Rassegna stampa formazione e catechesi

Henri de Lubac e la «famosa Mère Saint-Jean». Nel segno di una carità creativa e delicata

Marie de Saint Jean henri de lubacJacques Servais

Il 29 giugno 1952 Henri de Lubac riceveva da padre Janssens, generale della Compagnia di Gesù, una lettera in cui faceva suo il giudizio «di numerosi teologi, noti per la loro scienza e la loro benevolenza», i quali ritenevano che le sue opere contenessero “diversi errori” ravvisati dall’Enciclica Humani generis. Dal 1950 nei suoi confronti erano state prese misure severe. Il nostro gesuita vuole ottenere qualche chiarimento in merito e sui fatti, ma invano: il padre generale — che l’ha fermamente sostenuto all’inizio della questione del Soprannaturale ma ha fatto ritirare dalla circolazione il suo Corpus mysticum — lo evita sempre.

Costatando l’iniquità della situazione, padre André Ravier, dal 1951 superiore della provincia lionese, cerca di aiutarlo. Alcuni confratelli residenti a Roma, ovvero padre René Arnou, docente presso l’Università Gregoriana, padre Stanislas Lyonnet, professore all’Istituto Biblico, e padre Irénée Hausherr, professore all’Istituto Orientale, trovano un pretesto per farlo venire nella Città eterna: una serie di lezioni sulla Chiesa a delle giovani religiose. Tutti e tre, per motivi diversi, sono legati da un rapporto d’amicizia con la famosa priora generale delle orsoline dell’Unione romana. È a lei che chiedono di offrire a padre de Lubac l’opportunità di venire a Roma.
E lei gli apre generosamente le porte del suo convento e rende così possibile l’atteso incontro con il padre generale. Madre Marie de Saint-Jean Martin è una figura di primo piano dell’Istituto che dirige dal 1926 e una personalità influente negli ambienti romani. Negli anni Trenta, girava un detto a Roma: «In tutta la città non ci sono che tre uomini: Pio XI, Mussolini e madre Saint-Jean». Lei desiderava, spiegherà padre de Lubac in seguito nelle sue Mémoire, «farsi perdonare per essersi all’inizio lasciata ingannare nei miei confronti da qualche prete integralista». Dopo essersi meglio informata sul suo conto e avendo molte conoscenze in Vaticano, madre Saint-Jean si propone di ottenere per lui un’udienza con il Santo Padre. La regola impedisce però ai gesuiti di rivolgersi direttamene al Papa. Anche padre Arnou, facendosi interprete del suo amico, la ringrazia per il pensiero: «A padre de Lubac farebbe molto piacere, ma lui è qui soprattutto per vedere il nostro padre generale e parlare a lungo, a cuore aperto, con lui. Se, dopo questi colloqui, il padre generale riterrà opportuno che padre de Lubac veda il Santo Padre, sarà più normale che glielo chieda lui stesso».
Poco dopo, il 13 gennaio 1953, padre de Lubac conferma personalmente la sua richiesta: «Padre Lyonnet mi scrive che lei intende invitarmi a tenere alcune conferenza sulla Chiesa per le sue religiose del terzo anno». E senza dire che le case romane della Compagnia gli sono precluse, aggiunge: «Le sarei riconoscente se volesse ospitarmi: padre Lyonnet mi dice che sarebbe più pratico».
La risposta, positiva, non si fa attendere e, per agevolare tali colloqui, madre Saint-Jean l’invita non solo a istruire le sue consorelle, ma anche a compiacere un altro vecchio amico, padre Hubert de Manoir, donandogli il capitolo su Maria dell’Incarnazione e Maria tratto da uno dei numerosi volumi della sua enciclopedia Maria (1954). Sarà quindi ospitato per alcune settimane, a partire dal 29 gennaio, nella casa generalizia di via Nomentana 234. Per motivi di salute, e perché colpito e prostrato dalla prova subita, non riesce a impartire le lezioni richiestegli. «Di fatto — scriverà al suo provinciale — è Padre Landais a impartirle, basandosi sui miei appunti, perché, dopo un tentativo onesto, ho dovuto riconoscere di non essere in grado di compiere questo piccolo sforzo».
