Rassegna stampa formazione e catechesi

Pregare a Gerusalemme nei luoghi di Gesù

gerusalemme via dolorosaL'avventura sempre nuova del pellegrinaggio 

La solennità di Pentecoste è ormai prossima. Il cammino che ogni anno, per quasi cento giorni, attraverso il tempo penitenziale della quaresima, il santo triduo e poi la gioia pasquale, ci conduce ad accogliere il dono dello Spirito, sta per concludersi. Nella veglia di Pentecoste tutta la Chiesa è idealmente riunita nel Cenacolo, in quella spoglia «stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi» (Atti, 1, 13) gli apostoli con Maria.

Chi ha la grazia di vivere a Gerusalemme può raccogliersi in preghiera fisicamente in quel luogo, sul monte Sion, e invocare lo Spirito proprio là dove il Risorto, la sera del giorno della sua risurrezione, aveva detto ai discepoli, soffiando su di loro: «Ricevete lo Spirito Santo» (Giovanni, 20, 22). Questa prassi liturgica — celebrare i misteri della salvezza proprio là dove si sono compiuti — è uno dei principali compiti dei frati francescani della Custodia di Terra santa. Con perseverante amore, secondo le venerande tradizioni, celebrano la divina liturgia nei luoghi santi, ripercorrendo anche fisicamente i luoghi in cui il Signore Gesù ha realizzato la nostra salvezza.

Già in passato su queste colonne abbiamo avuto modo di raccontare una di tali peregrinationes, presso il fiume Giordano, in occasione della festa del Battesimo del Signore. Queste celebrazioni pellegrinanti, per evidenti motivi storici, si intensificano nel tempo quaresimale: gli ultimi giorni della vita terrena del Maestro sono descritti dettagliatamente dai santi vangeli, e moltissimi sono i luoghi e gli eventi da ricordare e celebrare.

La nostra fede cristiana è fede nel Verbo fatto carne: Uno della Trinità è diventato uno di noi. Nessun spiritualismo etereo e nessun disprezzo per la materia ha più alcuna legittimità. Per questo motivo le pie pratiche del pellegrinaggio sono tenute in elevata considerazione dalla Chiesa. Anche se si tratta di espressioni di preghiera “popolare”, non hanno minor valore della preghiera di raccoglimento o di meditazione. Anzi: le due forme si integrano perfettamente, perché la preghiera cristiana non deve abbandonare mai la contemplazione dei misteri della vita di Cristo. Con le parole di santa Teresa d’Avila, «non possiamo piacere a Dio, né Dio accorda le sue grazie se non per il tramite dell’Umanità santissima di Cristo, nel quale ha detto di compiacersi. […] Per essere a parte dei segreti di Dio, bisogna passare per questa porta. Perciò chi lo segue non voglia cercare altra strada, nemmeno se già al sommo della contemplazione, perché di qui si è sicuri» (Vita, XX, 6-7). E contemplare l’umanità del Salvatore — via obbligata per tutti — è più facile se si conoscono i luoghi dove Egli è vissuto, il paesaggio che i suoi occhi hanno contemplato, il profumo della terra che i suoi piedi hanno calpestato. Farsi pellegrini sulle orme del Signore aiuta a sviluppare una migliore “composizione di luogo” (sant’Ignazio) e quindi a contemplare più efficacemente, con gli occhi della fede, il Salvatore. Inoltre il fatto stesso di andare a piedi — un movimento fisico, corporeo — ci aiuta a conservare la concretezza e l’integrità del gesto. Se infatti al credente ebreo è raccomandato di muoversi vistosamente quando prega, per manifestare che tutta la sua persona è coinvolta nell’orazione, è bene che anche noi cristiani non dimentichiamo che la preghiera si fa anche con i gesti. Uno dei quali è appunto il camminare sulle orme del Signore Gesù.

