" (verso 82) verso l'Empireo, dove, nell'estasi, si compirà la sua visione del mistero di Dio.
In questo primo cielo, quello lunare - che diffonde pacatamente intorno a sé una luce perlacea e traslucida, che si riflette tutt'intorno sulle sembianze degli spiriti - il poeta incontra coloro il cui voto di consacrazione religiosa, sia pure incolpevolmente, è venuto meno.
 Dante fa il nome di due spiriti presenti in questo cielo "per manco di voto" (verso 30):  quello di Piccarda Donati e quello di Costanza di Svevia. Le vicissitudini dell'una e dell'altra, rievocate con finissima delicatezza di tratti, sono disposte in un'alta e chiara visione teologica, secondo il carattere che contrassegna la cantica del Paradiso e che lo fa definire:  una teologia che diventa luminosa e che si fa poesia.
È, questo terzo, del Paradiso, il canto dell'abbandono alla volontà divina, della gioia e della pace che scaturiscono e si propagano dalla consonanza a quello che è gradito a Dio; ed è come dire una diffusa carità, senza insoddisfazioni o inquietudini o rimpianti.
Ma prima di illustrare questa pace, soffermerei l'attenzione su un'espressione che apre il canto. Il poeta dichiara che Beatrice, rispondendo a una sua domanda, gli ha scoperto "di bella verità il dolce aspetto" (versi 2-3). La verità è chiamata "bella", mentre è detto "dolce" il suo volto:  ad affermare l'intima unione e quasi il reciproco risolversi tra il verum, il pulchrum e il bonum.
È il profilo della nostra lettura del Paradiso, dove il sapere teologico si trova trasfigurato nella bellezza poetica e dove gli è riconosciuta la prerogativa di essere fonte di dolcezza.
I volti dei beati si delineano in questo canto come fossero "specchiati sembianti" (verso 20), o immagini riflesse "per vetri trasparenti o per acque nitide e tranquille" (versi 10-11):  il loro aspetto si delinea e giunge alla vista lentamente, come "perla in bianca fronte" (verso 14) - e sugli stessi versi sereni e tersi sembra diffuso il tenue nitore del cielo lunare. Viene, allora, d'istinto al poeta di volgersi alle persone fisiche che crede riverberate in quelle onde.
A richiamare Dante alla realtà e invitarlo a porre delle domande è ancora una volta la "dolce guida", che è tutta un lume, brillante negli "occhi santi" (versi 23-24), e un sorriso:  è l'aspetto abituale di Beatrice, fatto di gioia luminosa e ardente, e di santità, che sono poi i caratteri che distinguono la condizione del paradiso, luogo della "verace luce" (verso 32). Così appare subito Piccarda:  "con occhi ridenti" (verso 42). È la grazia, anzi già la gloria dei beati, che si trasforma in un sorriso di luce.
L'"ombra" che il poeta interroga è quella di Piccarda Donati, alla quale chiede di rivelare il proprio nome e di parlare della sorte degli spiriti del cielo della Luna.
Il tenore della domanda è denso di teologia:  "O ben creato spirito, che a'rai / di vita etterna la dolcezza senti / che, non gustata, non s'intende mai, / grazïoso mi fia se mi contenti / del nome tuo e de la vostra sorte" (versi 37-41).
Piccarda è chiamata spirito "ben creato" - ossia riuscito o che ha raggiunto il suo fine - che prova una dolcezza che può conoscere solo chi la sperimenta.
È la dottrina insegnata dai dottori mistici, noti a Dante:  la gioia amorosa e quindi il gusto di Dio attinti nell'estasi mistica non sono assaporati né possono essere compresi da chi non li condivida:  il poeta, del resto, trasferisce sul piano soprannaturale quanto già avviene in questo mondo:  unicamente colui che ama può veramente sapere che cosa sia l'amore.
Ed è, in fondo, la ragione per la quale Dante andrà ripetendo che il contenuto del paradiso non è dicibile, e che esso rimane precluso a chi sia estraneo alla condizione del poeta, diventata, in virtù della sua laboriosa purificazione, connaturale al paradiso, così da far sorgere la persuasione che per l'Alighieri stesso la composizione del Paradiso fu ben più che un'opera di proporzioni e di fantasia letteraria.
