Rassegna stampa formazione e catechesi

I frutti dell’equità

La forza profetica della «Populorum progressio» ·

A quarantuno anni dalla nascita al cielo di san Paolo VI, rimane chiaro e indelebile il ricordo di un Successore di Pietro che seppe anticipare i tempi, con una visione che continua a essere attuale e che interpella ogni uomo di buona volontà affinché l’ideale della giustizia universale diventi sempre più un’esperienza concreta, al servizio dei popoli «che lottano per liberarsi dal giogo della fame» (Populorum progressio, n. 1).

 

Ed è proprio alla lettera enciclica Populorum progressio che Papa Montini affidò il compito di trasmettere il suo messaggio in difesa dei popoli più deboli, affinché gli Stati e le Istituzioni operanti nel contesto internazionale si prodigassero per arginare le sconcertanti disuguaglianze che regnano nel mondo.

Tale documento, emanato nella festività della Santa Pasqua del 1967, assolveva, infatti, al compito di proiettare la luce del Vangelo e della risurrezione sui problemi sociali del tempo. Con essa, Papa Montini portò il flagello della povertà all’attenzione della comunità internazionale; con essa la Chiesa, «esperta di umanità» (Populorum progressio, n. 13), si propose come la portavoce delle istanze dei credenti e della condizione di ogni essere umano vittima della fame e dalla miseria, offrendo — con il suo peculiare apporto — una visione integrale di sviluppo, affinché esso fosse «volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (n. 14). Diveniva, quella della povertà, una questione di giustizia e di equità, perché «i popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza» (n. 3), chiedendo che ogni Paese ricco «consacri una parte della sua produzione al soddisfacimento dei loro bisogni» (n. 48).

Per mezzo di tale strumento, Giovanni Battista Montini riuscì a far risuonare nel mondo lo stridore del grido degli affamati, nell’auspicio che essi acquisissero sempre più consapevolezza di loro stessi, dei loro diritti, delle loro opportunità: non dissimili, anzi, in tutto e per tutto identiche alle nostre e per tale motivo degne della medesima protezione.

Tale riflessione sottendeva, dunque, la grande novità dell’enciclica, tendente a promuovere un’originale concezione di famiglia umana, di uguaglianza tra i popoli e di lotta contro la fame e la povertà.

La Populorum progressio dimostrava, in questo, di anticipare nel tempo i grandi dibattiti delle istituzioni internazionali secolari e di cogliere elementi di riflessione che sarebbero stati ripresi e approfonditi solo sul finire del Novecento. Quanto al concetto di universalità dei diritti umani in senso sostanziale, furono, infatti, i lavori della Conferenza mondiale dei diritti umani del 1993 a produrre importanti frutti. Seppure l’utilizzo del termine fosse avvenuto già dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, la sua applicazione, di fatto, non era stata corroborata da un cambiamento sostanziale nella mentalità comune: tutti gli uomini erano stati creati eguali, pur conservandosi il concetto e la pratica della schiavitù; tutti i cittadini godevano di pari diritti, pur agendo in maniera discriminatoria e privilegiando, di fatto, chi deteneva maggiori proprietà e un più alto livello di istruzione. Dalla Conferenza di Vienna del 1993 emergeva chiaramente che i diritti proclamati come universali dai “popoli dell’opulenza” erano in realtà riconosciuti soltanto ad alcuni e richiedevano ora di essere effettivamente universali. Ebbene, a tale conclusione era giunta poco meno di trent’anni prima la Populorum progressio.

I frutti dell’enciclica non si ebbero solo sul lungo periodo: già nell’agosto 1968, per volontà del presidente della Banca mondiale McNamara, venne istituita la Commissione Pearson sullo sviluppo internazionale che elaborava nel rapporto finale dei suoi lavori, Partners in Development, una strategia di aiuto internazionale allo sviluppo, di modo che i Paesi sviluppati dedicassero lo 0,7 per cento del loro reddito all’aiuto dei Paesi poveri. Come non rileggervi in questi risultati l’influente eco dell’esortazione di Papa Montini? Anzi, tale fondamento fece sì che molti Stati rispettassero o addirittura superassero la percentuale proposta dal rapporto della Commissione Pearson, che poi sarà invece notevolmente ridimensionata nel tempo.

