Rassegna stampa formazione e catechesi

Silenzio profetico

Nuova edizione per «Pustinia» di Catherine de Hueck Doherty

Uscito nel 1975 negli Stati Uniti, tradotto in italiano e pubblicato in Italia nel 1978, ristampato nel 2010, vede ora una nuova edizi

Beato Angelico, «San Pietro Martire che ingiunge il silenzio» (1442)

one Pustinia. Le comunità del deserto per il mondo globale di Catherine de Hueck Doherty (Milano, Jaca Book, 2019, pagine 191, euro 20), un classico della spiritualità che si inserisce a pieno titolo nella tradizione mistica cristiana.

 

Pustinia significa deserto in lingua russa, ma per un russo è molto di più di un semplice luogo geografico, «designa un luogo tranquillo e solitario in cui si desidera entrare per trovare il Dio che abita in noi». Pustinia è una vocazione al silenzio della Chiesa ortodossa che ha grande riconoscimento anche a livello popolare. Chi sente questo richiamo non deve dare tante spiegazioni, prima di mettersi in cammino ha solo bisogno della benedizione di un prete. «Chi è chiamato alla pustinia deve andarci o morire». Gli uomini e le donne chiamati al silenzio, i pustinikki, non corrispondono pienamente a quanto potremmo definire eremiti. «Partivano da soli (...) soli nell’ignoto» per essere veramente in comunione con Dio, camminavano senza una meta, finché non trovavano un posto dove approdare. «Erano persone che, nel loro cuore, bruciavano dal desiderio di essere sole con Dio e il suo grande silenzio».

È dunque innanzitutto una vocazione a vivere la libertà dello Spirito, senza più vincoli, senza dover rendere conto a nessuno. Esprime «l’eterna sete di Dio negli uomini che lo cercano, lo sappiano o no, come pellegrini dell’Assoluto». Rimanda all’immagine del “pellegrino russo”, ricorda lo staretz, l’anziano saggio, ma il pustinik incarna l’«abbandono totale a Dio», la resa radicale. «Il suo sguardo era vuoto».

«La pustinia è uno stile di vita kenotico». Entrare nella pustinia significa aprirsi profondamente all’ascolto, lasciarsi portare senza sapere dove, spogliarsi di ogni identificazione, «entrare nella kenosi, l’annientamento di sé». Percorso di svuotamento, di morte a se stessi che caratterizza la spiritualità del cristianesimo orientale, che pone al centro l’azione dello Spirito Santo e la rinuncia alla propria volontà: «Il deserto è un altare sul quale ogni istante portate l’offerta di voi stessi». E quello che il pustinik ascolta nel silenzio deve comunicarlo agli altri come gli antichi profeti. Più ascolta Dio, più si apre all’ascolto degli esseri umani. È lì nella solitudine, ma in comunione con l’intera umanità, pronto ad accogliere chi bussa alla sua porta. «C’era presso di lui un’ospitalità benevola, come se quelli che venivano a fargli visita non lo disturbassero mai (...). I suoi occhi sembravano brillare dalla gioia di accogliere un ospite. Dava l’impressione di un uomo che ascolta. Un uomo di poche parole, ma che ascoltava con un’attenzione profonda».

Pustinia, questa parola straniera quasi sconosciuta, paradossalmente diviene una “risposta” proprio per la nostra società, in cui rumore, consumismo mediatico e digitale, idolatria, ottenebrano e schiavizzano generazioni sempre più smarrite e infelici. Una risposta alla solitudine e al deserto delle nostre metropoli. «Pustinia significa preghiera, penitenza, mortificazione, solitudine, silenzio, offerti in uno spirito d’amore, di espiazione, di riparazione verso Dio». Una risposta anche a quella cultura occidentale «tanto sottomessa alla cerebralità, all’intellettualismo» che pervade la stessa teologia. «Penso che la pustinia attirerà a poco a poco molti di quelli che, dappertutto in questo vasto continente nordamericano, stanno per mettersi alla ricerca di un luogo dove possano entrare nel silenzio di Dio e ritrovare la sua Parola, il Cristo». Parole profetiche pronunciate da Catherine de Hueck Doherty diversi decenni fa, ma oggi sempre più attuali, poiché, come è noto, il richiamo al silenzio sta divenendo un fenomeno emergente attirando uomini e donne verso percorsi di ricerca interiore.

Purtroppo, da questo punto di vista, la Chiesa di Occidente non costituisce un fondamentale riferimento visto che, negli ultimi tempi, mentre monasteri e conventi si stanno svuotando per mancanza di vocazioni, cresce il numero di coloro che, non sentendosi compresi e non trovando corrispondenza all’interno delle istituzioni tradizionali, si stanno rivolgendo verso la spiritualità di altre tradizioni. Questo deve interrogare le gerarchie. Catherine si rende conto di questo vuoto di trasmissione già negli anni Settanta del secolo scorso.

