Rassegna stampa formazione e catechesi

Gli esercizi spirituali del Papa e della Curia romana. Desiderio di sconfinare

aiutaci«Non obbedire a chi ti dice di rinunziare all’impossibile! / L’impossibile solo rende possibile la vita dell’uomo. / Tu fai bene a inseguire il vento con un secchio. / Da te, e da te soltanto, si lascerà catturare».

Con questi versi di Margherita Guidacci, l’abate Bernardo Francesco Maria Gianni, la mattina di mercoledì 13 marzo, ha ricordato l’anniversario dell’elezione di Papa Francesco, «salutando e ringraziando il Signore, benedicendo per quanto è accaduto sei anni fa». Al termine della quinta meditazione degli esercizi spirituali in corso nella casa Divin Maestro ad Ariccia, il predicatore ha così convogliato il senso della sua meditazione negli auguri al Pontefice che, ha detto, ogni giorno «ci insegna a sconfinare, ricorda all’uomo e alla donna del nostro tempo di avere sì dei confini, ma soprattutto di essere invitato dalla forza dello Spirito Santo a superare quei confini, perché il cuore dell’uomo non ha confini».La città degli “ardenti desideri”, evocata da Mario Luzi nella poesia che accompagna in questi giorni le meditazioni del Papa e della Curia romana richiama — ha sottolineato dom Gianni — un tema fondamentale, il superamento di ogni forma di egoismo perché la famiglia umana risplenda per il desiderio di Dio e torni a essere testimone credibile nelle strade.
Per meglio delineare la «prospettiva del desiderio», l’abate di San Miniato al Monte ha inizialmente fatto ricorso alla spiritualità benedettina a lui tanto cara, citando un passo del prologo della Regola nel quale si descrive «il desiderio di Dio di essere desiderato», un passo bellissimo che invita ogni uomo, non solo i monaci, a vivere «l’esperienza di riscoprirci cercati, desiderati dal Signore». È quella «mania kenotica» — come la definiva il teologo greco Yannaras — che spinge Dio «a svuotarsi pur di cercare il desiderio dell’uomo», a quella «paradossalità per la quale il Signore perde ogni buon senso pur di cercare l’uomo che si è smarrito». È la «follia d’amore» del Buon pastore.
Il primo passo, ha spiegato dom Gianni, va quindi cercato sempre nel Signore: «Se possiamo ancora oggi imparare a desiderare è perché siamo stati desiderati». Una consapevolezza fondamentale nel momento in cui ci si pone di fronte a una realtà concreta che sembra invece aver perso il senso di tale memoria. A tale riguardo il predicatore ha richiamato alcuni dati del 44° rapporto del Censis sulla situazione sociale in Italia. Una diagnosi che evidenzia manifestazioni di fragilità sia personale sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti e cinici. Le persone risultano prigioniere delle influenze mediatiche, condannate al presente senza profondità di memoria e di futuro. Appare una società pericolosamente segnata dal vuoto, dall’annullamento e dalla “nirvanizzazione” degli interessi e dei conflitti. Tornare a desiderare sembra così la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata e appiattita.
Una prospettiva, questa, da affidare ai giovani. Compito urgente perché, come ricordava don Giussani, nella gioventù contemporanea «non c’è coscienza dell’essere stati voluti». Una realtà riscontrata dallo stesso dom Gianni nei contatti quotidiani che ha con la realtà giovanile a San Miniato. Occorre, ha detto, allargare i confini dei giovani. Del resto, ha aggiunto citando la Gaudium et spes, «si può pensare legittimamente che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza». Nessuno può sentirsi dispensato da questa responsabilità.
E ricordando l’invito dell’Evangelii gaudium alla proclamazione del Vangelo a tutti coloro che non conoscono Gesù, al dovere di «condividere una gioia, segnalare un orizzonte bello, offrire un banchetto desiderabile», il predicatore ha invitato i presenti a un esame di coscienza: «Quanto riusciamo a non tradire la desiderabilità che il Signore ha iscritto nel suo Vangelo? Quanta poca vita ci mettiamo»?
