Il tempo perduto, l'eternità ritrovata. Aforismi sapienziali per un ritorno al reale

Fichier 1ère de COUVERTURE GUSTAVE THIBON

"C'è un motto che Thibon prende da San Paolo,

che ricorre parecchie volte nei suoi aforismi:

"Contra spem in spe".

La speranza di Thibon è fondata solo su Dio.

E questa speranza è proprio quella virtù teologale che sola fa da faro a tutta la vita dell'uomo,

quella che l'utopia tutta terrena delle ideologie umane non può dare." (Antonella Fasoli)

Gustave Thibon  (Saint-Marcel-d'Ardèche, 2 settembre 1903 – Saint-Marcel-d'Ardèche, 19 gennaio 2001) è stato un filosofo, scrittore e poeta francese. È conosciuto come "il filosofo contadino" ("le philosophe-paysan"), perché dedicò quasi tutta la sua vita all’agricoltura e alla conduzione della sua azienda agricola a Saint-Marcel-d’Ardèche.

Nel volume Il tempo perduto, l’eternità ritrovata (edito da D’Ettoris Editori, tradotto e curato da  Antonella Fasoli, con la Prefazione di Benedetta Scotti), sono stati raccolti gli aforismi che compongono tre delle opere più significative del filosofo: L’échelle de Jacob del 1942, L’ignorance étoilée del 1974 e Le voile et le masque del 1985. 

L’aforisma è senza dubbio la forma letteraria prediletta da Thibon perché, più di tutte, riesce a sintetizzare, con immediatezza ed efficacia, le sue profonde riflessioni e a colpire il lettore con sconcertanti paradossi, folgoranti intuizioni, infiammate provocazioni e liriche immagini evocative, rimandandolo così con forza alla sua propria intelligenza e alla responsabilità di una sua personale risposta. La brevità e la frammentarietà tipiche dell’aforisma non impediscono, tuttavia, di individuare il filo conduttore della riflessione di Thibon, un pensiero filosofico che procede con chiarezza, logica, coerenza, solidità e che mai perde il contatto con il reale. Con Thibon la filosofia ritrova il contatto con la terra e con la realtà, diventando “filosofia del buon senso”, sapienza, conoscenza incarnata. Le profondità degli abissi appartengono, per Thibon, all’immenso oceano della normalità.  «Le cose supreme non fioriscono che al di là della tomba. Ma esse cominciano quaggiù e la loro fragile semenza è nei nostri cuori, e niente fiorisce nel cielo che non sia prima germogliato sulla terra.»

Piatta in superficie è solo la terra calpestata dagli idoli che rappresentano quella piccola parte che ha la pretesa di diventare il tutto.  «Dio non ha creato che unificando», dice Thibon, e il peccato dell’uomo consiste proprio nel distruggere quell’unità originaria voluta da Dio. Attorno a questi concetti ruota la riflessione di Thibon, tutta tesa a smascherare la falsità degli idoli della modernità e degli attuali miti del progresso che portano alla divisione di colui che è originariamente chiamato ad essere l’in-dividuo (l’indiviso), per ricondurlo, in ultima analisi, alla sua origine divina smarrita ma mai perduta, e al senso ultimo del suo esistere. «L’unica nobiltà dell’uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell’amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che “vanità e soffiar di vento”, risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata appartiene al tempo perduto.»

 

Il testo è disponibile qui

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Mercoledì della XXXIV settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Caterina d'Alessandria (ET), vergine e martire († 305)

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