Proprio come nella vita, la foto di Elisabeth adolescente felice è sopravvissuta alla furia degli uomini. È saltata fuori da scartoffie ingiallite che risalgono ai primissimi anni Ottanta del secolo scorso. Così, quella che vedete in copertina, è l'ultima sua immagine. Scattata forse un paio di anni prima dell'inizio del suo terribile calvario. Aveva diciott'anni quando Elisabeth fu sequestrata e cancellata dalla scena del mondo. E c'è qualcuno che può immaginare l'abisso di terrore e disperazione, desiderio di morte e rischio di pazzia che deve aver attraversato ogni pensiero, ogni giornata, ogni risveglio di una ragazzina che si è vista sradicare l'esistenza dalle radici e per mano del suo stesso papà? Si può forse immaginare cosa può voler dire passare ventiquattro anni sottoterra, essere merce di piacere e partorire figli a un padre violentatore? «È un caso di resistenza umana che segnerà la storia della scienza» dicono gli psicologi. Ma che tipo di resistenza? Brigitte Lueger, la psicologa che ha in cura Elisabeth ha un'idea precisa. «Dal primo istante ha vissuto sotto terra preparando la libertà e insegnandola ai bambini».
Adesso Elisabeth ha 42 anni. E chi l'ha vista dice che è una donna invecchiata precocemente. Ma ancora bella. Anche se le sono rimasti solo tre denti. Anche se, come dicono gli esperti, è stata vittima della «peggiore storia criminale del secolo». Vittima di un padre, Joseph Fritzl, che ha cominciato a violentarla quando era piccina. E poi ha continuato a farlo. Con un'unica variante rispetto a prima: sequestrandola e seppellendola in un rifugio anti atomico appositamente costruito per lei e per i suoi ventiquattro anni di carcere duro. Violentata diuturnamente. Quotidianamente torturata. Ingravidata di sette figli. Uno dei quali è morto. Elisabeth ha resistito per salvare ed educare i suoi figli alla libertà. Suo padre non ha avuto mai un rimorso e si ritiene a tutt'oggi una persona «onesta». «Non sono un mostro - ha detto una volta scoperto al suo avvocato. Avrei potuto ucciderli tutti. Nessuno se ne sarebbe accorto. Mi devono la vita».
Sì, Elisabeth deve a suo padre una vita sistematicamente stuprata. E in un giorno del 1984, la vita di una ragazza presa, seviziata, drogata, trascinata in uno scantinato chiusa da porte d'acciaio pesanti mezza tonnellata da cui riemergerà soltanto il 19 aprile 2008. Com'è che la madre non sapeva niente? Ha dell'incredibile. È un fatto però, che lei accusa solo il padre e la polizia. Mentra continua a scagionare la madre. Con cui oggi Elisabeth è andata ad abitare insieme ai suoi figli.
Dal 19 aprile scorso, giorno del ricovero di Kerstin, la prima nata dal rapporto incestuoso tra Josef Fritzl e sua figlia Elisabeth, i media di tutto il mondo si sono scatenati nella ricostruzione della terribile vicenda, concentrandosi sulla figura del padre-tiranno, sui suoi vizi, sulle sue pulsioni («un uomo con potenza sessuale elevata» sostiene Franz Prucher, direttore della Sicurezza pubblica della Regione della Bassa Austria). Non potevano bastare le foto per dare un volto al "mostro". Come ci si poteva accontentare dell'istantanea che lo ritrae nel 1987 sorridente nel "paradiso" del sesso low-cost? O dell'altra, dopo l'arresto, di nero vestito, con le grosse mani congiunte sul basso ventre, quasi Adamo svergognato, le scarpe slacciate, lo sguardo inespressivo? Grazie al video mandato in onda dall'austriaca Orf, l'elettrotecnico di Amstetten e vacanziere per sesso in Thailandia è stato mostrato in tutta la sua deplorevole depravazione. Ed è subito scattata la corsa alle interpretazioni al fenomeno criminale Fritzl. Incredibile caso di doppia vita e, soprattutto, di compulsivo padre-padrone incestuoso. La gara è appena iniziata e già fioccano le interpretazioni di neurologi, psichiatri e giuristi. «Ciò che è accaduto», ha dichiarato lo psichiatra austriaco Reinhard Haller al settimanale Der Spiegel «è qualcosa di assolutamente unico a livello mondiale, non è mai accaduto nulla di paragonabile». È un errore, dicono le presunte "spiegazioni scientifiche", parlare del caso Fritzl in termini di libertà e di colpa. Secondo le teorie di Wolf Singer (Francoforte), Gerhard Roth (Delmenhorst) e Hans Markowitsch (Bielefeld), non è possibile che genitori lascino morire di fame i propri figli o che giovani uccidano i vicini di casa «per scelta». Non c'è uomo, secondo i tre luminari, che possa agire liberamente scegliendo, secondo presunti parametri morali, tra bene e male. «I geni, le esperienze vissute nell'infanzia, il contesto sociale», ha dichiarato Markowitsch, «tutto questo si accumula nel cervello. Il nostro agire in una specifica situazione è determinato dalle stratificazioni presenti nel nostro cervello». «La libertà di volere è un'illusione», ha sentenziato Roth.