«Non faccio nulla qui», risponde un giorno a madre Saint-Jean che si rallegra per la sua presenza e l’assicura della preghiera che ha modestamente chiesto. L’indomani la superiora gli fa pervenire un lungo messaggio, di cui gli archivi del convento hanno conservato una copia unita alla corrispondenza e di cui citiamo qui alcuni passi: «L’atto di fiduciosa semplicità che ha compiuto ieri chiedendo la mia povera preghiera mi è arrivato dritto al cuore», gli confida, «e mi spinge a vincere una timidezza che avrei serbato silenziosa fino alla fine, se la sua umile carità non glielo avesse ispirato. Sì, prego per lei, padre; oh! Con tutta l’anima. Ho saputo da fonte più che sicura, sin dall’evento con il quale Nostro Signore ha mostrato fino a che punto era certo del suo amore per Lui, come lei ha saputo accettare la prova, e quanto la sua obbedienza e la sua umiltà hanno edificato le persone attorno a lei, persino universitari. E mi sono concessa la gioia profonda di scriverlo al Santo Padre, dopo aver chiesto consiglio a un “padre importante” della compagnia [di Gesù]». «Tutte le sorelle — aggiunge — percepiscono la sua presenza nella casa come una grazia che il buon Dio ha concesso loro». E per concludere, lo prega di «benedire questa casa ed accettare l’espressione autentica della [sua] venerazione in Nostro Signore e Nostra Signora». Padre Lubac le risponde, confuso: «La sua carità è così grande e così ingegnosa da sorprendermi sempre con nuovi benefici». «Le piccole premure che il nostro caro malato si rifiuta assolutamente di ricevere qui da noi, la sua sorridente autorità gliele ha imposte con meravigliosa efficacia!» dirà alcune settimane dopo padre d’Ouince, nel darle notizie dello stato di salute del padre dopo il suo rientro a Parigi. Poco prima, il 15 marzo, padre de Lubac può ancora consegnarle una copia della sua Méditation sur l’Église, l’opera che, a lungo accantonata, aveva dovuto attendere, per poter essere stampata, il verdetto di una super-cesura della Compagnia.
(«Forse contento dentro di sé di essere stato costretto a farlo» da censori molto elogiativi, si legge nelle Mémoire del teologo, padre Janseens alla fin fine non ha osato porre il proprio veto alla pubblicazione; «ne sarebbe potuto seguire uno scandalo»). È soprattutto è contento di aver potuto finalmente incontrare, e per due volte, padre Janseens in condizioni che non avrebbe mai potuto sperare. «Non ho cercato d’incontrare tanta gente, ma sono molto felice, molto confortato nel Signore, dei miei incontri con il reverendissimo padre generale», le scrive da Parigi.
«La sua carità nei miei confronti non si è solo dimostrata creativa e infinitamente delicata: per esprimersi ha anche richiesto una grande audacia di vedute. Perché non avevo nulla, tutt’altro, che potesse indurla ad accogliermi così e a riporre in me una tale fiducia». Nel clima di opposizione alla “Nuova Teologia”, che permeava in modo particolare l’insegnamento impartito negli istituti ecclesiastici romani, erano di fatto necessari coraggio e lucidità per offrire un sostegno, per quanto discreto, a chi ne era considerato il capofila. La fiducia che madre Saint-Jean riponeva in lui ai suoi occhi tuttavia non era altro che una dovuta testimonianza di gratitudine.
