Rassegna stampa formazione e catechesi

Considerazioni giuridiche e morali sullo scandalo che ha colpito la Chiesa

di Salvatore Gentile

È un vero e proprio attacco, una guerra annunciata probabilmente, ma questa volta non si tratta di petrolio, di dittature, di oriente contro occidente, è un attacco contro la Chiesa e contro la cristianità condotta non con armi di distruzione di massa, ma con mezzi di comunicazione di massa.

Dopo le parole del Dott. Pietro Forno, il clima che si sta vivendo in questi giorni può essere semplicemente riassunto nelle dimissioni rassegnate dell’assessore alle Politiche Sociali di Carpi, Maria Ronchetti (PD) per le polemiche suscitate dopo la pubblicazione su facebook della seguente frase: “mi viene in mente un pensiero molto cattivo; ma non è che i preti non vogliono l’aborto perché vogliono tanti bambini a loro disposizione?”. Sembra proprio il caso di dire: “prima di sparare pensa”.

Si perché oramai si spara nel mucchio, quasi ci si dimentica che la responsabilità penale è personale e che la Chiesa è fatta di uomini.

La Chiesa ha normato con particolare durezza e rigore i delitti commessi "in confessionale" e i casi di abusi. Nei primi documenti i casi riguardavano soprattutto dei sacerdoti che abusavano del sacramento della confessione per intessere relazioni sessuali con le loro penitenti. Infatti nella stessa Crimen sollicitationis i primi settanta paragrafi riguardano questi casi, mentre solo nel paragrafo 73 si estende l'applicabilità della normativa al crimen pessimus cioè anche ai casi ("quod Deus avertat", "che Dio ce ne scampi") in cui un sacerdote dovesse avere relazioni con minori prepuberi (cum impuberibus).

La prova di quanto su dedotto sta nella evoluzione che ha avuto tale materia nel diritto canonico. 
Nel Codice di Diritto Canonico del 1917 i canoni che affrontano l'argomento in oggetto erano i seguenti: CAN. 904 « A norma delle costituzioni apostoliche e in particolare della costituzione Sacramentum Poenitentiae del 1º giugno 1741, il penitente deve denunciare all'ordinario del luogo o alla Sacra Congregazione del Sant'Uffizio nello spazio di un mese il sacerdote reo del delitto di sollecitazione nella confessione; e il confessore deve, sotto obbligazione grave di coscienza, far presente tale dovere al penitente»; CAN. 2368 par. 1 « Colui che avrà commesso qualsiasi crimine di sollecitazione del quale parla il can. 904 sia sospeso dalla celebrazione della Messa e dall'ascolto delle confessioni sacramentali, e secondo la gravità del delitto sia dichiarato inabile a ricevere le stesse, sia privato di tutti i benefici, dignità, voce attiva e passiva, e sia dichiarato inabile a tutto ciò, e nei casi più gravi sia sottoposto a degradazione».

Dall'analisi del primo canone si evince come già Benedetto XIV nel 1741 si è occupato di questi gravi delitti sanzionandoli aspramente.

Ed è proprio nell'alveo del codice del 1917 che viene redatta l'ormai famosa istruzione Crimen sollicitationis ad opera del Sant'Uffizio con firma del Card. Alfredo Ottaviani, nella quale viene regolato lo svolgimento dei processi canonici nel caso di sollicitatio ad turpia in tutte le sue fasi.

Le indagini potevano portare ad esiti differenti ed in particolare: nel caso in cui il fatto non mostrasse alcun fondamento, veniva dichiarato nell'atto e si distruggevano i documenti accusatori;  nella circostanza in cui gli indizi fossero vaghi e indeterminati il caso veniva archiviato, nell'evenienza che emergessero nuovi elementi probatori; diversamente nell'eventualità in cui ci fossero indizi certi del fatto, ma ancora non sufficienti per istituire l'azione accusatoria, si procedeva all'ammonizione dell'imputato e si conservavano gli atti nell'eventualità di sviluppi futuri; nel caso di indizi sufficienti, l'imputato veniva citato in giudizio e si celebra il processo canonico.