Si tratta di coinvolgere la realtà costitutiva dell’uomo che, come diceva Georg Simmel, «è un essere confinario che non ha confini». Una realtà, ha spiegato dom Gianni, che può essere simbolicamente rappresentata nella vita stessa del monaco, racchiusa nei limiti della clausura, della scansione liturgica, della quotidianità comunitaria vissuta nella fraternità. In tutto questo emerge il «desiderio di sconfinare, di ampliare con le ali dello Spirito tutto ciò che ci limita». È, ha aggiunto, una dinamica che appartiene a ogni uomo. Scriveva Guardini: «L’uomo non si risolve con ciò che è». E don Basilio Petrà spiegava: «L’uomo, unico fra gli enti, è originato da una vocazione che giunge dal futuro e non trova quiete finché non incontra il volto di Colui che lo chiama e per il quale è stato fatto». E Pascal: «L’uomo supera infinitamente l’uomo».
Nel cuore dell’uomo, ha detto l’abate di San Miniato, c’è dunque una «sete d’infinito», una «dimensione mendicante». E oggi, epoca in cui «siamo tentati di ridurre l’uomo a una macchina che funziona finché funziona», è decisivo ricordarlo.
È nell’Eucaristia, ha detto, che si incontra «il convergere di due desideri»: quello del monaco, dell’uomo che «attende la Pasqua con l’animo fremente», e quello del Signore Gesù «che vuole fare ardentemente Pasqua con noi».
Da questa «scuola dei desideri», ha concluso, «siamo chiamati a dire una parola nuova sulla dignità dell’uomo, di ogni uomo, di ogni donna, soprattutto dei più poveri, di quelli che per la sventura che vivono, ormai credono che il loro orizzonte sia fatto solo e soltanto di bisogni e di necessità. E invece quanto l’Eucaristia risveglia anche in loro, e soprattutto per loro, la consapevolezza di essere fatti non per dei bisogni, ma per dei desideri veri».
«Ricordate?» è stato l’interrogativo che il predicatore ha proposto nella meditazione di martedì pomeriggio, 12 marzo. Avvertendo che «uno sguardo sul nostro presente è d’obbligo: non per criticare e condannare, ma per lasciarci interrogare sulle grandi sfide che il nostro agire ecclesiale assume per restituire all’uomo e alla donna del nostro tempo la consapevolezza di una memoria grata e operosa, viva e creativa, schiusa alla forza e alla dinamica della speranza».
Dom Gianni ha riproposto l’«angosciata diagnosi» tracciata dal sociologo Marc Augé: «Oggi imperversa nel pianeta una ideologia del presente e dell’evidenza che paralizza lo sforzo di pensare il presente come storia: il presente è divenuto egemonico» e «non lascia intravede un abbozzo del futuro». Mentre «memoria e speranza» sono «atrofizzate da questo presente che le persone subiscono come, di fatto, immodificabile». E a farne le spese sono i giovani, rimasti ormai senza radici.
Siamo dunque sotto «una vera e propria dittatura dell’incerto presente» che, ha affermato l’abate, «conferma una patologia dell’uomo contemporaneo, sgretolato da un pragmatismo tecnologico e dominante e, pertanto, tentato di subordinare alla percezione dell’immediatezza la feconda fatica della memoria e della speranza».
Perché «è faticoso fare memoria, è difficile ricordare, cioè riportare al cuore gli eventi del passato», ha riconosciuto il predicatore citando la poesia Le cose di Borges. E sono più che mai attuali, ha fatto notare, «gli avvertimenti importanti di Dietrich Bonhoeffer», scritti in un tempo cruciale: «La giustizia, la verità, la bellezza e in generale tutte le grandi realizzazioni, richiedono tempo, stabilità, memoria, altrimenti degenerano».
