Se la tenda vale più della casa

forme-di-vitadi MANLIO SIMONETTI
Il libro che qui presentiamo, Forme di vita spirituale nei Padri della Chiesa (Roma, Lateran University Press, 2013, pagine 168, euro 20) «accoglie alcune lezioni di teologia spirituale patristica che — scrive nella pagina liminare l’autore, il vescovo Enrico dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense — ho tenuto in vari centri di studio e ricerca».
È sempre utile, continua l’autore, «il confronto con i nostri Padri: sappiamo bene che da loro abbiamo ancora tanto da imparare, pure oggi». Sono così ben specificate già in apertura le coordinate principali di questa raccolta di studi: l’interesse per la dimensione spirituale dell’antica letteratura cristiana, ma con lo sguardo volto alle esigenze e ai compiti della Chiesa attuale, in ambito soprattutto pastorale. La silloge è articolata in tre parti: la prima raccoglie alcuni temi di vasta portata, la seconda si sofferma su importanti figure di alcuni Padri, la terza consta di riflessioni conclusive di ampio respiro. L’unità d’ispirazione della raccolta, ben più profonda di quanto non appaia a prima vista, è rilevata dall’autore (p. 142) quando prima ricorda la famosa distinzione che Agostino fa tra fides quae crediturefides qua creditur (De trinitate, 13, 2, 5), tra la fede che viene creduta, ossia il suo aspetto oggettivo, in quanto patrimonio di dottrine dogmaticamente definite dal magistero della Chiesa, e la fede con la quale si crede, ossia il suo aspetto soggettivo, l’atto con cui il fedele accoglie e fa suo questo patrimonio di dottrine; ma subito dopo osserva che «l’integrità della dottrina e la testimonianza della vita devono procedere di pari passo» (p. 143), sì che nel loro intrecciarsi si esprime concretamente la vita spirituale della Chiesa. Questo intreccio si coglie bene già nel primo studio della raccolta — «La preghiera nella tradizione cristiana dei primi secoli, dopo il Nuovo Testamento fino a Gregorio Magno» — nel senso che la preghiera è espressione immediata della fides qua creditur, ma nella preghiera cristiana è Cristo il mediatore che rende l’orante capace di pregare, e Cristo implica immediatamente un complesso patrimonio dottrinale, che è contenuto essenziale della fides quae creditur. È la sua onnicomprensiva presenza che rende effettivamente cristiana la preghiera del fedele, come evidenza con chiarezza l’ampia esemplificazione che dal Covolo propone, percorrendo la continuità della tradizione patristica, molto ricca in argomento, nella quale privilegia, per ovvie esigenze di brevità, solo pochi nomi tra tanti. Alcuni di questi nomi sono avvalorati dalla costante tradizione della Chiesa, Cipriano, Ambrogio, Agostino, Gregorio Magno. Già meno abusati sono i nomi dei dottori di Cappadocia, Basilio Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa. Ma in ambito orientale merita di essere rilevato soprattutto lo spazio fatto ad Alessandria, nella fattispecie a Clemente e Origene. In effetti Origene ha rappresentato la grande conquista degli studi sull’antico cristianesimo a partire dalla seconda metà del secolo scorso, avvalorata autorevolmente di recente anche dalla parola di Papa Benedetto XVI, e in questo fondamentale filone di ricerca il nostro autore è stato ed è presente, e questa presenza dà tono anche alla raccolta di cui ci stiamo occupando, in quanto i suoi contenuti appaiono perfettamente allineati con la prevalente tendenza degli studi attuali. Il secondo studio — «La lectio divina nei Padri della Chiesa fino a Guigo II» — conferma questo Sitz im Lebencaratteristico del nostro libro. La lectio divina, al di là della sistemazione medievale a opera di Guigo II, priore della Grande Certosa nella seconda metà del XIIsecolo, nell’articolazione lettura, meditazione, preghiera, contemplazione è istituzione molto più antica, rimontante, per quanto ne sappiamo, già alla fine del II secolo, finché derivò grande impulso dalla predicazione di Origene a Cesarea di Palestina, che di fatto impose la lettura spirituale della parola della Scrittura, quella libera interpretazione allegorica capace di far rivivere testi tanto antichi avvicinandoli alla sensibilità di lettori tanto lontani nel tempo, lettura che von Balthasar ha definito Scrittura in atto (p. 