Le pene che potevano essere comminate per tali reati erano: la sospensione a divinis e - secondo la gravità - dichiarazione di inabilità al ministero ecclesiastico, privazione di tutti i benefici, dignità, voce attiva e passiva, e inabilità agli stessi, dimissione dallo stato clericale nei casi più gravi. Si trattava quindi di una pena che per sua natura diventava pubblica nel momento in cui veniva eseguita, anche se il procedimento ecclesiastico era portato avanti in tutta segretezza.

L'istruzione infatti disponeva che i relativi processi si svolgessero a porte chiuse, a tutela della riservatezza delle vittime, dei testimoni e anche degli imputati, tanto più se eventualmente innocenti. Non si trattava evidentemente dell'unico caso di processi a porte chiuse, né nell'ordinamento ecclesiastico né in quelli statuali.

Anche la normativa penale italiana prevede modi di svolgimento particolari per reati che coinvolgono i minori, specialmente se si tratta di casi di abusi, questo ovviamente per la tutela della salute psicofisica del fanciullo, ma anche per salvaguardare il regolare svolgimento del procedimento. Bisogna inoltre specificare che il tanto stigmatizzato obbligo alla segretezza previsto dalla Crimen sollicitationis riguardava solo i fatti di cui si aveva conoscenza durante il processo canonico (la cui conseguenza estrema alla violazione era la scomunica) e che ciò non impediva ad alcuno di denunciare alle autorità civili i casi di pedofilia di cui si era già a conoscenza. Inoltre, dato che il documento era riservato, difficilmente esso avrebbe potuto influenzare le azioni dei funzionari della Chiesa, eccetto quelle di coloro che erano a conoscenza della sua esistenza.

Con la riforma del Codex Iuris Canonici e la sua nuova pubblicazione del 1983, il problema degli abusi viene affrontato al Canone 1387, che così recita: «Il sacerdote che, nell'atto o in occasione o con il pretesto della confessione sacramentale, sollecita il penitente al peccato contro il sesto precetto del Decalogo, a seconda della gravità del delitto, sia punito con la sospensione, con divieti, privazioni e, nei casi più gravi, sia dimesso dallo stato clericale».

Le sanzioni previste per tali delitti restano sempre di estrema rigidità e durezza.
A seguito della revisione del Codice si sentì il bisogno di aggiornare le disposizioni statuite dalla Crimen sollicitationis e, nello stesso tempo, dare attuazione al documento Sacramentorum sanctitatis tutela di Giovanni Paolo II il quale stabiliva quali processi penali canonici fossero riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della fede e quali ad altri tribunali vaticani o diocesani. Si procedette a ciò con la lettera De delictis gravioribus  firmata dal cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001.

Le principali novità che sono state apportate possono così di seguito riassumersi: l'obbligo per i vescovi di segnalare immediatamente alla Congregazione per la Dottrina della Fede i casi fondatamente sospetti; la possibilità in capo alla Congregazione di prescrivere caso per caso ulteriori accertamenti da parte dei tribunali diocesani; l'obbligo in capo ai vescovi di fornire, al termine del processo di primo grado, una documentazione completa al Vaticano, anche se non ci fosse alcuna richiesta d'appello; la riserva di giudizio in seconda istanza da parte della Congregazione per gli «atti contro il Sesto Comandamento del Decalogo commessi da un membro del clero con un minore di anni 18»; e in tal caso la statuizione dei termini per la prescrizione canonica in 10 anni dal raggiungimento della maggiore età del minore e non 10 anni dal crimine, come avviene tuttora in determinati ordinamenti civili quali quello italiano (Codice Penale italiano, artt. 157-158).

Anche questo documento è stato accusato di favorire l'omertà ed il silenzio sui casi di abusi.
È opportuno in tale occasione che non sono destinati a rimanere segreti tali delitti, anzi se ne chiede la denuncia sotto pena di scomunica. È il processo, invece, destinato a svolgersi in modo riservato, a tutela di tutte le parti in causa. È questa segretezza del processo che è tutelata con la minaccia di scomunica ai giudici, ai funzionari e allo stesso accusato nella Crimen sollicitationis.

