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LA GENERAZIONE NE’-NE’

La settimana scorsa i giornali pubblicavano il Rapporto Giovani 2008, dove emerge che i giovani d'oggi non hanno voglia né di studiare né di lavorare, sono 270 mila ragazzi tra i 15 e i 19 anni il 9% del totale e1 milione e 900mila giovani tra i 25 e i 35 anni, il 25%. Non lo ritengono necessario, semplicemente. Basta loro vivere nel limbo tra studio e occupazione, senza impegnarsi seriamente con alcuna ipotesi di vita. E' un atteggiamento lassista, rinunciatario e inconcludente, privo di un orizzonte professionale ed esistenziale che sembra sempre più prendere piede fra le fila delle nuove leve.  La ricerca è stata commissionata dal ministero della Gioventù e realizzato dal Dipartimento di Studi sociali, economici e demografici della Sapienza di Roma.

 

Certamente non bisogna neanche troppo generalizzare, ma il fenomeno esiste, la tendenza denunciata c'è. Non è una tendenza che riguarda soltanto i giovani, ma è una posizione dilagante. È quel modo - scrive Socci - di concepire l'esistenza che Teilhard de Chardin definiva «il venire meno del gusto del vivere».

 Il fenomeno è stato studiato anche in Spagna, dove è stato ribattezzato con il nome "Generacion ni-ni", "Ne studia, né lavora" e sono circa il 54% dei giovani spagnoli.

  Il giornale online, Il Sussidiario.net ha intervistato sull'argomento il professore Marcello d'Orta e Antonio Socci.

 Per il primo "né", ossia la non voglia di studiare, di frequentare una scuola e diplomarsi, ha risposto il maestro D'Orta, in nessuna epoca è "piaciuto" andare a scuola. Una volta si diceva che «se non ti prendi il "pezzo di carta" da grande non potrai fare nemmeno lo spazzino».

 Ormai sono anni che si è capito che il lavoro non è consequenziale al fatto di essere andati a scuola. - Afferma D'Orta - Prevale l'istintività: non appena un giovane si accorge che molte persone, pur non essendo passate neanche per sbaglio da una scuola, hanno un'occupazione e un reddito più che buono, si tuffano a pesce nel mondo del lavoro, sempre che lo trovino.

 Anche se oggi il rifiuto istintivo nei confronti dell'istituzione scolastica è cambiato, «probabilmente oggi Pinocchio e Lucignolo non andrebbero più nel Paese dei Balocchi, ma resterebbero a scuola». Ovviamente si tratta di una provocazione, ma è molto indicativa rispetto a quanto accade nelle odierne aule scolastiche.

 La scuola oggi ha perso il proprio prestigio e, soprattutto l'autorità, forse per questo andarci non appare più così gravoso come un tempo. Ma nemmeno appare più utile. Una volta il maestro era un Maestro. Interrogava, dava le note, bocciava, ma insegnava anche qualcosa. Ora, alla faccia delle bocciature di quest'anno, è tutto percepito nell'inutilità. Anche le stesse bocciature rischiano di essere una pagliacciata perché nove volte su dieci il Tar dà ragione ai genitori che fanno ricorso. In questo clima causato, è doveroso dirlo, dal disastro del '68, è veramente difficile riuscire ad insegnare qualcosa. (Marcello D'Orta, oggi Pinocchio e Lucignolo non chiedono teorie, ma l'esperienza delle cose, 17.7.09 Il Sussidiario.net).

 Il maestro Marcello D'Orta è convinto che anche oggi i bambini, i giovani hanno voglia di imparare. Non è vero il cliché che dipinge i giovani come una massa di disperati che non ne vogliono sapere di niente. Il problema è che questa aspettativa di conoscere viene continuamente tradita sotto due versanti: da un lato nell'assenza di un riferimento certo e dall'altro nella riduzione della conoscenza a nozionistica.

 Per Antonio Socci la colpa di questa sfiducia nei giovani d'oggi bisogna trovarla nel 68, dove si azzerò alla radice la paternità e soprattutto furono delegittimati tutti quelli che proponevano di dare un senso alla vita e un motivo per vivere.

 Per Socci è tutta la generazione degli anni '70, divenuta oggi classe dirigente, fosse minata da un tarlo, da un veleno pericoloso che ha prodotto devastazioni: il veleno dell'ideologia. Un'intossicazione che ha in qualche modo continuato a mietere vittime anche fra le fila delle generazioni successive, come ha scritto benissimo in un libro molto bello Stefano Borselli, Addio a Lotta Continua. (Antonio Socci, Lo stupore, vero antidoto al "male di vivere" di tanti giovani, 17.7.09 Il Sussidiario.net).

 Non è colpa neanche dei giovani bamboccioni, come li apostrofò il ministro Padoa Schioppa.

 In ogni modo per Socci l'unica vera emergenza è l'enorme difficoltà che queste generazioni hanno ad incontrare persone che comunichino un senso per la vita e un gusto per la vita. È come se la cultura contemporanea e dominante fosse strutturata in qualche modo proprio per impedire che queste presenze siano incontrabili o per delegittimarle, renderle, se si vuole, invisibili.

 Tutti parlano d'emergenza educativa, proponendo magari teorie pedagogiche o piani pastorali, ma nessuno propone qualcosa che affascina; un primo passo per uscire dall'anestesia, per Socci è quello di partire dallo stupore, ossia dal domandarsi perché si è al mondo.

 

 

S. Teresa di Riva, 20 luglio 2009                                  
Domenico Bonvegna

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