Sissy, come la principessa
Già, «le stratificazioni del cervello». L'illusione della libertà. Non si accorgono, i luminari e gli scienziati, che le loro teorie appaiono semplicemente ridicole davanti al mistero di Elisabeth. Non avrebbe dovuto impazzire, suicidarsi, morire? E invece, mentre dalle viscere del male il signor Fritzl disponeva per ventiquattro anni della vita e della morte di sua figlia e dei suoi bambini nati dall'incesto, dalle viscere del bene Elisabeth custodiva il suo cuore e quello dei suoi bambini. Di "Sissy" (si faceva e tornerà a farsi chiamare così, con il diminutivo di Elisabetta, come l'"infelice" regina d'Austria e principessa d'Ungheria, il cui mito è tanto radicato e caro ad austriaci e tedeschi) sono filtrate pochissime parole. Ma tutte appaiono incredibilmente orientate verso la maestà della vita.
Chissà che cosa e quanto avrà da raccontare, se mai vorrà e se si sentirà di farlo, della sua condizione di donna posseduta dal padre sotto lo sguardo dei suoi figli. Eppure da quell'abisso emerge fin d'ora qualcosa d'altro e di imponente. Emerge la sua figura di madre che non concede nulla d'intentato pur di rendere degna d'essere vissuta la propria vita e quella dei suoi figli sepolti vivi nel bunker sotterraneo. Non a caso l'intera storia è emersa grazie alla sua ferma supplica, al padre, di fare uscire Kerstin, la figlia diciannovenne in precarie condizioni di salute, affinché fosse finalmente sottoposta a cure. Kerstin, prima figlia del rapporto incestuoso tra Elisabeth e suo padre, non aveva mai visto un medico, esattamente come i suoi fratelli nati e vissuti nel bunker. Se l'erano sempre cavata. Ma questa volta le cure in casa non bastano. Allora Elisabeth prende il coraggio a due mani e affronta il mostro. Rischiare si deve. In ballo c'è la vita della sua bambina.
Il "caso" vero si dimostrerà sempre più essere stata lei, non tanto l'elettrotecnico, il "genio perverso" Fritzl. Se ha resistito per ventiquattro anni è stato «solo per salvare i figli», ha dichiarato Berthold Keplinger, il direttore della clinica di Mauer che ora la ospita. «Raramente ho visto una donna così forte: sono portato ad attribuirle forze soprannaturali», ha aggiunto Albert Reiter, il responsabile di Terapia intensiva di Amstetten. In psicologia, un fenomeno del genere si definisce come «qualcosa di infrangibile», qualcosa che permette di guardare alle situazioni più orrorifiche come si trattasse di ostacoli comunque superabili. Elisabeth non ha rinunciato alla propria condizione di madre e ha avuto cura di quei bambini partoriti in cantina fino al punto di preoccuparsi della loro istruzione, leggendo loro libri, insegnando loro l'aritmetica. Infrangibile «e buono» - come scrisse la Arendt addirittura negli anni dell'Olocausto e come dimostra il cuore custodito da Elisabeth - «è il mondo così come l'ha creato Dio»
Vito Punzi
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