Rassegna stampa formazione e catechesi

Il popolo secondo Francesco

fanciulloAbramo e la chiamata “corale” di Dio alla famiglia umana

Pubblichiamo uno stralcio da Il popolo secondo Francesco. Una rilettura ecclesiologica di Walter Insero (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2018, pagine 184, euro 11) che sarà presentato nel pomeriggio dell’8 aprile alla Pontificia Università Gregoriana.

Per illustrare la realtà misterica della Chiesa papa Francesco, attingendo dal capitolo ii della Lumen gentium, concepisce la comunità ecclesiale come il popolo che Dio costituisce. Presentando ai fedeli riuniti in piazza San Pietro un ciclo di catechesi dedicate alla Chiesa durante le udienze generali del mercoledì, papa Francesco ha esordito: «È un po’ come un figlio che parla della propria madre, della propria famiglia. Parlare della Chiesa è parlare della nostra madre, della nostra famiglia».

Come aveva già ricordato ai cardinali l’indomani della sua elezione nella Messa celebrata nella Cappella Sistina, Francesco ha ribadito: «La Chiesa non è un’istituzione finalizzata a se stessa o un’associazione privata, una Ong né tanto meno si deve restringere lo sguardo al clero o al Vaticano». Essa, infatti, «è una realtà molto più ampia, che si apre a tutta l’umanità e che non nasce in un laboratorio», perché è stata «fondata da Gesù ma è un popolo con una storia lunga alle spalle e una preparazione che ha inizio molto prima di Gesù stesso».

Francesco parte dalla “preistoria” della Chiesa che egli fa risalire alle pagine del libro della Genesi dedicate alla chiamata di Abramo: «Dio non chiama Abramo da solo come individuo, ma coinvolge fin dall’inizio la sua famiglia, la sua parentela e tutti coloro che sono a servizio della sua casa». Dio chiede al patriarca di partire, di lasciare la sua patria e di mettersi in cammino verso un’altra terra che gli avrebbe indicato in seguito: «Una volta in cammino — sì, così incomincia a camminare la Chiesa — poi, Dio allargherà ancora l’orizzonte e ricolmerà Abramo della sua benedizione, promettendogli una discendenza numerosa come le stelle e come la sabbia sulla riva del mare».

Partendo dalla vocazione di Abramo Dio ha manifestato il suo progetto: «Formare un popolo benedetto dal suo amore e che porti la sua benedizione a tutti i popoli della terra», un progetto che «non muta» ed è «sempre in atto» che in «Cristo ha avuto il suo compimento e ancora oggi Dio continua a realizzarlo nella Chiesa». Nella prima omelia pronunciata durante la Messa concelebrata dai cardinali elettori il giorno dopo l’elezione, papa Francesco ha messo in luce il dinamismo che deve caratterizzare l’esperienza della Chiesa nel tempo, esprimendolo con tre verbi ripresi dalla liturgia della Parola del giorno: «Nella Prima Lettura il movimento nel cammino; nella Seconda Lettura, il movimento nell’edificazione della Chiesa; nella terza, nel Vangelo, il movimento nella confessione. Camminare, edificare, confessare».

Presiedendo questa prima Eucarestia come vescovo di Roma, Bergoglio ha ribadito l’importanza del camminare per l’esperienza ecclesiale della fede: «Questa è la prima cosa che Dio ha detto ad Abramo: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”. Camminare: la nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa».

Il Papa, consapevole delle difficoltà e delle debolezze del cammino della Chiesa nella storia, riconosce che «non è così facile, perché nel camminare, nel costruire, nel confessare, a volte ci sono scosse, ci sono movimenti che non sono proprio movimenti del cammino: sono movimenti che ci tirano indietro». Egli mette però in guardia: «Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo vescovi, preti, cardinali, papi, ma non discepoli del Signore». Il primo elemento che intende mettere in luce è che «Dio forma un popolo perché porti la sua benedizione a tutte le famiglie della terra» e all’interno di questo popolo nasce Gesù.

Il secondo elemento che Bergoglio invita a considerare è il seguente: «Non è Abramo a costituire attorno a sé un popolo, ma è Dio a dare vita a questo popolo». È Dio a prendere l’iniziativa sin dal momento in cui «bussa alla porta di Abramo e gli dice: vai avanti, incomincia a camminare e io farò di te un grande popolo. E questo è l’inizio della Chiesa e in questo popolo nasce Gesù».