Il coinvolgimento del corpo in queste peregrinationes è così completo da risultare talvolta sfibrante, in particolare durante la quaresima. In questo tempo santo con grande frequenza si celebrano processioni nella città santa, uffici divini diurni e notturni nel Santo Sepolcro, celebrazioni eucaristiche nei luoghi visitati dal Signore, non solo a Gerusalemme ma anche nei dintorni, il tutto cantato in gregoriano e con eucologia propria. Si tratta davvero di un impegno notevole, che mette alla prova la resistenza fisica dei frati e di chi li accompagna; un vero e proprio lavoro, un “opus Dei” più gravoso di quanto non si immagini. Ma è una fatica ampiamente ricompensata dalla gioia di accompagnare passo dopo passo il Signore, come se anche noi fossimo testimoni oculari di quegli eventi.

I commoventi testi che accompagnano le celebrazioni, una volta superata la difficoltà iniziale della lingua latina, aiutano a interiorizzare il mistero e continuano a risuonare nella mente e nel cuore anche dopo la conclusione delle celebrazioni. La fatica, tuttavia, rimane: a volte, soprattutto nelle domeniche e nella settimana santa, il ritmo è così incalzante che solo l’intensità del momento liturgico aiuta a vincere il torpore per la mancanza di sonno e la stanchezza. Per farsi un’idea di questi appuntamenti serrati si può pensare alle celebrazioni dell’Ascensione, presso il santuario sul Monte degli Ulivi: processione solenne e primi vespri nel pomeriggio della vigilia (sotto il sole cocente), poi la compieta, a seguire l’ufficio vigiliare prima della mezzanotte; al mattino la santa messa in arabo e poi quella solenne in lingua latina. Il tutto in un luogo che dista dalla città vecchia «quanto il cammino permesso in giorno di sabato» (Atti, 1, 12).

Un esempio di questa preghiera fatta non solo con le labbra o con il cuore, ma anche “con i piedi” è, evidentemente, la Via crucis. San Bernardo di Chiaravalle prima, san Francesco d’Assisi e san Bonaventura da Bagnoregio poi, con la loro profonda devozione per la passione di Cristo, prepararono il terreno su cui si sarebbe sviluppato il pio esercizio. Fu infine san Leonardo da Porto Maurizio, frate minore e infaticabile predicatore, a darle la struttura oggi diffusa. Quel tradizionale percorso in quattordici stazioni, che nei venerdì di quaresima si compie simbolicamente in tutte le chiese cattoliche, a Gerusalemme si può compiere fisicamente lungo il cammino compiuto dal Salvatore, dalla condanna davanti a Pilato fino al Sepolcro. Percorrendo il tragitto con le proprie gambe, le singole stazioni si scolpiscono profondamente nella memoria. Non a caso, i maestri di retorica suggerivano di fissare la sequenza degli argomenti di un discorso facendoli corrispondere alle tappe di un itinerario ben conosciuto: a ogni luogo dell’itinerario corrispondeva un argomento dell’arringa. Allo stesso modo, è impossibile dimenticare le stazioni della Via crucis per coloro che, anche solo una volta o due, l’hanno ripetuta proprio là dove Gesù ha portato la croce.

I frati rinnovano questo pio esercizio ogni venerdì, insieme ai fedeli locali e ai pellegrini di transito, durante tutto l’anno. Perché «Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo» (Blaise Pascal, Pensées, 553, edizione Brunschvicg) e i cristiani di Terra santa non vogliono lasciarlo solo. È evidente che qui non si tratta più di un pellegrinaggio nel senso tradizionale. Il cammino non tende verso una meta da raggiungere, magari una sola volta nella vita. In questo caso lo strumento della preghiera è il cammino stesso: il credente non cerca l’incontro con Dio al termine dell’itinerario, in un santuario o altro luogo privilegiato, ma nella ripetizione dei gesti con i quali si sforza di accompagnare passo dopo passo il Signore.