Nata in Russia nel 1896, introdotta fin dall’infanzia alla pratica di una fede viva secondo la grande tradizione dell’Oriente cristiano, all’età di quindici anni fu data in sposa al barone Boris de Hueck, dal quale ebbe un figlio. Dopo la rivoluzione bolscevica, fuggita dalla Russia, approdò in Canada. Conobbe persecuzioni, povertà, diventò nuovamente ricca, ma presto, dopo la morte del marito, una profonda nostalgia verso le sue radici cristiane la spinse a vendere tutto per dedicarsi a una vita di apostolato. Si unirono a lei numerose persone fra cui il famoso giornalista Eddie Doherty che poi sposò in seconde nozze e con cui nel 1947 si stabilì a Combermere, un piccolo villaggio nell’Ontario a nord di Toronto, dove fondò Madonna House, una «famiglia spirituale» aperta all’accoglienza e all’apostolato.

Fu qui che prese coscienza della sua più autentica vocazione interiore: la pustinia. Dopo aver cominciato a vivere in prima persona silenzio e solitudine, comprese di essere chiamata a impiantare nell’Occidente cristiano questa antica tradizione della Chiesa d’Oriente: «Mi era apparso in modo chiarissimo che Dio voleva una pustinia nel continente americano». Così a Madonna House si cominciò a vivere il deserto. All’inizio adattando una vecchia casa colonica, poi costruendo delle vere e proprie pustinia nel bosco.

Questa testimonianza costituisce un segno profetico per i nostri tempi. È sempre più necessario che la Chiesa d’Occidente dia riconoscimento a questo tipo di vocazione al silenzio che non chiede regole né istituzioni. La chiamata alla pustinia implica l’abbandono totale allo Spirito Santo, è poco compatibile con orari, organizzazioni, programmazioni. Si entra in pustinia con «la semplicità di un bambino (...). Non ci sono orari. La pustinia è fuori dal tempo». Questa vocazione è una diretta trasmissione dell’esperienza dei padri e delle madri del deserto, di quel costante faccia a faccia con Dio, di quel solo a Solo che è esperienza dello Spirito, esperienza mistica. La pustinia si ricollega dunque al monachesimo anacoretico delle origini, ne trasmette la via sapienziale, quella teologia che scaturisce dalla conoscenza interiore di Dio, mistica. «Voi entrate in Dio e Dio entra in voi, e l’unione è costante». Non cerca una conoscenza intellettuale di Dio, lo sperimenta nell’intimo.

Quando l’anima si svuota di se stessa conosce il Verbo, l’atto creativo impresso nel suo fondo. In quell’intimità il Verbo parla, dona la conoscenza dell’ordine divino, della misura dell’amore. Silenzio, solitudine, deserto divengono luoghi di un incontro vivo con il Cristo che abita nel cuore. «Chiudete l’intelletto. Aprite il cuore». La sosta immobile conduce verso l’essenza, verso quella passività che piega le «ali dell’intelligenza», permette di attraversare la tenebra della dissomiglianza per introdurre alla vera conoscenza. «È in questa specie di immobilità che la fede cresce, che lo spirito prende vita, e che l’amore si approfondisce» attivando quella comunione che rende partecipi della relazione trinitaria. Il pustinik «vive in un rapporto strettissimo con la Santissima Trinità (...). Deve esser un testimone della Trinità». L’esperienza mistica cristiana consiste nell’«incarnare l’Incarnazione nella propria vita». La conoscenza di Dio si rivela solo incarnandola perché l’amore è un’esperienza viva e vivificante il cui tocco genera.

La pustinia è dunque un luogo interiore che custodisce la fiamma dell’amore divino. Più si stabilizza la relazione intima con Dio radicandosi attraverso l’esperienza, più si afferma come realtà incarnata dovunque noi siamo. Nasce così l’idea della «pustinia sulla pubblica piazza», ossia custodita nel cuore «uno stato, una vocazione, che appartiene a tutti i cristiani mediante il Battesimo. È la vocazione contemplativa». Stretto riferimento al monachesimo interiore, «il fine del pustinik è l’interiorizzazione». Non c’è bisogno di separarsi dal mondo come stato permanente, la contemplazione potenzia in maniera sorprendente la vita attiva, sviluppa azioni creatrici proprio dentro la storia. Liberando e rigenerando attrae nell’orbita dell’economia della grazia le cui potenzialità sono infinite. La pustinia nel cuore permette di stare nel mondo senza appartenere al mondo, rende capaci di generare amore perché costantemente generati dall’amore. Afferma Catherine portare una pustinia dentro di noi è come «essere incinti di Dio». Come una donna incinta porta ovunque vada il figlio che ha in grembo, ugualmente «ovunque andiate voi siete incinti del Cristo, e portate la sua presenza come portereste la presenza di un bambino in carne e ossa».

di Antonella Lumini

© Osservatore Romano - 10 agosto 2019


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