alleanza miniGiuseppe Buffon

La recezione della Laudato si’ corre un grosso rischio, dal quale non può ritenersi esente nemmeno la stessa compagine ecclesiale. È un rischio che incombe pure sull’accademia qualora, schierata con i poteri forti dell’economia e della finanza, opti per una scientificità legittimata esclusivamente dall’efficienza tecnologica. i tratterebbe quindi di un rischio che grava soprattutto sul mondo dell’industria, per la quale spesso la sensibilità verso il tema della disoccupazione è già sufficiente a soddisfare i canoni della giustizia sociale. Il rischio è quello della banalizzazione. Nella migliore delle ipotesi, infatti, la questione ambientale rischia di essere relegata all’ambito dell’etica e confinata nel settore del volontariato. Spesso, anzi, essa viene ritenuta solamente un’istanza di ordine estetico, incoraggiata da illazioni di stravaganti sognatori. Il cantico stesso di Francesco, suo vessillo ed emblema, non è altro che linguaggio poetico, evasione retorica, lontana dai problemi concreti, quelli imposti dall’economia, dalla demografia, dalla disoccupazione. Sono ancora la maggioranza, infatti, gli specialisti persuasi che l’investimento nell’innovazione tecnologica, posta a servizio della massimizzazione dei profitti, sia molto più efficace, ad esempio, di una politica sulla raccolta diversificata dei rifiuti, come pure di un’agenda sugli investimenti in energie rinnovabili. Questo rischio affonda le radici in quella schizofrenia, evidenziata da Papa Francesco nel discorso rivolto alla Pontificia Accademia delle scienze sociali, che contrappone il mondo dell’efficienza, della produttività, del profitto e della finanza a quello della solidarietà, dell’assistenza e del volontariato sociale. Ai sostenitori del profitto, del resto, lo “scarto”, la povertà, appaiono strutture connaturali al vivere sociale, semplici controindicazioni, cui si rimedia con l’apporto assistenziale dei volontari, mentre il progresso può continuare a tener dritta la barra sul versante della produttività. Nell’attuale crisi culturale, sociale, economica, non basta più infatti il volontariato e ancora meno l’elemosina: forse, non è più sufficiente nemmeno la sola salvaguardia del bene comune. Occorre una rivoluzione antropologica, che parli il linguaggio della fraternità. E a questo proposito, il Papa della Laudato sì fa ancora riferimento a Francesco d’Assisi, l’inventore del vivere fraterno, quello del Cantico di frate sole , che fa da incipit all’enciclica sulla casa comune. È vero: per la stessa Laudato si’ la questione ambientale non può interessare solamente il piano estetico, patrimonio di poeti e utopisti, e non può bastare neppure quello etico, promosso dai militanti del terzo settore. Essa, infatti, non funge solo da esortazione per la costituzione di un sistema morale a garanzia di nuovi comportamenti, nuovi stili di vita. L’obiettivo principale della Laudato si’ non si esaurisce nell’istanza del compito formativo; la questione posta dall’enciclica sull’ecologia integrale, infatti, è innanzitutto di natura antropologica: «Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia» (n. 116). Il servizio alla casa comune, per i cristiani, è addirittura una questione di fede, come affermava già anni or sono Giovanni Paolo II : «I cristiani, in particolare, avvertono che i loro compiti all’interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede» ( Me s saggio per la giornata della pace , 1990). Papa Francesco postula, infatti, la creazione di un nuovo umanesimo, senza il quale non ci può essere né estetica, né etica, né morale: «Non basta conciliare in una via di mezzo, la cura per la natura e le rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo del disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso» (n. 172). Senza una nuova antropologia, perciò, la cura della casa comune continuerà a essere relegata al rango di volontariato, appannaggio di sognatori e poeti, infatuati da una remota utopia. Sono gli stessi propugnatori del paradigma economicotecnocratico a mettere in atto una campagna di squalifica al riguardo, salvo poi a relegare gli irriducibili nella prigione dorata