Oltre alla Via crucis la devozione francescana ha sviluppato un altro percorso che commemora la passione, la morte e la risurrezione del Signore. Si tratta della processione quotidiana che i frati della Custodia rinnovano ogni pomeriggio presso il Santo Sepolcro sin dal XIV secolo, anzi «quotidianamente da prima del 1336». È questo, infatti, il titolo della dotta dissertazione pubblicata dall’attuale responsabile dei beni culturali della Custodia di Terra santa, fra Stéphane Milovitch (Quotidianamente da prima del 1336. La processione che celebra la morte e la risurrezione del Signore nella basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Milano, Edizioni Terra Santa, 2014, pagine 592). Liturgista appassionato e cultore della storia dei luoghi santi, il religioso ricostruisce le vicende di quest’antica devozione, ne presenta dettagliatamente la struttura e suggerisce interessanti prospettive di aggiornamento. La processione è un rito di grande importanza, soprattutto se si considera che nella basilica vige lo status quo, ossia la compresenza di cristiani cattolici e non cattolici (soprattutto greci ortodossi e armeni), i quali condividono — e a volte si contendono — la giurisdizione sulle diverse zone dell’edificio. La processione, che raggiunge anche porzioni della basilica che non ricadono sotto la giurisdizione diretta dei cattolici, manifesta simbolicamente che i luoghi santi non sono proprietà esclusiva di nessuno, e di conseguenza almeno una volta al giorno è lecito ai cattolici pregare anche in quegli spazi che lo status quo assegna ad altre confessioni. Ma sarebbe assolutamente riduttivo considerare la processione un mero dovere d’ufficio, funzionale alle rivendicazioni dei cattolici. Al contrario, l’itinerario offre un modo eccellente di celebrare integralmente il mistero pasquale, contemplando in un’ora di intensa preghiera la passione, la morte e la risurrezione del Signore.

Senza entrare nella ricostruzione dei dettagli storici che hanno condotto all’attuale forma del rito, per i quali rimandiamo alla lettura dell’esauriente volume sopra citato, ci limitiamo a riassumere le tappe di questo cammino processionale, così come si presenta oggi agli occhi dei pellegrini in visita al Santo Sepolcro. La processione consta di quattordici stazioni (come la Via crucis) ed è chiaramente impostata su due unità: il ciclo della passione e quello della risurrezione. Già questo dettaglio mette in luce la completezza e il rigore teologico della pia pratica. La Via crucis, infatti, si sofferma su un solo versante del mistero pasquale, ossia la passione e morte del Signore. Non a caso qualcuno ha proposto di integrarla con un itinerario più gioioso, chiamato Via lucis, che propone la contemplazione delle apparizioni del Risorto. Si tratta di una lodevole iniziativa, ideata dal salesiano Sabino Palumbieri una trentina d’anni fa, accolta nel Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti (2002) della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Anche in questo caso, però, viene contemplato un solo aspetto del mistero pasquale, stavolta quello della gloria. La processione al Sepolcro, invece, propone la contemplazione del mistero pasquale nella sua unità e integrità: le prime undici tappe ci rimandano al venerdì santo, mentre le ultime tre sono legate alla gioia della risurrezione. Ogni stazione è connessa con uno spazio fisico o una cappella all’interno del Santo Sepolcro. In questo modo il pellegrino è invitato a compiere una sorta di “itinerario di visita” della basilica, guidato dalla contemplazione dei misteri di Cristo. In ciascun tappa si canta dapprima un inno, seguito da una breve lettura biblica e da un’orazione. I testi biblici ed eucologici sono spesso integrati, secondo la prassi dei luoghi santi, dalla parola hic, “qui”. Qui, proprio qui, e non altrove, si sono svolti gli eventi che meditiamo. Al termine, un Pater, Ave e Gloria segnano il passaggio da una stazione all’altra.

