Rassegna stampa formazione e catechesi

Il faraone che trovò Dio

La rivoluzione monoteista di Akhenaton

Rilievo con Akhenaton e la sua famiglia

 

Quattordici secoli prima di Cristo un re teologo e visionario tentò l’assalto al pantheon degli dei d’Egitto, proclamando per la prima volta nella storia il nome dogmatico del Dio unico, creatore di ogni cosa e padre premuroso di tutti i popoli “di pelle diversa”. Il faraone Akhenaton, nei diciassette anni del suo regno che rivoluzionò ogni ambito dell’esistenza, tentò la via intellettuale — e dall’alto — al monoteismo. Non lasciò un libro sacro per trasmettere il suo annuncio, ma meravigliose e tenere immagini di vita familiare e un inno poetico, paragonato al Cantico delle Creature e accostato al salmo 104 dell’Antico Testamento.

 

 

«Quanto sono numerose — proclamò — le tue opere che si nascondono allo sguardo, tu, unico Dio del quale non esistono uguali! Hai creato la Terra secondo il tuo desiderio, con uomini, bestiame ed ogni animale. Quanto sono efficaci i tuoi piani, tu signore dell’eternità. Tu balia nel corpo della madre, tu che doni il respiro perché tutte le creature possano vivere! (...) Sei il signore di tutti che per tutti si affatica».

Per Akhenaton non bruciò alcun roveto nel deserto come per il fuggiasco Mosè. Il nome di Dio non gli fu rivelato. Lui, però, affermò di averlo letteralmente “trovato” nella meraviglia delle sue creature e di non potersi trattenere dal proclamarlo con la gioia di un innamorato. Del dio padre si disse figlio e profeta unico. «Resti nel mio cuore — prosegue l’Inno — e non c’è nessuno che ti conosce, al di fuori del tuo figlio Neferkheperure Uanre, al quale hai fatto conoscere il tuo essere e la tua forza».

Questo meraviglioso cantico fu per sorte trascurato dalla furia della restaurazione degli dei che seguì la sua morte e l’ascesa al trono di vari, più o meno effimeri successori, tutti dall’identità incerta almeno fino all’avvento del celeberrimo Tut-Ankh-Amun. Prima gradualmente, poi con violenza, si cercò di cancellare ogni segno del suo passaggio nella storia perché Akhenaton e il suo Dio dei popoli, cadessero nella non-esistenza. Ma il testo del cantico si salvò e in tempi moderni fu ritrovato sulle pareti di una tomba non utilizzata. Un’avventura umana, quella del re monoteista, che — dimenticata per secoli — sembra riecheggiare anche nei Vangeli.

Akhenaton fu uno dei più grandi sulla terra, potente, sapiente, profeta. La furia restauratrice che lo condannò a sparire dalla Storia, fino alla sua casuale riscoperta attorno al 1840, fu proporzionale alla grandezza del suo tentativo. Thomas Mann scrisse di lui che era «sulla giusta via, senza però essere l’uomo giusto per la via».

Si torna a parlare di Akhenaton, oggi, grazie a una ricercatrice belga, docente dell’università del Quebec, Valérie Angenot, che ha portato il risultato dei suoi studi a una conferenza dell’American Resarch Center ad aprile scorso negli Stati Uniti. Si è dedicata, la Angenot, all’oscuro periodo di sei-sette anni di interregno in cui si alternarono dai due ai tre successori, variamente identificati o non identificati affatto per la mancanza di fonti e per la cancellazione dei nomi dall’elenco dei re, voluta dai Ramessidi.