Nella sua veste di abate dom Gianni ha fatto anche notare l’«errore» di vedere «il monastero come uno spazio decontestualizzato dalla fatica della storia, da quel labor che non solo è dell’uomo, ma è anche di Dio; quella fatica con la quale siamo chiamati a edificare la città che sia il riflesso credibile della Gerusalemme celeste». Il monastero, allora, «può riannodare, per i giovani, passato, presente e futuro». Niente a che fare, insomma, con «una spiritualità del disimpegno, una spiritualità che propone una fuga in una sorta di nube dell’inconsapevolezza dove profonde e complesse filosofie orientali si traducono in una versione di fatto commercializzata a uso e consumo di un nostro presunto bisogno di pace, quiete, disimpegno, deresponsabilizzazione». Così «invitarci e invitare alla memoria significa davvero arginare questa profonda tentazione».
Nella Evangelii gaudium Papa Francesco ha connesso la memoria con «l’annuncio evangelico che è fatica, ma è anche e soprattutto gioia». E un «aiuto fondamentale» ci arriva dall’«esperienza liturgica», con «uno sguardo complessivo sulla tradizione della Chiesa». Come suggerisce anche Giovanni Paolo II nella Orientale lumen, indicando nella «tradizione e nell’attesa escatologica» le chiavi per liberarsi dalla prigione del presente.
«Papa Francesco a Firenze ce lo disse chiaramente: “Desidero una Chiesa italiana inquieta”» ha ricordato dom Gianni. E allora, vincendo paura e pessimismo, «proiettati verso la speranza, cerchiamo insieme nuove vie di fedeltà al Signore, arricchiti dalla linfa che ci arriva dalla tradizione».
«La portata caritativa della politica di La Pira e della poesia di Luzi — ha affermato — si rivolge ai cittadini perché si sentano finalmente di nuovo coralità partecipe di un destino comune: è importante che i nostri ragazzi — spesso figli di famiglie di genitori divisi, senza la grazia di un’educazione che li abbia maturati a un’esperienza di ricordi, di preparazione al futuro — sentano nelle comunità ecclesiali una tradizione che li avvia alla vita» con «una prospettiva in cui non si è più soli».
Perciò, ha suggerito, «nessun ripiegamento nostalgico di una tradizione che, se fosse sol anchilosata in una custodia museale, significherebbe di fatto poca fede nell’agire dello Spirito Santo». Va ritrovata la consapevolezza che «non esiste esercizio di memoria e di speranza nella linfa vitale della tradizione che prescinda dalla santità». E «se la tradizione ci pone in continuità con il passato, l’attesa escatologica ci apre al futuro». Senza però cadere, diceva Papa Wojtyła, nella «tentazione di assolutizzare ciò che compie e quindi di autocelebrarsi o di abbandonarsi alla tristezza». Si deve poi al teologo Joseph Ratzinger, ha affermato il predicatore, «la definizione dello Spirito Santo come di colui che è dimentico di se stesso»: una definizione che si inscrive «in questa prospettiva di insistenza sulla memoria: una memoria non autocelebrativa, ma una memoria anch’essa ministeriale al servizio della parola di Dio. Perché tutta la nostra vita sia espressione non di noi stessi, ma alla scuola e nella testimonianza dello Spirito Santo al servizio della parola di Dio perché raggiunga il cuore di chi ci ascolta».
In conclusione, dom Gianni ha proposto una provocazione sulla «moda della nostalgia», del «cosiddetto vintage» che esprime «il bisogno delle nuove generazioni di rifugiarsi in oggetti, mode musiche di anni passati». Sta a significare, ha spiegato, «che i ragazzi hanno paura del futuro, si rifugiano in beni che, con il loro stile arcaizzante, diventano un rifugio fuori dal presente che ci interpella, ci scomoda, ci chiede responsabilità». Un pensiero che vale anche per «la proliferazione ingiustificabile della parola “evento”». Tanto che «perdiamo di vista cosa sia il vero Evento», parola che andrebbe usata solo «per un fatto di grandissima importanza». E per noi, ha concluso, «l’unico vero Evento è la Pasqua del Signore Gesù».
© Osservatore Romano - 14 marzo 2019