La processione ha inizio nella cappella dell’Apparizione alla Vergine (i), detta anche del Santissimo Sacramento, che presto sarà restaurata. Dinanzi all’eucaristia è come se tornassimo al Cenacolo: è lì che il Signore ha scelto di amare i suoi «fino alla fine» (Giovanni, 13, 1). Questa prima tappa è una sorta di introduzione generale al ciclo della croce. All’interno della medesima cappella, in una nicchia al lato dell’altare, si trova una porzione della colonna della flagellazione (ii): contemplando Gesù flagellato — come nei misteri dolorosi del rosario — siamo introdotti subito alla presenza dei dolori del Salvatore. La processione poi, intonando un inno, si incammina verso il cosiddetto “carcere di Cristo” (III): una cappella di pertinenza dei greci ortodossi, dove tradizionalmente si commemora la prigionia del Signore prima della sua condanna. Non che questo sia il luogo dove effettivamente Egli è stato detenuto; ma non va dimenticato che per molti secoli (esattamente dalla perdita di Gerusalemme da parte dei crociati nel 1187 fino al 1832) le porte della basilica rimanevano abitualmente chiuse, e il clero delle diverse comunità, che viveva rinchiuso tra queste mura, ha raggruppato all’interno della basilica le memorie evangeliche della passione, per poterla rivivere integralmente senza uscire all’esterno. Ecco spiegata la memoria del “carcere di Cristo”. Si prosegue poi alla volta dell’altare della divisione delle vesti (iv), che si trova poco più avanti, nella cappella absidale, proprietà della comunità armeno-ortodossa. Facendo memoria delle vesti del Signore tirate a sorte, chiediamo in preghiera che «spogliati dei vizi, possiamo presentarci al giudizio divino con la veste candida».

Si scende quindi nella cripta del ritrovamento della Santa Croce (v): un’antica cava di pietra, abbandonata e usata come cisterna, nella quale sant’Elena rinvenne la croce benedetta. Si canta l’inno Crux fidelis inter omnes, che è parte del celeberrimo Pange lingua di Venanzio Fortunato. L’adorazione della croce, ritrovata proprio qui, ci conduce al nucleo teologico della Pasqua. Si risale poi al sacello di sant’Elena (vi), per fare una memoria votiva della madre dell’imperatore Costantino: è l’unica stazione che non ricorda un momento della passione del Signore. La processione si ferma poi alla cappella che custodisce la colonna della coronazione di spine (VII): secondo una pia tradizione, si tratterebbe della colonna sulla quale Gesù era seduto mentre i soldati lo schernivano e lo umiliavano. Difficile confermare l’autenticità della reliquia, tuttavia certamente è giusto contemplare non solo i dolori fisici di Gesù, ma anche le sue sofferenze morali, non meno brucianti.

Con la successiva stazione la processione sale al Calvario. Su questa piccola altura, ove oggi si trova un oratorio diviso in due navate, si celebrano tre diverse memorie: nella cappella di destra, che appartiene ai francescani, Gesù inchiodato alla croce (VIII); in quella di sinistra, che appartiene ai greci, Gesù crocifisso (ix); a metà tra le due navate, davanti all’altare latino dello Stabat Mater, la Vergine addolorata (x). Siamo proprio lì dove i chiodi hanno trafitto le carni di Gesù, dove Egli è spirato, dove la Madre stava ai piedi del patibolo del Figlio. Si canta il Vexilla regis, quindi ci si inginocchia e si prega sottovoce, in rispetto adorante davanti la morte di Cristo. Queste due tappe corrispondono alle stazioni xi e XII della Via crucis: la processione è giunta così al culmine del ciclo della croce. Segue il canto dello Stabat Mater, per venerare la Vergine dei dolori. Si tratta di una stazione aggiunta di recente (1924), ma non poteva mancare la memoria della Madre nel contemplare la morte del Figlio. Riscendendo la ripida scaletta del Calvario ci si trova davanti alla pietra dell’unzione (xi), collocata a metà strada fra il luogo della crocifissione e quello della sepoltura. Il sacerdote incensa la pietra, simbolo del corpo del Signore, come un tempo avevano fatto le donne con i loro aromi profumati. Il canto non si indirizza più agli strumenti della passione (chiodi, legno), ma alle piaghe da essi prodotte nel corpo del Signore: «Pange, lingua, vulneratum / corde Christum lancea». E qui si chiude il ciclo della croce.

