Rassegna stampa formazione e catechesi

COMUNICATO DELLA COMUNITÀ DI VITA CRISTIANA. UN COMUNICATO INEDUCATO, MALEDUCATO E, TEMIAMO, INEDUCABILE

lavanda dei piedi dipinto ccHa avuto una eco mediatica, pur circoscritta, il comunicato della Comunità di Vita Cristiana, comunità legata ai Gesuiti (e questo dovrebbe interrogare proprio loro) che si può leggere qui

La CVX, vivendo la spiritualità degli Esercizi di Sant’Ignazio di Loyola, si rende disponibile all’azione di Dio. Così viene detto nel loro sito.

Il discernimento Ignaziano, a sua volta debitore di chi lo ha preceduto in sistematicità e rigore, è dunque una via dell’ob audire e di formazione alla luce della Tradizione, della Parola di Dio, del Magistero e della retta coscienza illuminata dall’azione dello Spirito.

Il comunicato stupisce non solo per la sua superficialità di ascolto del testo del DDL Zan, stupisce non solo per la mancanza di obbedienza al Magistero e al richiamo netto che fanno i Vescovi, stupisce non solo per la confusione su cui immette il lettore nei confronti della Tradizione, della Parola di Dio e del Magistero ma stupisce proprio nel metodo auto-educativo della coscienza che ogni comunicato pubblico ha. Su questo, in forma reiterata, i pontefici e i presidenti CEI ci hanno sovente esortato nel ricordare che una comunicazione mediatica non è solo “notizia” neutra, come positivismo giornalistico lascerebbe talvolta intendere, ma anche “formazione” del pensiero. Se dunque devo aiutare la formazione del retto pensiero del lettore il mio comunicato deve essere posto in maniera tale da educĕre i semi di bene. Guai a noi quando questo non accade. E guai a noi quando presumiamo che il lettore sia talmente ben formato da capire, per capitolare inevitabile, ciò che è bene e ciò che è male. Semplicemente dalla neutralità (presunta) della narrazione di un fatto o, nello specifico, di un Comunicato. Anche qui la tara è che il Credo, proclamato ogni domenica, viene calpestato nei suoi prodromi inerenti la “ferita di origine”. Questa è la colpa del positivismo giornalistico, di questa specie di “belle époque” della notizia, ammantata di quell’ottimismo sguaiato che non tiene conto della debolezza dei fratelli.

Il comunicato non sarà più educativo ma appunto svelerà l’ineducazione (e su questo l’Istituto dei Gesuiti dovrebbe seriamente interrogarsi), la mala-educazione, processo che riguarda un mal discernimento interno e cattivi habitus formativi e auto-formativi adottati.

Ed infine è importante che ci sia un margine congruo di educabilità. Per la scelta – talvolta in odor di eresia – è importante ci sia una “permeabilità” che immette in un processo costante di Metànoia.

Rilevava, correttamente, Giovanni Marcotullio nel suo profilo Facebok:

Agli amici delle Comunità di Vita Cristiana – coi quali condivido la formazione ignaziana e non solo – andrebbero ricordate alcune cose:

• che il Vangelo ha *sempre* una connotazione anche politica, benché come ricaduta (ed essi stessi se ne ricordano bene quando si parla di altre questioni);
• che lo stesso padre Sorge ha dato una lezione importante proprio nel caso di specie;
• che nessuno ha problemi col n. 250 di #AmorisLætitia, da loro vanamente citato: quello che il #ddlZan mette a rischio è il numero 251 (che riporto di seguito).

«Nel corso del dibattito sulla dignità e la missione della famiglia, i Padri sinodali hanno osservato che “circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”; ed è inaccettabile “che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il ‘matrimonio’ fra persone dello stesso sesso”».

Non si rende un grande servizio al Regno di Dio se “i cattolici del sociale” continuano a polarizzarsi rispetto ai “cattolici della morale” (e viceversa): uno solo è il quadriforme Evangelo, che tutela il migrante e il feto, l'anziano e il povero. Uno solo è il “mistero grande” evocato da Paolo: il “matrimonio gay” non esiste come non esiste il “nuoto a secco” o il “calcio a mano”, e chi non ama il calcio o il nuoto può praticare altre attività ma non pretendere che il mondo ratifichi una lotta contro la realtà, accettando di chiamare “calcio” la pallamano e “nuoto” la danza.
Potremo continuare a dire che il “matrimonio gay” non esiste in natura e che è un absurdum giuridico? Potremo continuare a dire che nessuno ha diritto a un bambino (neanche le coppie eterosessuali) e che invece ogni bambino ha diritto a venire e stare al mondo in una condizione quanto piú prossima a quella in cui tutti ci siamo venuti e ci stiamo, ossia da un uomo e da una donna? Io continuerò serenamente a dire queste e altre cose, legge o non legge, senza odiare anima viva e anzi proprio proteggendo molti fratelli e molte sorelle dai contraccolpi dell'ostinata negazione della realtà. Continuerò a farlo sempre, con l'aiuto di Dio, «sielzínt par sempri / la vita» col sorriso sulle labbra, e mantenendo le distanze da quanti effettivamente sembrano perseguire fini di odio.
Legge o non legge.

A questo si potrebbe aggiungere che il passaggio più drammatico di quanto da loro "proclamato" nel Comunicato è il seguente:

"invita a valorizzare la parte educativa e preventiva della proposta, anche in vista della sua successiva applicazione, e ad accrescere le iniziative di formazione all’accoglienza e al contrasto di qualsivoglia discriminazione e violenza, già promosse in questi anni da diverse comunità cattoliche;".

È cortocircuito simile a quello proposto in alcuni articoli di Avvenire a firma di Luciano Moia. Ne abbiamo già parlato qui.

