Rassegna stampa formazione e catechesi

Un compendio di teologia dell’incarnazione

Le Sibille attribuite a Sperindio Cagnoli nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Crevoladossola

Fotografia tratta da «Storia ed Arte nella Chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Crevoladossola» («Oscellana», 1998-1999)

 

Annotava Stendhal, descrivendo il viaggio che da Parigi l’avrebbe portato a Roma, che il territorio ossolano all’altezza «del ponte di Crevola segna il luogo dove comincia la bella Italia» (Promenades dans Rome, Paris, Delaunay, 1829). In questo modo egli già pregustava il tesoro di bellezze paesaggistiche e artistiche che il viaggiatore avrebbe incontrato nel suo avanzare e procedere lungo la penisola.

Coincidenza vuole che propria in quella Crevoladossola, citata nell’itinerario di Stendhal, ci sia un ciclo di affreschi che rappresenta sicuramente un assaggio di quelle bellezze che l’autore de Il rosso e il nero si immaginava varcando le Alpi attraverso il passo del Sempione. Si tratta delle serie di otto Sibille attribuite a Sperindio Cagnoli (inizi del XVI secolo) dipinte nel sottarco del presbiterio della chiesa parrocchiale dei santi Pietro e Paolo.

 

Anticamente le Sibille erano delle figure femminili ispirate dalla divinità. Per esempio Servio Mario Onorato le definiva come delle vergini «nel cui petto parla la divinità» (Commentarius in Vergilii Aeneidos libros III, 445, edizione Harvard, 1946). E prima di lui Eraclito aveva detto che «la voce della Sibilla avrebbe attraversato i millenni perché è un dio a ispirarla» (fr.92 Diels). Il mandato di queste profetesse pagane era quello di annunciare e rendere manifesti i divini decreti. Naturalmente la risposta non era mai del tutto chiara, anzi spesso risultava incerta. In Virgilio i loro responsi sono scritti su delle «foglie che il vento disperde» (cfr Eneide vi, 74-75) e anche Dante ricorda che «così al vento ne le foglie levi / si perdea la sentenza di Sibilla» (Paradiso XXXIII, 65-66).

In tal senso un significato ancora più enigmatico e misterioso dovevano avere i loro oracoli quando annunciavano alle genti incredule l’avvento del Messia. Si tratta di un presagio che sant’Agostino riprende nella Città di Dio allorché, citando espressamente un verso di un’egloga virgiliana (cfr Bucoliche, 4,4), lo mette in relazione con il vaticinio della Sibilla di Cuma della venuta del Salvatore (cfr. De civitate Dei x, 27).

Lattanzio, parlando delle testimonianze delle Sibille, riferisce anche altri miracoli di cui si sarebbero fatte annunciatrici, come per esempio il fatto che Gesù avrebbe curato i malati o avrebbe camminato sulle acque, oppure l’episodio della moltiplicazione dei pani o anche la sua risurrezione dai morti (Divinae Institutiones iv,15; PL 6,492-495).

Questa tradizione si è andata sempre più affinando nel corso del tempo tanto che in epoche successive si è giunti ad associare ad ogni Sibilla una specifica profezia su Gesù. Per esempio la Persica, avrebbe annunciato la predicazione e il battesimo del Battista. La Libica avrebbe vaticinato sui miracoli di Cristo, la Delfica sulla sua passione; l’Eritrea si sarebbe pronunciata sulla sua incarnazione, la Samia sull’ingresso in Gerusalemme, l’Ellespontina sulla sua dottrina, la Frigia sulla sua morte, la Tiburtina sulla risurrezione e ascensione.

In base all’elenco che ne fornisce Varrone, ripreso dal citato Lattanzio (cfr Divinae Institutiones i,6; PL 6, 141-144), le Sibille sarebbero dieci, ma il loro numero è estremamente variabile e si può arrivare in alcuni elenchi o cicli pittorici anche a un numero doppio di profetesse. Per esempio nella vicina chiesa di San Gaudenzio a Baceno, attribuite alla bottega del Cagnoli, se ne contano sedici.