Senza soluzione di continuità, si passa alla XII stazione (corrispondente alla XIV della Via crucis): siamo davanti al glorioso sepolcro di nostro Signore, che inaugura il breve ciclo della risurrezione. Nei giorni più solenni (martedì in onore di sant’Antonio; venerdì, sabato e domenica) il canto dell’inno viene accompagnato dall’organo. Il testo (Aurora caelum purpurat) ci riporta all’alba del terzo giorno, benché la celebrazione si svolga di pomeriggio: davanti alla tomba vuota l’atmosfera è sempre quella del mattino di Pasqua. Nei giorni più solenni, oltre alla lettura del vangelo del kèrygma, si compiono tre giri processionali intorno alla sacra edicola: un’interpretazione suggestiva vuole vedere in queste deambulazioni circolari una mimesi della ricerca angosciata del corpo del Signore da parte delle donne. Nei giorni ordinari è sufficiente la potenza del vangelo della risurrezione a esprimere il cuore della nostra fede: «È risorto, non è qui!». Le ultime due tappe ricordano infine l’apparizione del Risorto alla Maddalena (XIII) e alla Madre (XIV). È il trionfo della gioia pasquale: il Risorto, inghiottito dagli inferi, ne è uscito vittorioso e si mostra ai suoi. Davanti all’altare della Maddalena il celebrante incensa un cerchio intarsiato sul pavimento: è il punto ove, secondo la tradizione, Maria ha incontrato e riconosciuto il “Rabbunì” (Giovanni, 20, 16). La processione si conclude nella cappella dell’Apparizione alla Vergine. Qui, in ginocchio davanti al corpo eucaristico del Signore, si fa memoria dell’incontro tra la Santissima Madre e il Risuscitato. I vangeli non ci riferiscono questo incontro, ma da sempre la tradizione ha ritenuto che il Figlio risorto non avrebbe potuto lasciare nell’angoscia sua Madre. E così, davanti al Santissimo Sacramento, siamo di nuovo raccolti con Maria nel Cenacolo, stavolta inteso come luogo della Pentecoste e della manifestazione al mondo della Chiesa. L’eucaristia consente anche a noi, oggi, di incontrare il Crocifisso Risorto: adorandolo presente nel sacramento dell’altare, siamo chiamati a diventare suoi testimoni.

Queste righe affrettate non riescono certamente a render conto dell’intensità e della ricchezza spirituale contenuta nella processione quotidiana al Sepolcro. Vissuta spesso in un contesto poco raccolto, per non dire di vera e propria confusione, a causa dell’ingente afflusso non solo di pellegrini ma anche di turisti, la processione rimane un atto di preghiera liturgicamente ineccepibile, nobile e coinvolgente. La prima volta che vi si prende parte, molta della sua ricchezza rimane incompresa. Nonostante i frati distribuiscano ai presenti, insieme alle candele, fascicoli in più lingue, la calca e il rumore non di rado rendono difficile seguire con attenzione la preghiera. Non importa: si ripete quanto accadeva nella prassi mistagogica antica, quando ai catecumeni venivano rivelati e consegnati i sacri misteri prima ancora di avergliene spiegato il contenuto, e solo dopo, gradualmente, si cercava di presentare loro il significato di ciò che avevano vissuto. Anche oggi, non possiamo capire tutto e subito. Il Mistero ci avvolge e ci trascende, sempre. Speriamo però di aver invogliato qualcuno a gustare questo tesoro di fede e di devozione che i frati francescani di Terra santa custodiscono con laborioso e costante amore.

di Filippo Morlacchi



© Osservatore Romano - 5 giugno 2019


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