Come per Abramo, Dio forma un popolo con «tutti coloro che ascoltano la sua Parola e che si mettono in cammino fidandosi di Lui. Questa è l’unica condizione: fidarsi di Dio», perché se «tu ti fidi di Dio, lo ascolti e ti metti in cammino, questo è fare Chiesa». Ciò che accompagna il cammino di questo popolo è l’amore di Dio che lo precede in tutto: «È questa la bellezza della Chiesa che ci porta a questo Dio che ci aspetta! Precede Abramo, precede anche Adamo».

Come ha fatto con il suo popolo, lungo tutta la storia della salvezza che può essere riassunta come «la storia della fedeltà di Dio e dell’infedeltà del popolo», Dio «continua a educare e a formare il suo popolo» soprattutto «camminando con noi», Dio ci insegna a camminare come fa un padre con il proprio figlio piccolo come descrive il profeta Osea, «ed è lo stesso atteggiamento che mantiene nei confronti della Chiesa». Di conseguenza per papa Francesco «essere Chiesa è sentirsi nelle mani di Dio, che è padre e ci ama, ci accarezza, ci aspetta, ci fa sentire la sua tenerezza».

Nell’intento di formare un popolo che porti la sua benedizione a tutti i popoli della terra, Dio «prepara questo popolo nell’Antica Alleanza finché, in Gesù Cristo, lo costituisce come segno e strumento dell’unione degli uomini con Dio e tra di loro». Papa Francesco sottolinea l’imprescindibilità dell’appartenenza del cristiano a questo popolo: «Non siamo isolati e non siamo cristiani a titolo individuale, ognuno per conto proprio, no, la nostra identità cristiana è appartenenza! Siamo cristiani perché apparteniamo alla Chiesa».

Questa appartenenza non rappresenta un elemento secondario, infatti essa è «espressa anche nel nome che Dio attribuisce a se stesso», quando leggiamo che Dio risponde a Mosè definendosi «Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe», non un dio dei luoghi ma un Dio in relazione con delle persone. Egli si rivela come un Dio che ha stipulato un’alleanza con i nostri padri e rimane fedele per sempre al suo patto. Il Signore ci «chiama a entrare in questa relazione che ha con il suo popolo che ci precede tutti, viene da quel tempo».

Papa Francesco partendo da questa origine remota dell’appartenenza del cristiano al popolo dell’alleanza chiarisce che «nessuno diventa cristiano da sé» e «non si fanno cristiani in laboratorio», ma «il cristiano è parte di un popolo che viene da lontano. Il cristiano appartiene a un popolo che si chiama Chiesa e questa Chiesa lo fa cristiano, nel giorno del Battesimo, e poi nel percorso della catechesi e così via». La Chiesa per Francesco è «una grande famiglia nella quale si viene accolti e si impara a vivere da credenti e da discepoli del Signore Gesù». Questo cammino si può vivere «soltanto grazie ad altre persone», e «insieme ad altre persone», perché nella Chiesa «non esiste il “fai da te”, non esistono “battitori liberi”», infatti «non possiamo essere buoni cristiani se non insieme a tutti coloro che cercano di seguire il Signore Gesù, come un unico popolo, un unico corpo, e questo è la Chiesa».

Papa Francesco in una delle catechesi con la quale descrive ai fedeli la realtà della Chiesa, soffermandosi sul termine con cui il concilio Vaticano ii descrive la comunità ecclesiale, sviluppa la sua riflessione ponendosi degli interrogativi che non assumono solo un valore retorico. Egli, infatti, in modo chiaro e sintetico, iniziando dalla domanda che cosa vuol dire essere Popolo di Dio? risponde: «Dio non appartiene in modo proprio ad alcun popolo, perché è lui che ci chiama, ci convoca, ci invita a fare parte del suo popolo, e questo invito è rivolto a tutti, senza distinzione, perché la misericordia di Dio “vuole la salvezza per tutti” (1 Timoteo 2, 4)». Di conseguenza per Bergoglio essere Chiesa «significa essere Popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d'amore del Padre», essendo «fermento di Dio in mezzo all’umanità».

Per quanto riguarda la prospettiva soteriologica, nell’Evangelii gaudium, riferendosi al numero 36 della Gaudium et spes, Francesco aggiunge: «Questa salvezza, che Dio realizza e che la Chiesa gioiosamente annuncia, è per tutti». In virtù di questa visione universale, radunando un popolo «Dio ha dato origine a una via per unirsi a ciascuno degli esseri umani di tutti i tempi» e «ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana». Essendo «questo popolo che Dio si è scelto e convocato» la Chiesa è chiamata ad essere luce, sale e lievito nel mondo; papa Francesco estende a tutti l’invito a farne parte.

di Walter Insero

© Osservatore Romano - 7 aprile 2019