delle varie green economy : «L’alleanza tra economia e tecnologia» mentre si limita ad «alcuni proclami superficiali, azioni filantropiche isolate», taccia «qualunque tentativo delle organizzazioni sociali di modificare le cose (...) come un disturbo provocato da sognatori romantici» (n. 67). Senza una nuova antropologia, che renda ragione dell’evanescenza e della fatuità dell’attuale sistema economico, finanziario, politico e sociale, dunque, non si potrà ottenere alcun cambiamento effettivo e duraturo: «Il principio della massimizzazione del profitto, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia» (n. 173). Non basta allora una estetica, non basta una morale, non basta una pedagogia ecologica, fino a quando non verranno chiariti i limiti dell’antropologia, soggiacente all’attuale sistema economico, morale, etico e formativo: «È necessaria un’ecologia economica, capace di indurre a considerare la realtà in maniera più ampia (...). Diventa attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale» (n. 134). Il compito vero dell’accademia universitaria, dunque, non esclusa quella pontificia, non può che essere innanzitutto il servizio alla verità, l’impegno nella ricerca, l’a p p ro f o n d i m e n t o della riflessione, senza la quale ogni azione formativa risulta superficiale, inefficace e quindi inutile. Essa può risultare addirittura nociva perché rischia di produrre un abbassamento della posta in gioco, un’edulcorazione della missione scientifica, una banalizzazione dei compiti propri dell’accademia del sapere, cui papa Francesco assegna una chiara missione: «Si attende ancora lo sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli. Lo stesso cristianesimo, mantenendosi fedele alla sua identità e al tesoro della verità che ha ricevuto da Gesù Cristo, sempre si ripensa e si riesprime nel dialogo con le nuove situazioni storiche, lasciando sbocciare così la sua perenne novità». È lo stesso Papa Francesco a denunciare un vuoto di pensiero, di creatività, ritenuta esito della ricerca: «Il problema è che non disponiamo ancora di una cultura necessaria per affrontare questa crisi» (n. 66). Anzi, egli chiama in causa la stessa riflessione ecclesiale, cui urge la revisione radicale di una antropologia cristiana distorta, basata su un’esegesi eccessivamente incentrata sul modello del dominio, e come tale messa sotto accusa dai teorici del pensiero ecologico, il primo dei quali è lo stesso Lyn Wite: «Una presentazione inadeguata dell’antrop ologia cristiana ha finito per promuovere una concezione errata della relazione dell’e s s e re umano con il mondo. Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato l’i m p re s s i o n e che la cura della natura sia cosa da deboli» (n. 115). Si attende allora dall’accademia non soltanto la promozione di questa o quella ecologia: l’ecologia giuridica piuttosto che quella sociale, quella urbana piuttosto che quella rurale, bensì di produrre una cultura ecologica, un nuovo paradigma dell’uomo e della società, della politica, una nuova antropologia: «L’umanità postmoderna non ha trovato una nuova comprensione di sé stessa che possa orientarla, e questa mancanza di identità si vive con angoscia. Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini» (n. 180). Per perseguire un tale alto, non meno che irrinunciabile, obiettivo non è sufficiente perciò l’istituzione di un’ulteriore agenzia interna ai recinti confessionali, educativa o formativa che sia, ma è necessario offrire una zona franca, adeguata al dialogo dei differenti, lo spazio per una condivisione interdisciplinare, per una fraternità scientifica, che sola può garantire la revisione del sistema economico esclusivista e autoreferenziale, che sola può garantire la necessaria integralità del pensiero ecologico. «È indispensabile un dialogo tra le stesse scienze, dato che ognuna è solita chiudersi nei limiti del proprio linguaggio, e la specializzazione tende a diventare isolamento e assolutizzazione del proprio sapere. Questo impedisce di affrontare in modo adeguato i problemi dell’ambiente» (n. 178).

© Osservatore Romano - 12 gennaio 2018

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