La Angenot è partita dal corredo funerario del celeberrimo Tut-Ankh-Amun, il re ragazzino messo sul trono a nove anni dai restauratori. Si sapeva da tempo che molto di quel tesoro era stato sottratto a un predecessore ignoto, forse a una donna. La Angenot, che riprende un’iscrizione del corredo interpretabile nel senso di una doppia assunzione al trono, ha proposto alla comunità degli studiosi una teoria con una sua forza: quella di due sorelle elevate al trono, insieme, in un’inedita diarchia femminile. Le principessine Meritaton e Neferneferuaton, figlie amatissime di Akhenaton, sarebbero state coinvolte, prima l’una poi l’altra, dal padre in un progetto di successione che implicava la continuazione sulla via del monoteismo alla scomparsa del fondatore: proprio a loro apparterrebbero, infatti, molte delle statuette funebri trovate nel sepolcro più famoso d’Egitto. A Meritaton, la maggiore, sarebbe stata sottratta addirittura quella che è diventata un’icona pop: la maschera d’oro del faraone bambino Tut.

La forza della teoria, in attesa di conferme documentali, è negli studi delle immagini, dei segni e delle iscrizioni note. Meritaton, afferma inoltre Angenot, sarebbe riconoscibile nel busto di un giovanissimo e non identificato re custodito nel museo di Hannover (e il match con i lineamenti di un altro busto attribuibile alla principessa, proposto dalla Angenot, è effettivamente impressionante). Meritaton regina porterebbe insegne maschili semplicemente perché l’Egitto non aveva regine come le intendiamo noi. Chi saliva al trono era un re. Le donne erano, all’apice del potere sull’harem, “grandi spose reali”. Il fatto che potessero essere “regine” d’Egitto non era neppure contemplato.

Eppure sarebbero state due adolescenti cresciute nell’affetto paterno l’ultima carta del re teologo. Una inedita diarchia femminile, che è però perfettamente coerente, ci pare, con la teologia della luce dell’Aton. Il che porta acqua alla teoria della studiosa. Come fece notare correttamente Dorothea Arnold, un decennio prima degli studi della Angenot, fin dal suo debutto il monoteismo di Akhenaton fa dell’elemento femminile nella creazione un momento letteralmente pregnante della nuova fede. Il ventre gravido e fertile, culla dell’atto di creare, è lo strumento che il Dio unico si è dato. Tanto che il faraone, tramite tra Dio e gli uomini, si fa ritrarre, nelle statue colossali di Karnak, con il ventre arrotondato in un corpo adatto a portare la vita. Proseguirà, poi, facendosi ritrarre in mille situazioni colme di tenerezza con la moglie e le sei piccole, baciate, vezzeggiate, allattate, tenute in braccio come mai s’era visto e più non si vedrà in Egitto. Precedendo di secoli la sant’Anna di Leonardo che porta la Madonna che ha in braccio Gesù bambino, Akhenaton si fece ritrarre tenendo sulle ginocchia la moglie Nefertiti che a sua volta aveva in grembo, al seno ed attaccate alle vesti, le figlie. Teologia di luce ma anche di amore.

L’idea della Angenot, ha spiegato, è nata dall’osservazione di una celebre immagine, quella della stele di Berlino dove due re, dalle fattezze delicate tipiche del canone artistico voluto da Akhenaton, si accarezzano sotto al mento. Nella storia dell’arte egizia quel gesto — la carezza sotto il mento — è associabile solo al regno di Akhenaton (circa 1353-1336 a.C.) e alle sei piccole della coppia reale che, fra di loro, si vezzeggiano così. Associando il gesto tenero ed esclusivo ad alcune iscrizioni, la Angenot trae le conclusioni. I due re sono regine e sono sorelle. Il loro nome di incoronazione (che in Egitto equivaleva a un programma di governo) era traducibile in “Perfetta è la bellezza di Aton”. Da qui a provare la presenza storica di due regine ragazzine ancora ne corre. Resta il fascino di una ricostruzione, a differenza di molte altre, coerente con le sue premesse storiche, teologiche e con le poche evidenze: e davanti a quei due volti di fanciulla sembra che un altro piccolo frammento lasciato indietro dai restauratori degli dei, torni al suo posto.

di Chiara Graziani

© Osservatore Romano - 7 luglio 2019


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