Il Cristianesimo giunse nelle terre africane bagnate dal Mediterraneo piuttosto precocemente, provenendo dall'Oriente, attraverso l'Egitto e la Libia, ma anche da Roma e subito soffrì la prova drammatica del martirio, che costellerà tutta la prima stagione della storia cristiana, dalle origini alle invasioni barbariche. La prima testimonianza letteraria, infatti, proviene proprio dagli atti dei martiri scillitani, uccisi a Scilli, l'antica Cilliam (odierna Kasserine in Tunisia) il 17 luglio del 180. Si chiamavano Sperato, Narzalo, Cittino, Donata, Seconda, Vestia, Veturio, Felice, Aquilino, Letanzio, Ianuaria e Generosa e furono condannati dal proconsole Vigellio Saturnino, di cui Tertulliano dirà: "È lui il primo ad aver mosso la spada contro di noi" (Ad Scapulam, 3). Dai succinti atti processuali si evince la risolutezza dei martiri, che rinunciarono al periodo di riflessione concesso da Saturnino, prima dell'esecuzione, e che andarono verso il patibolo portando nelle loro borse le Sacre Scritture e la lettere di Paolo, in quanto non avevano niente da temere "se non il Signore nostro Dio, che è nei cieli". Ancora più commovente appare la passione di Perpetua e Felicita, che ricorda il martirio delle due donne, sofferto assieme a un piccolo gruppo di compagni nell'anfiteatro di Cartagine il 7 marzo del 203. La passione, che contiene alcune parti ispirate al genere apocalittico della visione, ci immette nel vissuto quotidiano della cosmopolita città africana, dove emergono i conflitti tra la mentalità pagana e quella cristiana. È emozionante seguire le ultime gesta di quella nobile cristiana cartaginese: "Brillò finalmente il giorno della loro vittoria. Camminarono dalla prigione all'anfiteatro come se andassero al cielo. Lieti e composti nel volto, se per caso trepidavano, era di gioia, non di paura. Perpetua incedeva per ultima con passo tranquillo, come una matrona di Cristo, una prediletta di Dio; il vigore del suo sguardo costringeva tutti ad abbassare gli occhi" (Passio Perpetuae et Felicitatis, 18, 1). La fine di Perpetua richiama la morte gloriosa di Cipriano, "una delle più belle figure episcopali che presenti la storia del cristianesimo" secondo una definizione di Paul Monceaux, la cui autorità morale supera i limiti dell'Africa ed è riconosciuta fino agli ultimi giorni della sua vita, persino dal magistrato che lo condanna a morte. Anche del suo martirio, avvenuto il 14 settembre del 258, mentre infuriava la feroce persecuzione di Valeriano, abbiamo gli atti processuali e un dettagliato resoconto nella vita, che scrisse il suo diacono Ponzio. Il presule cartaginese aveva vissuto le conseguenze della persecuzione deciana (250-251) che lo vide protagonista del problema relativo alla reintegrazione dei fratelli più deboli, i quali avevano ceduto dinnanzi alle pressioni degli aguzzini. Dinanzi a questo grande problema - come Cipriano osserva ne De lapsis - la Chiesa perde di coesione, tanto da giungere a un vero e proprio scisma, per cui il vescovo di Cartagine concepisce il De unitate, dove espone la sua visione dell'unità della Chiesa locale nella persona del vescovo, confrontandosi, su questo e altri punti, con i vescovi di Roma Cornelio, Lucio, Stefano e Sisto ii. Quest'ultimo Pontefice appare intimamente legato al presule cartaginese, talché essi trovarono la morte a un solo mese di distanza. Cipriano, infatti, dopo aver conosciuto l'esilio (Epistulae, 76-81), affronta la dura prova della persecuzione di Valeriano, che comportava l'uccisione immediata dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, l'esilio per le nobildonne, la confisca dei beni della comunità. Nelle lettere della cattività, o meglio, dell'esilio volontario e forzato, Cipriano mostra di conoscere l'esecuzione capitale di Sisto ii, avvenuta il 6 agosto 258, assieme a suoi diaconi, mentre celebrava nel complesso callistiano. Di lì a poco, il 13 settembre, anche Cipriano venne arrestato e decapitato, il giorno seguente, in agro Sexti, per essere sepolto nel vicino cimitero del procuratore Macrobio Candidiano. Subito si innescò un culto per il suo sepolcro, tanto che appena un secolo dopo i fedeli desideravano essere sepolti presso la sua tomba e, più tardi, la sua commemorazione entrò nella Depositio martyrum, il prezioso documento agiografico romano confluito nel Cronografo del 354, che menziona la festa che si teneva il 14 settembre proprio nelle catacombe di San Callisto dove, tra l'altro, si conserva un bel ritratto bizantino del vescovo di Cartagine. Nella città africana, ai tempi di Agostino, esistevano tre importanti santuari: la mensa Cypriani nel luogo del martirio, la basilica in Mappalibus nei pressi del suo sepolcro e una memoria sulla riva del mare.