In merito è vero che la campagna denigratoria della Bussola Quotidiana è certamente stata sopra le righe, talvolta macchiettistica. E pertanto non efficace percorrendo refrain denigratori che non servono né ad Avvenire, né alla CEI, né alla comunità cristiana. Però duole che Marco Tarquinio non impari nulla neanche dalle critiche e firmi una risposta proprio qui che lascia basiti facendo la parte della vittima e attuando una difesa di ufficio del “collega” Luciano Moia.

Non sono il solo ad aver rilevato questo, ma diversi Vescovi (e non solo tra i “fedeli” tradizionali) sono stati disturbati da certi articoli di Avvenire che, infatti, poi ha cambiato registro. Ma il difetto editoriale e maieutico resta, eccome se resta.

Il problema della comunicazione è serio e, in questo sbaglia anche Mario Adinolfi che nella sua ingenuità ecclesiale afferma: “.. Ora, i pezzi di Moia non piacciono neanche a me (li chiamo “moiate", massì, facciamoci un altro amico). Ma decidere che Moia possa mettere in ombra una nota ufficiale della Conferenza episcopale italiana, chiedendo chiarimenti che possono essere solo dannosi, è un altro luminoso esempio di tafazzismo.”. Adinolfi, a cui, giustamente, interessa l’unità di intenti, il convergere e il sorvolare gli accenti divisivi davanti alla questione, però nel contempo non comprende che il peso di un Comunicato CEI, pur senza essere messo in ombra (come giustamente afferma), contrasta relativamente la goccia continua dell’uso sbagliato di termini sbagliati come “omofobia” e “omotransfobia” e di domande sbagliate che rincorrono presupposti sbagliati. Tale giornalismo non si inserisce neutralmente nella comunicazione e non genera solo domande e riflessioni ma genera struttura formativa e costume. Specie in tempi non solo liquidi ma gassosi come il nostro.

La comunicazione e l’educazione è affare serio, non si gioca sulle distorsioni.

Lo ricordava già la nota del Magistero che abbiamo linkato del 1986:

“9. Anche all'interno della Chiesa si è formata una tendenza, costituita da gruppi di pressione con diversi nomi e diversa ampiezza, che tenta di accreditarsi quale rappresentante di tutte le persone omosessuali che sono cattoliche. Di fatto i suoi seguaci sono per lo più persone che o ignorano l'insegnamento della Chiesa o cercano in qualche modo di sovvertirlo. Si tenta di raccogliere sotto l'egida del cattolicesimo persone omosessuali che non hanno alcuna intenzione di abbandonare il loro comportamento omosessuale.. 10. Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all'affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l'attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano… 11. Alcuni sostengono che la tendenza omosessuale, in certi casi, non è il risultato di una scelta deliberata e che la persona omosessuale non ha alternative, ma è costretta a comportarsi in modo omosessuale. Di conseguenza si afferma che essa agirebbe in questi casi senza colpa, non essendo veramente libera.

A questo proposito è necessario rifarsi alla saggia tradizione morale della Chiesa, la quale mette in guardia dalle generalizzazioni nel giudizio dei casi singoli. Di fatto in un caso determinato possono essere esistite nel passato e possono tuttora sussistere circostanze tali da ridurre o addirittura da togliere la colpevolezza del singolo; altre circostanze al contrario possono accrescerla. Dev'essere comunque evitata la presunzione infondata e umiliante che il comportamento omosessuale delle persone omosessuali sia sempre e totalmente soggetto a coazione e pertanto senza colpa. In realtà anche nelle persone con tendenza omosessuale dev'essere riconosciuta quella libertà fondamentale che caratterizza la persona umana e le conferisce la sua particolare dignità. Come in ogni conversione dal male, grazie a questa libertà, lo sforzo umano, illuminato e sostenuto dalla grazia di Dio, potrà consentire ad esse di evitare l'attività omosessuale.” (Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali)

Tornando ad oggetto del titolo e del Comunicato della CVX, è certamente vero, nel contempo, che le nostre comunità sono pastoralmente immature. Lo sono verso le situazioni difficili, lo sono verso le persone con disabilità, lo sono verso le persone con omo-affettività ed in tante altre situazioni ove si è smarrita la formazione cristiana, a tutto tondo, completa, che richiama Giovanni Marcotullio nel suo commento Facebook (“uno solo è il quadriforme Evangelo”) però ecco, qui, in questo comunicato della CVX, non si sa proprio dove sta di casa l'educĕre perché è da un bel pezzo che ci si è corrotti se l’esito è quanto comunicato. E dunque si svela che si è incapaci di fare pastorale di Chiesa in uscita. E, duole rilevarlo, si è tradito sul nascere tutto il magistero della Chiesa sul tema e verso questi fratelli e sorelle fino ad A. L. 250 compresa.

A poco o nulla serve dare il proprio corpo per essere bruciato dalla carità fatta di servizio e di opere se poi uccidiamo i nostri fratelli con la mala-educazione sul Magistero e sulla Verità dell’uomo. Anzi peggio. Facciamo delle cose buone che veicolano, nel contempo, una pandemia mortale, carsica, al destino eterno a cui ogni fratello e sorella è chiamato e su cui va pesata ogni azione, comunicato e proclama del presente.

Anche qui, come ricordato si divide il cristianesimo, la tunica di Cristo, in etichette, cristiani del sociale, cristiani della morale, cristiani della teologia, cristiani progressisti e cristiani tradizionali. Ma Cristo non può essere diviso, se si è suoi discepoli e si ama davvero.

Questa è una lezione continua di tutti i pontefici, se abbiamo ascoltato Pietro.

 Paul Freeman



Mercoledì della XIX settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Jeanne de Chantal, religiosa, cofondatrice (1572-1641)

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