«Non parli di necessaria “audacia di vedute” per accoglierla», gli risponde: «No, no davvero, non è stato così. Certamente mi sono espressa male, sono stata maldestra per il rispetto che provavo alla sua presenza, visto che Nostro Signore aveva voluto darmi i mezzi per conoscere un po’ e capire a fondo la prova che Egli aveva preparato per lei, perché sapeva che l’avrebbe accettata per amore verso di Lui. A motivo di questa conoscenza, sebbene rudimentale, e di questa comprensione che credo di poter definire profonda, le sono stata subito riconoscente per aver accettato la nostra umile ospitalità, e la mia riconoscenza non ha fatto che crescere man mano che lei si è degnato di testimoniarmi una fiducia alla quale non avevo alcun diritto, e di consentirmi di conoscere i fatti più a fondo. Sono stata troppo maldestra, padre, perché le ho mostrato tutto ciò che Dio ha messo nella mia anima nei suoi confronti; ma poiché lei ha accettato di ricordare il nostro Ordine nella sua preghiera, mi ritengo, anzi ci riteniamo, fin troppo ricompensate per il pochissimo che abbiamo osato fare perché lei potesse saperlo. E in Cielo rimedieremo alla goffaggine dimostrata dalla madre generale dell’Unione Romana delle Orsoline in presenza del veneratissimo padre Henri de Lubac».
Per quest’ultimo, gli anni 1952-1953, sono tra i più dolorosi. È tallonato dalla censura ecclesiastica. Lui stesso scrive, innocuamente, che il capitolo su Maria dell’Incarnazione e la Santa Vergine, che gli è stato chiesto durante il suo soggiorno romano, è ritenuto «fortemente eterodosso».
Padre de Lubac esprime la sua perplessità riguardo a questo sorprendente giudizio a madre Marie Vianney Boschet, l’archivista che gli ha fornito un aiuto prezioso per la sua redazione: «Ho provato grande imbarazzo, tanto più che questa esperienza, aggiungendosi ad altre, mi dava la sensazione quasi invincibile che ogni altra formula da me firmata avrebbe suscitato rimproveri analoghi. Per questo ho pensato subito di lasciare a lei il compito di scrivere una nuova conclusione e di assumersi la responsabilità della pubblicazione». Madre Vianney cerca consiglio presso padre Hausherr su come rispondere alle critiche, ma riceve solo una direttiva lapidaria: «Non discuta le idee, dica solo che non ha capito». Nel ricordare le disavventure legate a quell’opuscolo, padre de Lubac racconterà, nelle sue Mémoire, l’epilogo della questione: «Ci vollero varie trattative, concessioni di vocaboli e spiegazioni senza interesse per uscire dall’impasse. Il revisore dell’opera complessiva, che non era al corrente, mi chiese di eliminare quelle righe che trovava estranee; dovetti dirgli che mi erano state imposte». I buoni rapporti instaurati con madre Saint-Jean non s’interromperanno nel corso degli anni. Molte altre lettere lo attestano. Nel marzo 1958 padre de Lubac deve ritornare a Roma, per alcuni giorni, e va di nuovo a “bussare come pellegrino” alla porta del generalato. È padre Claude Mondésert a fungere questa volta da intermediario (a mo’ di ringraziamento il nostro gesuita redigerà insieme a lui un altro opuscolo per le orsoline: L’esprit de sainte Angèle). L’“ospitalità molto caritatevole” ricevuta ancora una volta nel convento resterà impressa nella sua memoria. Se quei giorni sono stati per lui «come un’oasi, molto confortante», è anche perché hanno segnato una svolta nella sua vita. «Dopo il mio soggiorno a Roma, forse per effetto della sua preghiera, mi è giunto, indirettamente, l’incoraggiamento paterno del Santo Padre, e sono felice di poterglielo dire». Madre Saint-Jean, vicina a Pio XII, ha effettivamente contribuito, con quello che lui definisce «coraggio intrepido», al cambiamento di atteggiamento nei confronti di padre de Lubac a partire dagli anni Sessanta? La storia probabilmente non ce lo dirà. Resta il fatto che questa donna straordinaria ha saputo discernere nel gesuita non solo la santità di una vita dedicata interamente al Vangelo, ma anche la correttezza delle sue intuizioni teologiche e spirituali. Come ricordo dei suoi efficaci interventi, al riparo dagli sguardi, è giusto rendere testimonianza, come fa quest’ultimo, a un «cuore pieno di carità, di misericordia per quanti soffrono, e di amore per la Santa Chiesa».


© Osservatore Romano - 10 febbraio 2019