Anche i gravi provvedimenti dioclezianei ebbero serie ripercussioni in terra d'Africa: ne è testimonianza diretta il resoconto della requisizione dell'edificio di culto di Cirta, attuale Costantina in Numidia, riferita dalle Gesta ad Zenophilum, un prezioso documento che menziona un processo celebrato da un curator incaricato di recarsi ad domum in qua christiani conveniebant. Qui egli trova il vescovo Paolo, quattro presbiteri, tre diaconi, quattro suddiaconi e i fedeli Ianuarius, Maraclus, Fructuosus, Miggina, Saturninus, Victor, Samsuricus, nonché alcuni "fossori" preposti alla sepoltura dei defunti. Si fa anche cenno a una biblioteca, a un triclinio, dove sono conservati dolia et orcae e alle abitazioni dei lettori. Insomma si descrive una vera e propria domus ecclesiae, già strutturata e organizzata del tipo che gli archeologi hanno rimesso in luce in Oriente, a Dura Europos, sull'Eufrate.
Per quanto riguarda le emergenze archeologiche africane, il sito di Tipasa ha restituito il più antico santuario martiriale, legato al culto di Rogato, Vitale e Vittorino, in un sepolcreto ricco si tombe dotate di letti e mense per praticare il rito del refrigerio, il pasto funebre consumato in onore dei defunti e dei martiri. Presso la necropoli, furono sepolti i vescovi locali in una basilica definita sedem pulchram, non lontano dalla quale è stata rinvenuta una mensa mosaicata che testimonia la grande diffusione del pasto funebre in terra d'Africa, qui sottolineato dalla suggestiva iscrizione: pax et concordia sit convivio nostro. Tali banchetti assunsero, nel tempo, proporzioni e caratteri incontrollati, tanto che Agostino cercò di fermarne gli eccessi. Se a Cartagine sono stati individuati i siti delle memorie ciprianee, a Tebessa è stato intercettato il santuario di Santa Crispina riferibile al iv-v secolo e molte basiliche funerarie ed edifici di culto sono stati trovati a Thamugadi, Setif, Sufetula, Djemila, Haidra, Hippo Regius, Tebessa, Kelibia, Thabarka. Tutti questi complessi monumentali, provvisti di basiliche funerarie, cattedrali, battisteri e strutture annesse, presentano le caratteristiche dell'edilizia religiosa occidentale, con una ricchezza architettonica e decorativa che vede i musivari africani inventare un repertorio estremamente vivace e ricco di un festoso simbolismo paradisiaco. Ma mentre la Chiesa africana vive il suo momento magico - proprio quando Agostino imbastisce stretti rapporti con le più eminenti personalità dell'Orbis Christianuus Antiquus, non solo con Ambrogio, ma anche con Girolamo, Rufino, Cromazio e Paolino - l'Africa vive il suo ultimo dramma, sempre all'insegna della persecuzione, questa volta innescata da Genserico che, nella primavera del 429, varcò lo stretto di Gibilterra alla guida delle orde dei Vandali e degli Alani. Giunse a Ippona, mentre Agostino stava morendo. Il piccolo re claudicante e crudele aveva abbracciato la fede ariana e, per questo, appiccava il fuoco per distruggere le chiese cattoliche e faceva uccidere ed esiliare i membri della gerarchia ecclesiastica locale. I Vandali occuparono Cartagine nel 439, quando era vescovo Quodvultdeus, che non cedette alla pressione degli eretici, gridando: "Guardatevi, o dilettissimi, dalla peste ariana! Non vi separino da Cristo, promettendovi beni terreni, non vi spoglino della fede donandovi una tunica. Siate membra di Cristo: mantenete l'unità e l'integrità di quell'unica tunica, che neppure gli uccisori di Cristo osarono scindere. Non vogliate fare ingiuria al vostro capo: egli è morto per voi, perché voi non moriate. Perché l'ariano, ribattezzando, uccide colui che Cristo ha vivificato con il battesimo? Vergognati, vergognati, o eretico!" (Sermo de tempore barbarico, 7, 10). Vittore di Vita, una città a pochi chilometri a sud di Cartagine, circa mezzo secolo dopo, racconterà che Genserico "comandò che Quodvultdeus e un numero grandissimo di chierici venissero espulsi, imbarcati, nudi e privati di tutto, su navi di fortuna. Il Signore si degnò di condurli sino a Napoli in Campania" (Historia persecutionis Africanae provinciae, 1, 15). Il corpo di Quodvultdeus riposa ora nella cripta dei vescovi napoletani del v secolo, rinvenuta nel cuore della catacomba di San Gennaro, dando prova di una ammirevole prova di accoglienza e integrazione del clero napoletano, che ricevette anche il vescovo Gaudioso di Bitine e le spoglie della martire africana Restituta. La storia del Cristianesimo africano, che si era aperta all'insegna della persecuzione e del martirio a cui l'apologista Tertulliano aveva dedicato alcune delle pagine più toccanti della produzione patristica africana, si chiude con un altro capitolo di violenza, dovuta all'ultima grande persecuzione, forse la più cruenta. Questa si apre, però, verso il felice epilogo dell'accoglienza, che avvicina e giustappone Chiese lontane, capaci di trovare nella testimonianza di Cristo la forza coagulante della fede comune, per elidere le incomprensioni, le divisioni, le posizioni diverse, mirando verso quell'unità della Chiesa a cui tanto teneva l'africano Cipriano, al tempo delle persecuzioni. (©L'Osservatore Romano - 20-21 marzo 2009)