di Anna Gaspari
Pontificia Università Antonianum
Nella Bibliotheca Hagiografica Graeca non figura alcun santo di nome Francesco e tuttora la Chiesa bizantina festeggia al 4 ottobre, giorno del suo dies natalis, san Ieroteo vescovo di Atene, anziché il santo di Assisi. Questo nonostante Francesco sia "certamente il santo occidentale più popolare e più amato nell'Ortodossia" per usare le parole di Marija Tatiana Alexeeva-Leskov (Francesco d'Assisi, icona della indivisa santità della Chiesa, in San Francesco educatore spirituale, a cura di Rinaldo Falsini, Milano 1982). Da questo semplice dato si comprende l'interesse del presente incontro organizzato per approfondire alcune tematiche scaturite dall'analisi paleografica, codicologica, liturgica e storica di un manoscritto databile al secolo xv, prodotto nel Salento ellenofono, contenente un'akoluthia, ovvero un'ufficiatura liturgica in lingua greca, in onore di san Francesco d'Assisi, di cui chi scrive sta curando introduzione, edizione critica, traduzione e commento, di prossima pubblicazione nella collana "Medioevo" delle edizioni della Pontificia Università Antonianum.
Perché dunque questo manoscritto, che negli anni è stato più volte oggetto di studio e di traduzione - finora però con risultati non sempre soddisfacenti - è in grado di suscitare anche a distanza di secoli così tanto interesse? Perché il culto del santo di Assisi, come si diceva, non è mai entrato nella Chiesa bizantina. Sì, è proprio così. In particolare, il manoscritto Galat. 4, conservato nella chiesa parrocchiale di Maria Ss. Assunta di Galàtone, in provincia di Lecce, è l'unico testimone che contenga un testo in lingua greca in onore del santo umbro. Si faccia però attenzione. Non è affatto una traduzione in greco di un testo latino, bensì è un testo composto ad hoc in greco e destinato alla liturgia. Prodotto quindi a uso e consumo locale, dato che il culto pubblico del santo di Assisi non è mai entrato ufficialmente nelle comunità italogreche: eppure si tratta di un'ufficiatura composta proprio per essere recitata in chiesa il giorno della sua festa e redatta conformemente alle akoluthie per i santi più importanti.Occorre notare che nell'Italia meridionale greca, seguace della Chiesa di Costantinopoli, sono venerati gli stessi santi dell'ecumene bizantina. Tuttavia non pochi sono i santi occidentali, originari dell'Italia, che hanno goduto di un culto anche nel mondo bizantino: si incontrano nel menologio imperiale, nei calendari e nelle composizioni innografiche, nei libri liturgici e nelle Vite; diversa sorte, invece, è toccata a molti santi italogreci, di cui sono giunti fino a noi soltanto i nomi, come nel caso di Calogero monaco o di Leone di Africo, del monaco Gerasimo di Tucco o di Arsenio e Tommaso di Reggio.
Per qualcuno, dunque, non si è conservata alcuna agiografia o innografia in lingua greca: non è sopravvissuto altro se non il culto e la devozione popolare.
Perfino Francesco d'Assisi, tra i più noti santi occidentali - oggi patrono d'Italia insieme con santa Caterina da Siena - è del tutto ignoto al santorale bizantino, tant'è che risulta sprovvisto - in ambito bizantino - di un'agiografia e di un'innografia in suo onore. Soltanto la comunità di Galàtone, nella zona centro-occidentale del Basso Salento, ancora in parte ellenofona fino al 1870 - a quell'epoca i preti Galatei cantavano ancora in greco il Vangelo e l'Epistola - ha tramandato fino a noi un ufficio liturgico bizantino in onore del santo umbro. La Puglia, in effetti, ha conosciuto la presenza della Chiesa greca e del rito bizantino, che sopravvive in qualche caso ben oltre il concilio di Trento: l'incontro-scontro con il rito latino determina non soltanto dispute a livello teologico e dottrinale, ma comporta anche reciproci influssi sui libri liturgici. E l'ufficio in onore del santo umbro è verosimilmente il risultato di un dualismo fra due riti, due lingue, due culture, e nel contempo di una simbiosi, di una reciprocità e di un'interazione.
Si tratta evidentemente di un fenomeno di inculturazione o, se si preferisce, di ecumenismo ante litteram - siamo nel periodo successivo allo scisma del 1054 - prodotto in un'area in cui la grecità è sopravvissuta a lungo - e in alcuni paesi della Grecia salentina sopravvive ancora - anche se a un certo punto ha dovuto fare i conti con una latinizzazione progressiva e incalzante che ha determinato la fine del rito bizantino.
Si fornisce in anteprima qualche passo tratto dalla traduzione dal greco in italiano dell'ufficio liturgico in onore del santo:
"Venite, voi tutti, devoti della sua festa, per contemplare sulla terra un nuovo astro intramontabile, il glorioso Francesco, che sorge da Occidente e giunge fino a Oriente e rischiara tutto il mondo con inondazioni di luce, che guarisce dalle malattie e illumina i cuori degli uomini, che allontana i demoni e battezza i mortali nella Trinità; supplichiamolo, dunque, di intercedere per le nostre anime.
"O voi che amate contemplare la verità, venite a vedere ora un altro Abramo, che per fede ricevette in eredità la Terra promessa, Francesco il santo, che accolse in modo ospitale i poveri, come lui un tempo; infatti di nascosto dissipava largamente i beni del padre e li donava ai poveri, dopo aver rinnegato le cose periture e dopo aver preso la croce sulle spalle, ha lottato con coraggio, e, terminata la corsa, ora è cinto della corona di giustizia.
"Venite a vedere un angelo rivestito di carne, venite a vedere un uomo che è vissuto come un essere incorporeo, venite a vedere il ricco sposo della povertà, un altro Mosè che ha visto Dio, un nuovo Isaia dalla voce tonante, un secondo Giobbe il giusto, un altro Davide il mite, un nuovo Daniele per le visioni, colui che ammansisce le belve, un secondo Precursore nella continenza, un nuovo figlio del tuono nella verginità, un nuovo vaso di elezione sapientissimo, e araldo della verità, che ha imitato veramente Cristo tanto da portare sul suo corpo le stimmate, essendo colui che prega per le nostre anime.
"(...) Venite, fedeli, celebriamo con un inno l'astro intramontabile, che è sorto da Occidente e fa risplendere tutto l'universo, che illumina i cuori e la mente dei mortali, che scaccia via i nemici e guarisce dalle malattie, che rende mansuete le belve come fossero pecore e invita alla fede ogni stirpe".
(©L'Osservatore Romano - 23 gennaio 2009)