Lo spirito al quale Dante si è rivolto rivela il proprio nome, osservando che il suo rispondere manifesta la carità che contrassegna gli abitanti del paradiso, ed è conforme alla stessa carità di Dio, aperta a ogni giusto desiderio:  "I'son Piccarda" (verso 49).
Il poeta l'ha conosciuta nel mondo, dove fu "vergine sorella", e ora la può riconoscere, pur nel suo "esser più bella" - rispetto alla bellezza che già l'aveva avvolta sulla terra - anche se nella sfera più lenta, perché più lontana dal Primo Mobile, il cielo più veloce. Ma questo non intacca o non àltera la sua gioia:  essa scaturisce tutta dalla conformità dei suoi affetti al volere dello Spirito Santo che arde in lei, ed è quindi pienamente gustata nel grado di beatitudine da lui assegnato a quanti non hanno portato a compimento i voti:  "Li nostri affetti, che solo infiammati / son nel piacere de lo Spirito Santo, / letizian del suo ordine formati. / E questa sorte che par giù cotanto, / però n'è data, perché fuor negletti / li nostri voti, e vòti in alcun canto" (versi 52-56).
Dopo quelle parole di Piccarda, Dante - in un primo tempo confuso dal "non so che di divino" (verso 59), che risplende nei "mirabili aspetti" (verso 58) di quei beati e li trasmuta - ora dichiara di riconoscerla, e prosegue a interrogarla:  egli vuol sapere se non sia vivo in loro il desiderio di un "più alto loco" (verso 65), per una visione divina più penetrante e una maggiore comunione di amore.
Piccarda, dopo un breve sorriso - "sorrise un poco" (verso 67) - risponde pervasa di letizia e ardente dell'amore dello Spirito - il "primo foco" (verso 69) che le infiamma il volto. La carità posseduta dai beati - spiega Piccarda articolando e prolungando la sua risposta "teologica", concettualmente argomentata - li acquieta nel possesso gioioso e tranquillo della beatitudine loro destinata - "la nostra volontà quïeta/ virtù di carità" -, e non lascia spazio ad altro desiderio - "d'altro non ci asseta" (versi 70-72).
Non è pensabile nei beati una discordanza dal volere di Dio, poiché essere nelle sfere celesti significa "essere in carità", ed è nella natura della carità la perfetta consonanza alla volontà divina, che variamente elargisce la felicità celeste.
È proprio della beatitudine questa consonanza:  "è formale ad esto beato esse / tenersi dentro alla divina voglia, / per ch'una fansi nostre voglie stesse" (versi 79-81).
Ai beati, disposti "di soglia in soglia" nel regno dei cieli, piace quanto piace a Dio, e l'accordo con lui avvolge tutti. È facile avvertire nel parlare di Piccarda il modo di esprimersi caratteristico della "scolastica", tutto intessuto di concetti di procedimenti logici:  "Un esempio del parlare teologico del Paradiso che innalza il linguaggio a dir cose fino allora del tutto ignote al volgare" (Anna Maria Chiavacci Leonardi).
Ed ecco il mirabile verso conclusivo, in cui Dante raggiunge uno dei vertici sublimi della sua teologia:  "Èn la sua volontade è nostra pace" (verso 85). L'uomo trova la sua inalterata quiete - dopo l'inquietudine della sua storia nel mondo - nel completo affidamento alla volontà divina:  volontà che il poeta, ricorrendo ora al linguaggio dell'immagine, paragona a "quel mare al qual tutto si move" (verso 86).
"Il ritmo solenne e largo della terzina, l'immagine grandiosa del mare, origine e fine di tutte le acque - osservano Umberto Bosco e Giovanni Reggio - conclude in tono altamente lirico il discorso di Piccarda".
L'intero universo che si compie nel suo sfociare in Dio, dal quale è dipartito, nel suo aderire al disegno secondo il quale fu divinamente progettato, fa venire in mente il grande piano della Somma teologica di Tommaso d'Aquino, che progetta e vede tutta la realtà come un'emanazione - un exitus, da Dio, e un ritorno - un reditus, a lui:  il sommo Bene che - lo scrive lo stesso san Tommaso - acquieta il desiderio, genera la beatitudine e infonde la felicità (Summa Theologiae, i-ii, 4, 1).