39). Possiamo qui aggiungere che la recentissima scoperta di una raccolta inedita di omelie di Origene in un codice conservato a Monaco ha confermato l’importanza della lectio divina, che nella Cesarea di Origene consisteva nella lettura e interpretazione di vaste parti della Scrittura, effettuate in apposite riunioni infrasettimanali con cadenza molto stretta, spesso addirittura quotidiana. Il passaggio dalla lectio all’omelia è quanto mai naturale («L’omelia dalla tradizione antica e medievale fino ai nostri giorni»), ma qui dal Covolo, dopo un rapido accenno all’omiletica antica, ha preferito soffermarsi sul cruciale problema riguardante i modi di attuazione dell’attuale predicazione che si svolge quotidianamente in occasione della celebrazione eucaristica, problema molto antico ma recentemente attualizzato dai richiami del magistero. L’autore evidenzia la continuità dell’attuale predicazione con l’antica lectio quanto alla contestualizzazione nell’anno liturgico e al duplice movimento che essa impone: lettura e meditazione della parola divina, accoglimento e conversione di vita da parte dell’ascoltatore. Quanto al rapporto dell’omelia attuale con quella antica, non ci sentiamo di condividere la convinzione con la quale dal Covolo accoglie qualche accenno di Origene e Agostino alla b re v i t a s . Non so quanti sarebbero oggi disposti ad ascoltare attentamente e docilmente anche un Origene o un Agostino predicare, come usavano fare abitualmente, per un’ora e più. Nel passare alla seconda parte del libro, ammiriamo la disinvoltura con con cui l'autore lo apre (pg.77) con una affermazione di Simmaco, l’aristocratico pagano avversario di Ambrogio nella polemica riguardante l’altare della Vittoria: «Non per una via si può arrivare a così grande segreto». In realtà con quest’affermazione Simmaco intendeva contrastare la convinzione cristiana della validità soltanto del loro culto: dal Covolo invece se ne serve, nello specifico ambito della letteratura patristica, per rilevare che non si può «ridurre la teologia dei Padri a un solo itinerario di conoscenza e di contemplazione di Dio». Questa decisa affermazione, tanto più significativa in quanto proveniente dal rettore di quella Università Lateranense che in anni non da molto trascorsi si è segnalata come espressione di un ambiente quanto mai tradizionalista, apre, per così dire, la strada a un’ampia illustrazione della teologia spirituale alessandrina, in sintonia, come abbiamo già rilevato, con le tendenze più recenti della ricerca scientifica sull’antico cristianesimo, che in Italia è ancora fiorente nonostante i sempre più ristretti margini in cui l’attuale strutturazione universitaria va con finando la ricerca di taglio umanistico. Della teologia di Clemente e di Origene (Ignazio di Antiochia, Clemente e Origene. Conoscenza “ra z i o n a l e ” di Dio, contemplazione ed esperienza “mistica”) dal Covolo coglie e valorizza il proprium nell’articolazione progressiva, nell’itinerario spirituale, dalla pìstis (fede) alla gnòsis (conoscenza) che sfocia nella theorìa, cioè nella contemplazione, fino all’assimilazione a Dio. «Sono evidenti — si legge a pagina 87 — le implicazioni di questo approccio: valorizzare l’idea di assimilazione a Dio costituisce un fondamento teologico di particolare solidità, ad esempio per ciò che concerne l’orizzonte etico, ma comporta, ancora una volta, un processo che non è solo morale, ma anche gnoseologico, secondo lo schema antico per cui la theorìa è contemplazione anzitutto intellettuale». Lo studio successivo prolunga la dimensione alessandrina di questo libro presentandoci un tema quanto mai suggestivo: «Origene: la “tenda” o la “casa”. Omelie sui Numeri XVII E XXVII». La lettura di «Quanto sono belle le tue case, Giacobbe, le tue tende, Israele» (Numeri, 24, 5) ha ispirato a Origene una sconcertante e stupenda interpretazione, imperniata sulla superiorità, agli occhi di chi ricerca Dio, della tenda sulla casa. Alla solida stabilità della casa si contrappone la precarietà della tenda, simbolo del cammino di chi ricerca Dio, un cammino, in cui — cita dal Covolo da Origene — «[Balaam] (...) ammira le tende, nelle quali coloro che progrediscono per la via della sapienza di Dio sempre camminano e sempre progrediscono, e quanto più