La responsabilità di Zaccheo

Alla quarantaduesima convocazione nazionale del Rinnovamento nello Spirito 

Assai opportunamente il RnS ha voluto porre al centro della sua 42° Convocazione nazionale la vicenda, a dir poco straordinaria, dell’incontro di Gesù con Zaccheo.

Pubblicano di Gerico, Zaccheo trova la strada della salvezza nel momento in cui decide di non curarsi delle ironie della gente, arrampicandosi su un albero come un monello di strada, p

 

ur di riuscire a vedere Gesù. E mentre crede di essere nascosto tra le foglie, resta sorpreso e conquistato dallo sguardo penetrante e affettuoso di Gesù. «Oggi, devo fermarmi a casa tua» (Luca 19, 5). Questo «devo» ci commuove: imboccare la via giusta è quasi una esigenza di Dio. A Zaccheo cosa tocca fare? Semplicemente, scendere in fretta dall’albero e distaccarsi dalla routine e a donare la metà di ciò che possiede ai poveri e, «se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Luca 19, 8).

 

Quale il messaggio, per l’oggi, che ci viene dalla vicenda umana di Zaccheo? Nel termine responsabilità è possibile trovare una risposta afferente. Responsabilità significa, letteralmente, capacità di risposta e questo ci indica che siamo di fronte a una nozione intrinsecamente relazionale. L’atto del rispondere, infatti, rinvia necessariamente alla dualità fra chi dà e chi riceve risposta e al loro rapporto. Ma responsabilità, dal latino res-pondus, significa anche portare il peso delle cose, delle scelte effettuate. Non solamente si risponde “a”, ma anche “di”. Se “rispondere a” significa riconoscere il legame che gli altri ci costituiscono e ci fanno esistere almeno quanto la nostra individualità, “rispondere di” vuol dire invece portare nel rapporto quella unicità e differenza che ci fa diversi dagli altri.

L’interpretazione tradizionale di responsabilità la identifica con il dare conto, rendere ragione (accountability) di ciò che un soggetto, autonomo e libero, produce o pone in essere. Tale nozione di responsabilità, postula dunque la capacità di un agente di essere causa dei suoi atti e in quanto tale di essere tenuto a “pagare” per le conseguenze negative che ne derivano. Nella concezione tradizionale, dunque, la responsabilità riposa tutta sul legame tra un soggetto e la sua azione. L’importante è stabilire quali azioni mi appartengono e perciò di quali azioni devo rispondere. Questa, ancora prevalente, concezione lascia però in ombra il cosa significhi essere responsabili. Rispondere, come spesso si sente dire, che significa dare conto del proprio agire sarebbe mera tautologia. È questa una situazione, a dir poco, paradossale: ci si appella sempre più alla responsabilità senza sapere quale ne sia il contenuto, la sua ragion d’essere.

Da qualche tempo a questa parte, ha però iniziato a prendere forma un’accezione di responsabilità che la colloca al di là del principio del libero arbitrio e della sola sfera della soggettività, per porla in funzione della vita, per fondare un impegno che vincoli nel mondo. Ciò sta avvenendo sull’onda della presa d’atto che la responsabilità ha sempre più a che fare con il tempo — come sempre ricorda Papa Francesco. La rapidità del cambiamento costringe a prendere decisioni di cui non siamo mai in grado di calcolare tutte le conseguenze, in tempo reale. Da una parte, la responsabilità richiede, oggi, di porsi il problema dei vincoli cui le decisioni che assumiamo saranno esposte nel tempo per continuare ad essere efficaci. Dall’altra, occorre sviluppare capacità che facilitino l’uso delle risorse disponibili. La capacità di risposta non può essere perciò solo riferita all’immediatezza delle circostanze presenti, ma deve includere quelle dimensioni temporali che assicurano una qualche continuità della risposta stessa. Ecco perché l’esperienza della responsabilità non può esaurirsi nella semplice accountability. È rimasta giustamente celebre l’affermazione di M.L. King secondo cui «può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla».

Un aspetto inquietante — ma non è il solo — della globalizzazione e delle tecnologie del digitale è l’anonimato dei suoi protagonisti e gli effetti a lunga gittata delle loro operazioni. La decisione presa in un certo luogo o in una certa piazza d’affari tende ad avere ripercussioni molto lontane. Le cause sono molto distanti dai loro effetti. Non solo, ma troppo spesso questi effetti sono generati da una pluralità di micro-azioni che si sommano in modo tale che non è possibile imputare al singolo partecipante all’azione comune la totalità degli effetti prodotti. È questo ciò che accade nei casi di “tirannia delle piccole decisioni”. La tirannia si verifica tutte le volte in cui un numero di decisioni, singolarmente razionali e giuridicamente lecite, di modesta dimensione e di corto respiro, cumulativamente prese risultano in un esito sub-ottimale e moralmente inaccettabile perché reca ad “innocenti” conseguenze cattive.

Va da sé che in casi del genere la mano invisibile del mercato finisce con il funzionare in modo perverso, perché la serie di decisioni individualmente razionali cambia in senso negativo il contesto in cui verranno operate le scelte successive, fino al punto in cui le alternative che si sarebbero desiderate risultano irreversibilmente distrutte (su questo punto la Evangelii gaudium contiene pagine di una chiarezza esemplare).