Come si evince, con questo intervento, viene accentuato il ruolo della Congregazione per la Dottrina della Fede. La ratio che sta alla base di tale scelta è quella di evitare che gli ordinari ed i tribunali diocesani possano applicare, per varie ragioni, un regime favorevole nei riguardi dei soggetti coinvolti. La Congregazione, in questi anni, ha vigilato ed agito, ed a riprova di ciò valgono i casi in cui, nel dubbio, Roma ha preferito prendere provvedimenti cautelativi anche dove non c'erano prove di presunti abusi che si asserivano avvenuti molti anni fa, ad esempio la stessa Congregazione della Santa Sede ha applicato le sanzioni ecclesiastiche (sospensione a divinis) nei confronti del R. P. Tomislav Vlašić, come risulta dal Decreto della Congregazione (prot. 144/1985), del 25 gennaio 2008, firmato dal Cardinale William Levada, Prefetto, e dall'Arcivescovo Angelo Amato, Segretario della Congregazione[...]

Nel Decreto della Congregazione sta scritto che il R. P. Tomislav Vlašić, è chierico dell'Ordine dei Frati Minori - fondatore dell'aggregazione "Kraljice Mira, potpuno tvoji - po Mariji k Isusu" e coinvolto nel "fenomeno Medjugorje'' - segnalato alla Congregazione "per divulgazione di dubbie dottrine, manipolazione delle coscienze, sospetto misticismo, disobbedienza ad ordini legittimamente impartiti ed addebiti contra sextum", i medesimi provvedimenti sono stati presi nei confronti di padre Jozo anch'esso mandato in totale isolamento per addebiti contra sextum.

Da tanto si può facilmente desumere come in seno all'ordinamento giuridico della Chiesa vi siano strumenti adatti per reprimere e sanzionare tali crimini orrendi.

A questo punto è doveroso fare un ulteriore passo in avanti e a tal fine ci serviremo del Catechismo della Chiesa Cattolica per comprendere come non ci siano fondamenti giuridici e di morale generale alla omertà che in determinati casi si è verificata.

Al n. 2238 dello stesso leggiamo come le autorità civili hanno diritto alla "leale collaborazione dei cittadini". Inoltre l'unico caso in cui tale obbligo viene meno è contemplato nel n. 2242 e si tratta del caso in cui i "precetti sono contrari alle esigenze dell'ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo". Ovviamente non è il nostro caso, è Gesù stesso che ci dice: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, meglio sarebbe per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare» (Mt, 9,42).

Allora la collaborazione tra ordinamenti giuridici è sicuramente importante, e non è né vietata né ostacolata, però bisogna rammentare che l'ordinamento giuridico della Chiesa è un ordinamento autonomo che ha propri tribunali e proprie pene, sicuramente non corrispondenti a quelle degli ordinamenti civili, ma altrettanto meritevoli di considerazione e rispetto. E se è vero che a tale ordinamento fanno capo tutti i battezzati, coloro che ricevono il sacramento dell'ordine si legano in maniera più profonda ad esso. È anche per questo particolare rapporto che i vescovi si rivolgono ai tribunali propri dell'ordinamento a cui appartengono. Ma come ha ribadito il Santo Padre nella lettera pastorale ai cattolici irlandesi i preti pedofili dovranno rispondere dei loro abusi «davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti».

Inoltre, preme ricordare come in questi casi ad operare non sia solo il foro esterno, cioè quello giudiziario, ma anche il foro interno, cioè quello della coscienza poiché ci troviamo innanzi a delitti, ovvero violazioni esterne di una legge giuridica, che sono anche peccati, ovvero violazioni interne di una legge morale.           

Sarebbe proficuo tornare a ribadire e ricordare tali caratteristiche, soprattutto ai candidati al sacerdozio, ai quali bisognerebbe illustrare gli impedimenti che ostano a tale ammissione come ha recentemente sottolineato Mons. Raymond Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, durante il convegno "Fedeltà di Cristo, e fedeltà del sacerdote". Le modalità di accesso ai seminari e la formazione che in essi si offre ai futuri sacerdoti  potrebbero forse arginare il problema. Difficile è però sostenere che molti si avvicinino al sacerdozio esclusivamente perché facilitati nel contatto con le possibili vittime. Nel pieno pensiero di Benedetto XVI possiamo affermare: meglio pochi preti ma buoni, forse così facendo saremo smentiti e col riaffermare la Verità e la Legge di Dio torneranno a rifiorire le vocazioni.      

© L'occidentale - 4 aprile 2010

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