progrediscono, tanto più per loro la via del progresso si allunga e procede verso l’infinito» (p. 99), un tema, questo del progresso senza fine, che sarebbe stato ripreso e sviluppato soprattutto da Gregorio di Nissa. Dal canto suo Origene, nella successiva omelia XXVII sui Numeri, prendendo lo spunto dall’elenco delle quaranta tappe d’Israele nel cammino dall’Egitto alla Terra promessa, ha interpretato allegoricamente questo arido elenco trasformandolo in una descrizione, una per una, delle singole tappe che in progressione scandiscono l’itinerario dell’anima verso Dio, un tema anch’esso destinato a larghissima fortuna. Il tema del monachesimo, già trattato alla fine della prima parte del libro, viene ripreso nella seconda parte in riferimento ad Antonio, tradizionalmente considerato l’iniziatore del monachesimo eremitico («Abba Antonio e la lotta spirituale. Dalla pace interiore alla “pace cosmica”»). Conosciamo Antonio soprattutto grazie alla sua biografia redatta da Atanasio (360 circa), il best seller dell’ep oca. Qui è dato particolare risalto alla lotta di Antonio contro i demoni, e quasi di passaggio Atanasio osserva anche che le bestie feroci stavano in pace coll’a n a c o re -ta. Questa osservazione, a prima vista di secondaria importanza, viene ben valorizzata da dal Covolo: «Quest’ultimo riferimento è molto importante per la nostra riflessione. Il tòpos dell’armonia del monaco con le bestie feroci — che richiama la situazione di Adamo, prima del peccato originale — sta a indicare che la pace interiore, raggiunta da Antonio con la sconfitta dei demoni e del peccato, si traduce all’esterno in una sorta di pacificazione cosmica» (p. 108). Nel libro del milanese dal Covolo Ambrogio è molto presente: per cenni sparsi qua e là e soprattutto per il profilo che gli viene dedicato («Sant’Ambrogio, maestro di teologia e di formazione spirituale»). Merita di essere qui segnalato il rilievo con cui il nostro autore presenta il rapporto privilegiato del vescovo milanese con la figura biblica del profeta Elia, presente nella sua opera fino a forzare talvolta la lettera del testo, per farne scaturire il significato spirituale di colui che fugge dal mondo verso Dio, in «un itinerario ascetico di continuità tra la preghiera e la vita» additato come paradigmatico per ogni cristiano (p. 120). Successivamente, per presentarci Giovanni il Crisostomo («Giovanni Crisostomo. L’omelia 50 sul Vangelo di Matteo»), della sua sterminata opera dal Covolo trasceglie un’omelia della serie dedicata all’interpretazione, rigidamente letterale in senso antiocheno, del Vangelo di Matteo, l’omelia 50, dedicata all’illustrazione della pericope conclusiva del capitolo 14 del vangelo in senso eucaristico. Di qui il richiamo, in negativo, a Giuda, indicativo di «colui che si accosta al Corpo e al Sangue del Signore, ma in realtà non ne condivide il progetto di vita» (p. 136). Nella conclusiva ampia riflessione di sintesi («Trasmettere la fede testimoniandola»), dal Covolo assume Ireneo Ambrogio e Agostino a significare l’imp ortanza della tradizione apostolica, pubblica unica spirituale, e della istruzione catechetica, bibliocentrica concreta sacramentale. È particolarmente impegnata in questa conclusione la dimensione pastorale, che abbiamo visto affiorare con evidenza anche altrove: «La figura del pastore, quale emerge dalla storia che abbiamo rievocato, è una figura compatta e forte nella testimonianza: una persona in cui le parole sono intercambiabili con i fatti» (p. 153). Da parte nostra ci limitiamo a concludere che con questo impegno letterario dal Covolo si fa apprezzare non soltanto per la chiarezza dell’esp osizione e la capacità di sintetizzare in non molte parole un contenuto molto denso, ma anche e soprattutto per la continuità con cui egli, nell’illustrare e valorizzare le ricchezze, tuttora troppo neglette, della letteratura patristica, tiene sempre ben presenti le necessità e le esigenze della Chiesa dei nostri giorni, sì che nella sua pagina antico e nuovo si fondono organicamente nell’affermata e dimostrata compenetrazione di fides quae creditur e fides qua creditur.

© Osservatore Romano - 21-22 ottobre 2013

Mercoledì della XXXIV settimana delle ferie del Tempo Ordinario

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