Rassegna stampa Speciali

L’Obolo di San Pietro

oboloA cura de Il Sismografo

L’Obolo di San Pietro, infatti, deve essere inteso e trattato come “l’espressione più tipica della partecipazione di tutti i fedeli alle iniziative di bene del Vescovo di Roma nei confronti della Chiesa universale”. In questa ottica la dazione dell’obolo non può che essere “un gesto che ha valore non soltanto pratico, ma anche fortemente simbolico, come segno di comunione col Papa e di attenzione alle necessità dei fratelli”.

Damiano Serpi

Dobbiamo essere franchi. Fino a pochi anni or sono nessuno, o quasi, parlava dell’Obolo di San Pietro. L’argomento interessava poco, anzi per nulla. Al massimo i fedeli praticanti ne sentivano il nome la domenica in Chiesa dal proprio parroco durante la messa in un preciso periodo dell’anno, più precisamente quando a ridosso della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo si tiene di consueto la raccolta. C’è voluto il sospetto di uno scandalo, peraltro ancora in attesa di essere provato nelle sedi opportune da chi ha titolo ed esperienza per farlo, per rendere l’argomento di pubblico interesse, così tanto da riempire intere pagine di giornali.

Da qualche settimana, infatti, tutti ne parlano con piglio deciso e ben lieti di emettere sentenze inappellabili come se, all’improvviso, l’Obolo di San Pietro fosse diventato il peggiore dei mali della Chiesa cattolica. Improvvisante si fa a a gara per trattare la materia e, malignamente, suggerire tra le righe a noi tutti di “non fidarci più” neanche del Papa. Ormai non si contano più i commenti di chi si è preso l’onere di smontare pezzo per pezzo questa antica forma di contribuzione volontaria per evidenziarne i vizi, le lacune e, addirittura, la pericolosità. Persino alcuni notissimi uomini di cabaret usano ora disinvoltamente l’Obolo di San Pietro per far sganasciare dalle risate i telespettatori da casa e quelli in studio con batture al vetriolo e sarcastici doppi sensi. Ma alla fine di tutto questo baccano mediatico noi cristiani cattolici sappiamo davvero cosa sia l’Obolo di San Pietro?
    Occorre fare molta chiarezza, parlare semplice e spiegare una volta per tutte quale sia la realtà dei fatti e la particolare natura di questo istituto affinché si possa sgombrare il campo da inesattezze, imprecisioni e vere e proprie “bufale” che alimentano solo una indicibile confusione.  Iniziamo innanzitutto col dire che l’Obolo non è nato ieri, ma ha una storia pluricentenaria. Le sue origini, infatti, vanno fatte risalire addirittura al VIII secolo d.C. quando, con la conversione degli Anglosassoni, si diffuse tra i nuovi fedeli la pratica di raccogliere dei fondi da donare al Papa in segno di profonda comunione con chi rappresentava l’unità ecclesiale. Man mano che l’evangelizzazione del Mondo si faceva strada altri popoli europei si sono poi uniti a questa usanza dando stabilità e sostanza all’obolo. Niente, tuttavia, fu normato sull’Obolo di San Pietro prima della seconda metà del secolo scorso. Ciò avvenne non perché ci fosse qualcosa da nascondere ma esclusivamente perché l’Obolo era una sorta di “regalo” personale dei fedeli al proprio Papa e non una forma di autofinanziamento delle strutture della Chiesa per cui fosse necessaria una regolamentazione.
Solo nel  1965, difatti, Papa Paolo VI,  promulgando la Costituzione apostolica Gaudium et Spes frutto del lavoro dei vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, per la prima affermò con chiarezza che «le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura che la propria missione richiede». In questo modo, affrontando le sfide provenienti dal mutare repentino e caotico della società, anche l’Obolo di San Pietro, pur conservando quel legame personale e imprescindibile tra il singolo fedele e il suo Pontefice,  iniziò a diventare qualcosa di diverso. Non solo e non più un gesto di comunione con il proprio Papa, ma lo sforzo comune di un’intera comunità che vuole contribuire ad aiutare il Sommo Pontefice a portare avanti la missione universale della Chiesa in una società in perenne trasformazione. La differenza potrebbe sembrare sottilissima, tuttavia non lo è affatto perché entra in gioco il termine “servizio”. L’Obolo si trasforma così da “regalo dei fedeli al proprio Papa” ad aiuto volontario per la carità del Papa verso l’intera umanità, al cui servizio sono dedicate le strutture della Chiesa (che come ogni cosa umana hanno necessità di risorse nel tempo per poter nascere e sostenersi).