L’enciclica venne, inoltre, più volte ripresa e citata anche entro i lavori del 1968 dell’Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, laddove i rappresentanti dei Paesi dell’Africa e dell’America Latina chiedevano che si attuassero le proposte avanzate dal Pontefice. Per loro, infatti, promuovere lo sviluppo significava riconoscere loro delle condizioni agevolate e un prezzo minimo garantito per la commercializzazione delle materie prime e dei prodotti: i Paesi in via di sviluppo, pertanto, non volevano assistenza finalizzata a se stessa, ma un aiuto in grado di far ripartire le loro economie nazionali.

Un appello, quello di Papa Montini, che venne ripreso, per la sua lungimiranza, non solo nel contesto delle Nazioni Unite, in cui riscosse grande successo con il famoso discorso all’Assemblea Generale dell’Onu del 1965, ma anche da eminenti studiosi di prima fama. Affermando che: «Ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione. Fin dalla nascita è dato a tutti in germe un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare: il loro pieno svolgimento, frutto ad un tempo dell’educazione ricevuta dall’ambiente e dello sforzo personale, permetterà a ciascuno di orientarsi verso il destino propostogli dal suo Creatore» (Populorum progressio, n. 15), Papa Paolo VI anticipò i medesimi concetti che negli anni Ottanta verranno poi espressi dal premio Nobel Amartya Sen. Quest’ultimo, infatti, fondando l’uguaglianza sul diritto di ciascuno di sviluppare le proprie potenzialità (capabilities), anche quelle inizialmente ignorate e che solamente l’istruzione sa far fiorire, di fatto richiamava l’idea di sviluppo propria del Pontefice.

Grazie a questo innovativo messaggio, Montini propone, per la lotta alla povertà, una strada completamente nuova, in grado di garantire lo sviluppo dei meno fortunati: non più quella della beneficienza, ma quella più impegnativa ed efficace della dotazione di equi strumenti per l’auto-affermazione. Questo richiede — con le parole della Populorum progressio — una forte correzione dei sistemi economici, affinché si ponga fine al liberismo senza freno e all’«imperialismo internazionale del denaro», già denunciato da Papa Pio XI.

Tale liberismo economico, che l’enciclica solo paventava, è oggi diventato una realtà globale e, addirittura, una ideologia dominante. Il mondo di oggi, più che quello di ieri, sembra rinvenire i suoi connotati nel libero scambio senza eccezioni, nell’eliminazione di ogni aiuto pubblico all’economia, nella primazia di prodotti che si affermano sul mercato seppur fabbricati con il dumping sociale di salari e diritti. E allora non può non meravigliare la profezia di un’enciclica che, già cinquantadue anni fa, condannava «il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell’economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto» (Populorum progressio, n. 26) e che, oltretutto, già allora giudicava che «la legge del libero scambio non è più in grado di reggere le relazioni internazionali» (n. 58).

Nel clima di oggi, dove tutto sembra ridursi alla logica del mercato, siamo chiamati a riscoprire l’eredità che san Paolo VI ci ha lasciato: nella Populorum progressio troviamo il vigore sapiente di un profeta nel pieno della sua maturità. Cogliamo, dunque, il tesoro delle sue riflessioni: il santo Pontefice ci ha insegnato ad alzare lo sguardo e a sentirci parte di un tutto che ha, come suo campo d’azione per la difesa della dignità umana, l’intero pianeta Terra. Con lui, non solo la questione sociale ha assunto un valore morale e una dimensione mondiale, ma persino ciascuna persona ha riscoperto la sua reale collocazione nel Creato, che non è più solo il “giardino di casa propria”, un’etnia o una tribù con cui ci identifichiamo, ma è la famiglia umana universale. Allarghiamo, pertanto, il nostro orizzonte: siamo tutti membri di un’unica, grande, variegata famiglia.

di Fernando Chica Arellano
Osservatore Permanente della Santa Sede presso la Fao, l’Ifad e il Pam



© Osservatore Romano - 6 agosto 2019


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