Rassegna stampa formazione e catechesi

La verità, vi prego sul perdono

«Settanta volte sette», l’ultima pièce di Controcanto Collettivo 

Una scena di «Settanta volte sette» andato in scena durante «I Teatri del Sacro» (2019)

Sei personaggi che non hanno avuto bisogno di nessun autore; sei storie che si sono scritte da sole durante le improvvisazioni degli attori, in prova, diventando poco a poco scene che, passate al setaccio, filtrate e assemblate, hanno dato vita a Settanta volte sette.

«Non abbiamo un drammaturgo esterno» spiega Clara Sancricca raccontando come è nata l’ultima (bellissima) pièce di Controcanto Collettivo, andata in scena ad Ascoli nel giugno scorso durante la rassegna «I Teatri del Sacro». La genesi del testo spiega la freschezza dei dialoghi, che rispecchiano la casualità apparente della vita reale: «Resti a casa domattina? Viene il tecnico della caldaia, se non gli apre nessuno che facciamo? Fai tu la spesa a mamma? Ti sei ricordato di pagare le bollette? Ancora vuoi comprare cose che non ti servono? Pensa alla fine che ha fatto il kit per fare la birra artigianale; è da qualche parte in cantina a prendere la polvere».

 

 

Storie di ordinaria infelicità attutita dal lento dipanarsi di giorni tutti uguali, in due famiglie normali lacerate di colpo da un evento tragico, assurdo, impossibile da prevedere (e da prevenire), l’uccisione di un ragazzo durante una festa.

«Lo spettacolo — si legge nelle note di regia — affronta il tema del perdono e della sua possibilità nelle relazioni umane. Nella sua gloriosa storia questo concetto sembra essere giunto ad un inglorioso epilogo, che lo vede soccombere alla logica, attualmente vincente, della vendetta. Un tempo ritenuto il punto di arrivo di un percorso destinato a pochi spiriti eletti, appare oggi, nell’opinione comune, come il rifugio dei più codardi e la scappatoia dei meno arditi».

Nella routine senza scosse di due famiglie di livello sociale e culturale diverso, dipinta con tocchi delicati, realisti, mai stonati, mai “finti”, irrompe la dismisura di un dolore insopportabile, incomprensibile, che apre voragini di “orfanezza” — come la chiama papa Francesco, quella sperdutezza che attanaglia i più giovani in un mondo di padri assenti, fragili, arresi al male di vivere — e innesca nuove domande sia nella famiglia della vittima che in quella del carnefice, alle prese con il grande vuoto del carcere.

Il perdono è un percorso complesso; chi perdona deve superare dubbi, sensi di colpa, ripensamenti. La memoria torna incessantemente alla ferita subita, e ogni volta è necessario ri-decidere che cosa fare. Non una sola volta, ma a ogni singolo riaffacciarsi alla coscienza del male subito; secondo la numerologia simbolica ebraica, settanta volte sette appunto, un numero talmente alto da essere sinonimo di sempre.

La rabbia torna ad affiorare quando meno te lo aspetti: il biglietto di un concerto reso inutile dal lutto, le riunioni interminabili con gli avvocati che prendono sempre più spazio in agenda, un vecchio messaggio vocale, crudele nella sua allegria, aperto per caso cercando un altro numero in rubrica, traccia di giorni luminosi passati insieme spenti per sempre. Dettagli apparentemente irrilevanti per chiunque ma non per i familiari di Luca, il ragazzo ucciso, capaci di riaprire in un attimo una ferita che sembrava ormai fare meno male, bruciare di meno.

«Chi perdona — scrivono gli attori-autori nelle note di regia (collettiva, come il nome che hanno scelto per il loro gruppo teatrale) — sembra sminuire il torto, giustificare l’offesa, mancare di rispetto alla vittima, farsi complice del colpevole. Eppure il perdono protesta per innescare pensieri diversi, per aprire a logiche nuove; protesta contro l’assunto che al male vada restituito il male. Ci ricorda che dentro la ferita, dentro la memoria del male subito e al di là di ogni convenienza, esiste la possibilità di un incontro».

Settanta volte sette racconta la vita di due famiglie i cui destini s’incrociano in una sera, «racconta del rimorso che consuma, della rabbia che divora, del dolore che lascia fermi, del tempo che sembra scorrere invano». Ma racconta anche, con delicatezza e pudore, la solidarietà semplice, essenziale che spesso nasce in carcere, e la possibilità che il dolore inflitto e il dolore subito riescano — nel tempo, dopo tante false partenze e molti tentativi andati a vuoto — a parlare una lingua comune. La possibilità, infine, che l’empatia non resti solo una parola e che «l’essere umano, che conosce il contagio del riso e del pianto» dietro la colpa possa ancora riconoscere l’uomo.

«Questa cosa è più grande di così» dice uno dei personaggi, parlando con il fratello di Luca; quello che è successo è più grande della nostra reazione immediata, è più grande della nostra stessa rabbia e del nostro stesso dolore. È portatore di qualcosa che non riusciamo a misurare. Forse è la crepa, parafrasando il celeberrimo verso di Leonard Cohen, attraverso cui potrà passare la luce. «Nessun moralismo e nessun compiacimento, ma un racconto che stringe la gola e il cuore» scrive Gianfranco Capitta nella sua recensione su Il Manifesto. Uno spettacolo semplice, “vero” senza nessuna caduta nel banale — si legge in un commento apparso sulla pagina Facebook della compagnia «su un tema molto, molto difficile pericolosamente confinante con la predica, o con l’overdose di zucchero, o con la denuncia-e-basta. Wystan Auden l’avrebbe chiamato La verità, vi prego, sul perdono. Bravi, era un sesto grado su una falesia scivolosa. E pure in cordata».

di Silvia Guidi

© Osservatore Romano - 7 luglio 2019


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