In queste condizioni, il modello tradizionale individualistico della responsabilità fondato sulla colpa non è più applicabile, tanto che c’è chi vorrebbe farne a meno del tutto. Ma ciò sarebbe un potente non sequitur logico, per la semplice ragione che anche se gli attori reali dei macro-processi sono spesso sconosciuti o invisibili, ciò non implica che non esistano. Proprio perché ci ha resi più interdipendenti, meglio informati, più capaci di realizzare forme di mutuo aiuto, la globalizzazione esige forme nuove e più robuste di responsabilità da parte degli attori. La responsabilità tende a trasformarsi in corresponsabilità, che non va intesa come sommatoria delle responsabilità individuali, ma richiede che gli agenti economici siano considerati come membri di una comunità di cooperazione di estensione planetaria.

Siamo oggi di fronte ad uno dei tanti paradossi della globalizzazione, che mentre espande l’area della responsabilità personale, al tempo stesso facilita la mutua deresponsabilizzazione. Ciò avviene perché la globalizzazione ha reso le catene causali assai più lunghe di prima e così i partecipanti al mercato globale si rifiutano di assumersi una responsabilità personale per i risultati collettivi, scegliendo di nascondersi dietro l’anonimato di gruppo. È certamente il fenomeno della quarta rivoluzione industriale a costituire, in questo nostro tempo, una delle più urgenti occasioni per ripensare e mettere all’opera la versione forte del principio di responsabilità. È noto che la rapida diffusione delle c.d. tecnologie convergenti — quelle risultanti dalla combinazione sinergica delle Nanotecnologie, Biotecnologie, Information Technologies, Cognitive sciences (in acronimo Nbic) — sta radicalmente modificando non solamente il modo di produzione ereditato dalla società industriale, ma anche le relazioni sociali e la stessa matrice culturale della società. Non sappiamo ancora come le nuove tecnologie del digitale e la cultura che le governa modificheranno l’essenza del capitalismo del prossimo futuro. Sappiamo però che è in atto una seconda “grande trasformazione” di tipo polanyiano con conseguenze di vasta portata sul senso stesso del lavoro umano, oltre che sulla distruzione e creazione di posti di lavoro; sulla separazione tra mercato e democrazia, quale si è andata consumando nel corso dell’ultimo trentennio sull’onda dell’esaltazione dell’idea che fosse possibile espandere l’area del mercato prescindendo dal contemporaneo rafforzamento del principio democratico; sull’impatto dell’intelligenza artificiale (Ia) ai fini del successo del progetto transumanista — termine coniato alcuni decenni fa da Julien Huxley.

La promessa di un potenziamento, sia dell’uomo sia della società, che viene dalle tecnologie convergenti del gruppo Nbic dà conto della straordinaria attenzione che la tecnoscienza va ricevendo in una pluralità di ambiti, da quello etico a quello scientifico, da quello economico a quello politico. Quanto è in gioco non è solo il potenziamento delle abilità cognitive dell’uomo o il miglioramento dei modi di controllo delle informazioni e del loro uso a fini produttivi, ma anche l’artificializzazione dell’uomo e, al tempo stesso, l’antropomorfizzazione della macchina. Si può così comprendere perché, di fronte a scenari del genere, la nozione di responsabilità come imputabilità non sia sufficiente a guidare l’azione dei decisori, pubblici e privati. Piuttosto, sull’esempio di Zaccheo occorre applicarsi per tradurre in pratica la nozione di responsabilità come prendersi cura: si è soprattutto responsabili per il bene che non si fa, pur essendo in grado di farlo.

Il messaggio di speranza che promana dalla Laudato si’ è che le certezze che ci offre il progresso tecnico-scientifico non ci bastano. Questo, infatti, ha accresciuto e continuerà ad accrescere la nostra capacità di trovare i mezzi atti a raggiungere scopi di ogni genere. Ma se il problema dei mezzi si presenta oggi ben più favorevolmente di un tempo, non è detto che lo stesso avvenga anche per il problema dei fini. Problema che può formularsi così: «Che cosa è bene che voglia?» e non già: «Cosa devo fare per ottenere ciò che voglio?». L’uomo di oggi è afflitto dalla necessità di scegliersi i fini e non soltanto i mezzi. Di qui l’esigenza di una nuova speranza: di fronte al potenziarsi della catena dei mezzi, l’uomo contemporaneo non sembra trovare altra via che lasciarsene asservire o ribellarsi. Non era così quando la catena dei mezzi era meno potente. È comprensibile che la speranza di chi non ha sia diretta sull’avere: è questa la vecchia speranza. Continuare a crederlo oggi sarebbe un errore. Se è vero che lasciar cadere la ricerca dei mezzi sarebbe stolto, ancor più vero è sapere che la nuova speranza va diretta sui fini. Avere speranza, oggi, significa precisamente questo: non considerarsi né come il mero risultato di processi che cadono fuori dal nostro controllo, né come una realtà autosufficiente senza bisogno di rapporti con l’altro.

Occorre dunque essere grati ai tantissimi amici del RnS per aver voluto richiamare la nostra attenzione, con questa 42° Convocazione Nazionale, sul senso profondo della conversione di Zaccheo e sulla testimonianza di vita che quotidianamente offrono.

di Stefano Zamagni
Presidente della Pontificia accademia delle Scienze sociali

© Osservatore Romano - 7 aprile 2019

 

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