Dopo quelle luminose parole, Dante si rende conto che, pur essendo disuguale la porzione di beatitudine goduta dai beati, tutti fruiscono soddisfatti della gioia del paradiso:  "ogne dove/ in cielo è paradiso, etsi la grazia/ del sommo ben d'un modo non vi piove" (versi 88-90).
Ma ha ancora una curiosità da soddisfare:  egli vuol sapere da Piccarda quale sia stato il voto rimasto inadempiuto, o, secondo l'immagine familiare per un fiorentino, quale fu la tela che non fu tessuta fino in fondo:  "qual fu la tela/onde non trasse infino a co la spuola" (versi 95-96).
Piccarda - viene a sapere Dante - aveva fatto la scelta claustrale secondo la regola di santa Chiara - dove si vive, fino alla morte, in intima e ininterrotta comunione d'amore con Cristo sposo. Il poeta mostra, così, di aver colto perfettamente il senso della consacrazione verginale come dedizione fondata e mossa dalla carità:  con tale consacrazione - egli scrive - "si veste e vela, / perché fino al morir si vegghi [si vegli] e dorma / con quello sposo ch'ogne voto accetta / che caritate a suo piacer conforma" (versi 99-102).
Ma dal chiostro e dalla sequela di santa Chiara - che "perfetta vita e alto merto inciela / (...) più sù" - Piccarda fu sottratta a forza.
Con doloroso e struggente ricordo, che sembra riaprire ancora la ferita pur nella beatitudine celeste, essa così richiama quello strappo brutale:  "Dal mondo, per seguirla, giovinetta / fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi / e promisi la via della sua setta. / Uomini poi, a mal più ch'a bene usi, / fuor mi rapiron de la dolce chiostra:  / Iddio si sa qual poi mia vita fusi" (versi 103-108).
"La delicatissima rievocazione della vita claustrale - commentano Bosco e Reggio - e la mestizia del ricordo della violenza subita, (...) avvicinano Piccarda ad altre figure femminili del poema".
In particolare l'ultimo verso, con la sua velata ed eloquente allusività che non descrive nulla, poiché si tratta di un segreto e di una pena noti soltanto a Dio, è tra i più potenti e commoventi di tutta la Commedia.
Ma alla destra di Piccarda si trova, risplendente di tutta la luce di quel cielo, uno spirito beato che ebbe a subire la sua stessa sorte, e la stessa Piccarda lo presenta:  "Quest'è la luce de la gran Costanza" (verso 118).
"Contra suo grado e contra buona usanza" (verso 116) - anche a lei "fu tolta/ di capo l'ombra de le sacre bende" (versi 113-114), pur permanendo sempre velata nell'intimo del cuore.
Costanza fu sposa dell'imperatore Enrico vi di Svevia - figlio di Federico Barbarossa - e madre di Federico ii, e Dante crede alle voci che prima sarebbe stata monaca, poi "al mondo fu rivolta" (verso 115).
Così, il poeta "circonda la sua figura di nobile luce, quasi compensandola delle voci di discredito gettate su di lei e riconoscendole (...) un'alta virtù e una lunga sofferenza sopportata con interna fedeltà" (Chiavacci Leonardi).
Dopo la presentazione di Costanza, Piccarda, intonata l'Ave Maria, si allontana e scompare:  "Così parlommi, e poi cominciò "Ave, / Maria" cantando, e cantando vanio / come per acqua cupa cosa grave" (versi 121-123).
È un momento dolcissimo, reso ancor più soave da quel lento canto, che si spegne a poco a poco:  vi si sente traspirare tutt'intorno la serenità e la pace, che Piccarda ha personificato in sé e ha insegnato al poeta come esito del desiderio appagato nell'accoglienza della volontà divina.
Dante ha trasfigurato nella forma incantevole della poesia una dottrina teologica e soprattutto la celebre affermazione di Agostino:  "Tu, o Dio, ci hai creati per te, e il nostro cuore resta nell'inquietudine fin che non trovi pace in te" (Confessioni, i, 8).


(©L'Osservatore Romano - 9-10 marzo 2009)