A specificare meglio questo cambiamento fu proprio San Giovanni Paolo II quando nel 2003 volle precisare che: “Sono a tutti note le crescenti necessità dell’apostolato, i bisogni delle Comunità ecclesiali specialmente in terra di missione, le richieste di aiuto che giungono da popolazioni, individui e famiglie che versano in condizioni precarie, tanti attendono dalla Sede Apostolica un sostegno che spesso non riescono a trovare altrove”. Anche Papa Benedetto XVI pronunciò parole illuminanti sulla natura dell’Obolo di San Pietro che nessuno ebbe modo allora di contestare o criticare. Lo fece quando senza giri di parole ebbe a precisare non solo che la carità del cristiano non può né deve limitarsi ad una “comune organizzazione assistenziale, diventandone una semplice variante”, ma anche quando ha espressamente argomentato sul significato ecclesiale della raccolta. L’Obolo di San Pietro, infatti, deve essere inteso e trattato come “l’espressione più tipica della partecipazione di tutti i fedeli alle iniziative di bene del Vescovo di Roma nei confronti della Chiesa universale”. In questa ottica la dazione dell’obolo non può che essere “un gesto che ha valore non soltanto pratico, ma anche fortemente simbolico, come segno di comunione col Papa e di attenzione alle necessità dei fratelli”. 
Da tutto questo discendono, seguendo le regole del buon senso e della onestà intellettuale, alcuni semplici corollari. Per prima cosa l’Obolo di San Pietro non è un finanziamento pubblico, un contributo obbligatorio, una tassa che i fedeli devono versare al Vaticano perché in qualche modo si è “cittadini” di uno Stato le cui strutture si è chiamati a sostenere finanziariamente per il bene di tutti. A tanti questa precisazione sembrerà inutile, addirittura superflua, ma non è così. Troppi, invero, speculano in mala fede su questa differenza e vorrebbero farci credere che  trattare dell’Obolo di San Pietro equivalga a discorrere su una tassa governativa o un’imposta pubblica che si ha l’obbligo di versare e di utilizzare per i fini tassativamente previsti dalla “legge dello Stato di cui si è cittadini o in cui si risiede”. Così non è. L’Obolo di San Pietro, basta semplicemente andare su Wikipedia, è una personale e volontaria offerta che il fedele cattolico si sente di donare al proprio Papa.
    Seconda cosa. Va da sé, come ha precisato in più occasioni Papa Francesco, che l’Obolo di San Pietro non può essere utilizzato per attività o impieghi che siano contrari alla Dottrina della Chiesa. Precisato questo, occorre sfatare un altro diffusissimo mito che in queste settimane imperversa su tanta stampa, soprattutto quella Statunitense. L’Obolo di San Pietro, quale offerta liberale dei fedeli al proprio Papa, non è stata mai chiesta o proposta dalla Chiesa affinché l’intero suo gettito fosse rigorosamente reimpiegato per alleviare le sofferenze materiali dei più bisognosi. Chi asserisce questo afferma qualcosa di completamente inesatto. Forse a tanti questo modo di impiego delle risorse sarebbe più gradito o, probabilmente, molti lo riterrebbero più sobrio, utile, auspicabile e confacente al contenuto del pontificato di Francesco soprattutto in questo particolare momento della vita della Chiesa, tuttavia non è stato mai promesso o deciso finora dalla Chiesa o dal Papa.
Il fedele che, ad esempio, decide in piena autorità di donare con l’obolo 10 € al Papa sa già prima di inviare l’offerta che quei suoi soldi non si tradurranno soltanto in pie opere di carità materiale ai bisognosi quali fornire loro pasti, vestiario, coperte, bagni pubblici, medicinali o cure mediche, ma anche per contribuire alla più generale e omnicomprensiva missione della Chiesa nel Mondo (compreso il sostentamento delle proprie strutture). L’Obolo, come recita da tantissimi lustri la definizione ufficiale pubblicata dallo stesso Vaticano, è “un'offerta di denaro fatta dai fedeli e inviata al Papa per essere ridistribuita a sostegno della missione della Chiesa e delle opere di carità”. Da questo discende, per chi comprende in maniera elementare la lingua italiana, che il fedele offre al Papa l’Obolo perché venga utilizzato sia per le opere dirette di carità (ovvero l’aiuto pratico ai più bisognosi) ma anche per tutto quanto possa essere utile al sostegno della missione della Chiesa universale. Due cose molto diverse che presuppongono impegni, attenzione e procedura di spese differenti. 