La ragione di questa proliferazione è dovuta senza dubbio al fatto che era un segno distintivo per una località poter vantare la presenza di un oracolo così significativo e importante. Sperindio nella parrocchiale di Crevola ne ritrae solo otto e il messaggio che assegna a ciascuna, inscritto sui filatteri che le avvolgono come un fregio, è riferito esclusivamente al tema dell’annuncio della venuta di Cristo e della sua nascita, come se questo momento cruciale della storia della salvezza trovasse un riscontro più idoneo proprio in queste profetiche figure femminili.

Per di più l’apparente paradosso di un Dio che sceglie di farsi uomo ben si addice al registro misterioso della loro mantica. Per esempio la Sibilla Egizia del Cagnoli sembra dire e non dire quando afferma che «il verbo eterno diventerà palpabile al mondo e il nome intimamente nascosto uscirà dalla sua bocca (Eternu(m) fiet mo(n)do palpabile verbum interiusq(ue) late(n)s exprimet ore nome(n))». La Sibilla Europea allude allo stesso mistero quando afferma che «da una casta genitrice nascerà un Dio, il cui regno sarà confermato da arcani silenzi (Firmabvnt cuius archana sile(n)tia regnum nas(c)etur casta de genetrice deus)».

Sul concepimento verginale di Maria, e quindi sull’altro profondo mistero della Natività, si fissa espressamente la Sibilla Frigia: «Alla venuta del Re chinate il capo, o superbi; diventerà madre una donna che non conobbe mai uomo (Regis in adventu caput inclinate superbi numq(uam) experta vi(rum) femina mater erit)». La Sibilla Eritrea torna ad accennare «allo stupore degli ultimi secoli di fronte a un Dio nascosto sotto la carne (Ultima s(a)ec(u)la deu(m) spectabu(n)t carne late(n)te(m))» e contemporaneamente riporta l’atteggiamento di riverenza verso la sua creatura della genitrice: «La Madre, e Vergine insieme, gli presterà ossequio (Obsequiu(m) Mater Virgo simvlque feret)».

La Sibilla Cumana preferisce cogliere Maria mentre allatta: «Dall’alto del cielo discende una nuova progenie a cui una casta fanciulla darà latte celestiale (Progenies c(o)elo nova demitetur ab alto ethereum cui lac casta puella dabit)». La Samia ripropone un’immagine da presepe perché dice che «Colui che è ricco nascerà da una poverella e l’animale bruto lo riconosce e adora (Nas(c)etur dives de paupere bruta colendum agnoscont)». E ancora un’altra bella immagine, attinta stavolta dallo zodiaco, la fornisce la Sibilla Libica: «Nascerà Cristo nella mite stagione del Toro, o Madre felice, figlia del tuo figlio».

Le Sibille dell’Ossola, di cui qui si sono riportati alcuni oracoli, offrono in questo modo un piccolo compendio di teologia dell’incarnazione, indicando l’avvento di Cristo e nello stesso tempo salvaguardandone il mistero, proprio come si addice al loro parlare che non vuole mai dire la cosa ma solo alludere ad essa. La rivelazione di cui esse ci fanno partecipi infatti è sì uno svelamento ma nello stesso tempo un nuovo nascondimento (ri-velazione), che ci inserisce nel gioco infinito di detto e non detto capace di rendere interessante e nuovo ogni fatto della storia sacra a partire da quello iniziale dell’Annunciazione, tanto poeticamente descritto da queste antiche profetesse.

di Lucio Coco

© Osservatore Romano - 13 marzo 2020


Mercoledì della XIX settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Jeanne de Chantal, religiosa, cofondatrice (1572-1641)

Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla mailing list di cristiano cattolico. Conforme al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196, per la tutela delle persone e e il rispetto del trattamento di dati personali, in ogni momento è possibile modificare o cancellare i dati presenti nel nostro archivio. Vedi pagina per la privacy per i dettagli.
Per cancellarsi usare la stessa mail usata al momento dell'iscrizione.