Rassegna stampa formazione e catechesi

Tra le carte del Vaticano II

cv-2-seppiadi AGOSTINO MARCHETTO

Mi giunge improvvisa la triste notizia della morte, nella notte tra il 12 e il 13 febbraio, di monsignor Vincenzo Carbone e mi si chiede un ricordo. Ed è un ricordo affettuoso, aggettivo da me per pudore usato pochissimo, ma che spendo volentieri per lui. E, insieme, per il concilio Vaticano II, per il quale egli ha consumato buona parte della sua non breve vita — il 27 giugno prossimo avrebbe compiuto 94 anni — fino a identificarvisi. Basti dire che alle cure, esperte e solerti, di questo curiale, incaricato per tantissimi anni dell’Archivio del concilio Vaticano II, dobbiamo quel tesoro che sono le fonti ufficiali raccolte in 63 monumentali tomi, quasi tutti in latino. Quando poi monsignor Carbone andò in pensione, non smise di occuparsi di quello che era il “suo” concilio, per il cui felice esito aveva collaborato, non poco e bene, con il segretario generale, monsignor Pericle Felici. E di fatto il diario di Felici fu il pane quotidiano del lavoro indefesso e meticoloso di Carbone fino alla morte. Nelle mie visite non mancavo con discrezione — aveva il suo carattere — di esortarlo a concludere, senza eccessivi perfezionismi nell’allestimento dell’apparato critico, la sua edizione, dopo che egli aveva trascritto (con grande difficoltà per la grafia dell’a u t o re ) il testo. Gli dicevo scherzando, per incoraggiarlo a concludere, che la sua situazione mi richiamava alla mente quella di Michelangelo, che faceva fatica a staccarsi dalle sue opere e a consegnarle ai committenti. Ma mi rispondeva che il lavoro non era maturo e che ci voleva ancora qualche mese. Questo minimo episodio è emblematico del ricercatore schivo e laboriosissimo, dello scrupolo dello studioso e del suo acutissimo senso di responsabilità. Speriamo che si possa arrivare all’edizione del diario di monsignor Felici che, soprattutto nella parte relativa gli anni di preparazione conciliare, mi fu da lui letto. Alla radice dell’impegno di Vincenzo Carbone — e val bene dirlo oggi — vi fu l’obb edienza. La vicenda del suo passaggio dall’insegnamento della sua amata teologia ai seminaristi alla segreteria del Vaticano II mi è stata da lui raccontata più volte, come fanno i grandi vecchi. E così pure l’accettazione della ferma volontà di PaoloVIaffinché si occupasse della pubblicazione degli atti conciliari. La decisione di accettarequesto impegno mastodontico sbocciò in lui dal grande senso di obbedienza al Papa e dall’a m o re alla Chiesa, di cui aveva una visione soprannaturale, anche se certo non idilliaca e disincarnata. Conosceva bene la Chiesa, grazie anche ai lavori e al travaglio del concilio da lui così tanto seguiti, nel servizio alla verità. Proprio la Chiesa, ad intraead extra, fu in effetti il grandioso e appassionante tema del Vaticano II, come avevano auspicato i cardinali Suenens, Montini e Lercaro. Se n’è andato dunque dal suo Signore un uomo di fede, un uomo di Chiesa, che combinava questa sua fedeltà con la conoscenza delle carte, oltre che degli uomini. Anche perché sotto le carte vi sono le persone, come ripeteva ai giovani sacerdoti della Segreteria di Stato il sostituto Montini. E queste sono state le carte del “suo” concilio, che egli curò per la pubblicazione con tenacia infaticabile, vedendo oltre lo spirito del Vaticano II anche i testi e i documenti finali, frutto dello stesso spirito. Riposa in pace, fratello, grande lavoratore del concilio ecumenico Vaticano II, nostra bussola per nuovo e pur antico cammino.

© Osservatore Romano - 14 febbraio 2014


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