    A decidere, poi, quale sia o debba essere questo “sostegno della missione” della Chiesa Universale, e quale percentuale del gettito debba essere riservato ad una o all’altra azione, non è a priori una legge positiva o un regolamento tassativo, né tantomeno deve farlo il fedele che partecipa alla raccolta,  la stampa che osserva, o i social che criticano. Questa scelta spetta esclusivamente al Papa che la esercita attraverso i propri collaborati e gli uffici che lo servono e gli devono lealtà. Al momento della richiesta dell’Obolo di San Pietro il fedele non riceve un programma preventivo di spesa o una previsione dettagliata di impiego degli introiti su cui racimolare il consenso dei donanti. Tutto questo non serve perché l’Obolo è donato al Papa solo ed esclusivamente in base ad un rapporto di stretta fiducia che ogni fedele sente di avere e di dover coltivare con lui.
    Questo passaggio non è trascurabile, tutt’altro. Molte delle accuse, illazioni e deduzioni di cui oggi son pieni certi giornali si basano infatti sull’erroneo presupposto che ogni singolo centesimo incamerato dal Santo Padre con l’Obolo di San Pietro doveva e debba essere riutilizzato esclusivamente per prestare assistenza materiale ai più deboli, ai poveri, a chi ha necessità di aiuto umanitario. Poiché questo non è stato fatto, e non da ieri, allora ci si sente legittimati a parlare di scandalo, di truffa, di malversazione e di tanti altri reati simili. Ciò nonostante, non è affatto così.
Molti degli articoli di stampa e dei servizi giornalistici vogliono indurci a credere che i fedeli che versano l’Obolo di San Pietro sono sin dal principio delle ignare vittime di una grande truffa perché si chiede loro un’offerta per fare una determinata cosa e poi, messi in saccoccia i soldi, si fa tutt’altro. Questa teoria perversa vorrebbe convincerci tutti che i Papi, i loro collaboratori, la Chiesa ci hanno sempre imbrogliano perché, invece di spendere i nostri soldi offerti con fiducia e devozione per comprare cibo, medicine, acqua, vestiti, cure mediche e quant’altro necessario a dare sollievo alla sofferenza dei più deboli, hanno usato quei denari per tutt’altro, ad esempio per investirli e renderli fruttiferi.  Tutto questo è forse molto affascinante come lettura noir, tuttavia non è né esatto né vero. Non lo è innanzitutto perché, come già detto in precedenza, l’obolo viene chiesto per tutte le esigenze che ha la Chiesa nel compiere la sua missione e poi per il semplice fatto che ci sono altri modi necessari e urgenti per aiutare i più deboli che elargire solo beni di prima necessità.
In conclusione, detto tutto ciò sarebbe molto facile ora aggiungere qualcosa che nessuno dice, ovvero che a rigor di logica l’utilizzo di quanto si raccoglie tra i fedeli con l’Obolo di San Pietro dovrebbe essere di interesse esclusivo di chi vi contribuisce e non certo di chi, pur potendo, si guarda bene dal farlo. Usando il linguaggio giuridico, che va oggi tanto di moda nei giornali e nelle discussioni da bar dello sport, si potrebbe, infatti, affermare che solo chi partecipa con una propria offerta all’Obolo di San Pietro avrebbe il “diritto legittimo” di conoscerne il reale utilizzo e, eventualmente, protestare o criticare.  Tuttavia, anche questa non è cosa totalmente vera. Non lo è perché anche per la Chiesa la trasparenza non può che essere un importante valore da tutelare, favorire e garantire dinnanzi agli occhi di tutti. Fu proprio Gesù a raccomandare ai propri discepoli di essere “prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”. Proprio per questo è giusto che anche sull’utilizzo dei ricavi a valere sull’Obolo di San Pietro ci siano verifiche, controlli, ispezioni e completa trasparenza, così come proprio Papa Francesco si è in questi anni adoperato a garantire su tanti fronti con provvedimenti e nuovi accorgimenti. Ciò che si deve combattere, infatti, è la corruzione intesa come dolosa malvagia volontà dell’uomo a volersi ingiustamente avvantaggiare a danni degli altri per arricchirsi, per vanità, per sete di potere. È la corruzione dell’uomo che, se provata in un equo giudizio, va combattuta ovunque senza tentennamenti e con giusta severità, non l’Obolo di San Pietro che, se gestito con sobrietà, attenzione e spirito di servizio, è un valido aiuto per tutta la Chiesa e un modo a nostra disposizione per aiutare la Chiesa ad essere vera comunità.