Rassegna stampa etica

Sull’equivoco della libertà religiosa

concilio-vat-2di  Filippo Giorgianni

LA MADRE DI TUTTI GLI EQUIVOCI LEFEBVRISTI: LA LIBERTÀ RELIGIOSA, EPPURE IL CONCILIO PARLAVA DI UN’ALTRA “LIBERTÀ”…

Proprio per contribuire (indegnamente) a tale opera ermeneutica, prima di concludere, è bene soffermarsi su una questione centrale, che è poi la nota dolente su cui si impantanano i lefebvriani e su cui si esprime naturalmente anche mons. Gherardini: la libertà religiosa. Secondo i lefebvriani e secondo Gherardini, a causa del Concilio, la Chiesa aprirebbe ad un antropocentrismo immanentista che lascia l’uomo libero in modo relativistico: l’uomo è libero di scegliere il male e ciò non troverebbe nel Concilio alcun rimprovero morale, ma anzi un incoraggiamento – che poi, in ambito religioso, sfocia in aperto ecumenismo sincretistico .

Insomma, anche se in modo più ambiguo e subdolo – poiché egli, da un lato, sostiene di non vedere opposizione tra Tradizione e Dignitatis Humanae conciliare (documento in cui si parla della libertà religiosa), ma poi, dall’altro, instilla il sospetto, sostenendo che certi passaggi del documento conciliare cedono alla prospettiva progressista –, secondo Gherardini, l’uomo in certi passaggi del Concilio sarebbe libero di non aderire alla Verità, senza che ciò venga considerato stigmatizzabile. Con ciò rompendo, a suo dire, con la tradizionale dottrina della Chiesa secondo cui la libertà va usata per il bene e ha come fine il raggiungimento del vero (e del vero Dio, attraverso il Cristo, nella sua Chiesa).

Ora, al di là dei testi conciliari presi nel loro complesso – con un’interpretazione sistematica, che è semprenecessaria nell’ermeneutica di un qualunque testo, non solo nel caso delle presunte ambiguità del Vaticano II… testi che, fra l’altro, nel loro complesso smentiscono questa tesi, in quanto essi dicono esplicitamente che la via di salvezza e di piena realizzazione umana è solo in Cristo e che la libertà va utilizzata per cercare la verità, come sottolinea don Cantoni – al di là di questo, si diceva, è anche contestabile che gli insegnamenti conciliari in materia di libertà religiosa siano realmente opposti alla Tradizione della Chiesa. Infatti, è vero che il Concilio parla di libertà religiosa, difendendola, ed è vero che in passato il Magistero ha condannato la «libertà religiosa», sennonché sono obiettabili due cose:

  1. la libertà religiosa cui si riferisce il Magistero più antico non è quella cui si riferisce il Magistero conciliare;

  2. il Concilio, nel parlare di libertà religiosa, non fa altro che chiedere riconoscimento giuridico, di qualcosa che da sempre la Chiesa ha riconosciuto: il libero arbitrio, di fronte alla fede che è dono di Dio.

Per il primo caso, riprendendo le considerazioni di Giuseppe Dalla Torre (La città sul monte. Contributo a una teoria canonistica delle relazioni tra Chiesa e Comunità politica), va detto che il Magistero più antico va collocato nel tempo in cui si esprimeva – in quanto il Magistero è attualizzazione della Scrittura al momento storico dato –, e, laddove si faccia ciò, si vedrà che nel periodo interessato, imperversando le dottrine liberali, si intendeva con libertà religiosa non la libertà di scegliere di non aderire alla vera religione, ma semmai una libertà in senso relativistico. Non è questo che dice il Concilio, il quale, pur riconoscendo all’uomo la libertà di non aderire a Cristo, dice anche che Cristo è la salvezza dell’uomo e che questi deve aderirvi.

Per il secondo caso, infine, va detto che il riconoscimento della possibilità di non aderire alla vera religione non è novità conciliare: che l’uomo sia libero di non accettare il dono della fede da parte di Dio, che la fede non possa essere imposta alla libertà umana, ma che questa debba accettarla liberamente, è un principio che da sempre la Chiesa ha predicato – basti guardare alla definizione di fede che dà San Tommaso d’Aquino in Summa theologiae, II-II, q. 2, a. 9, c –
Ciò che muta non è dunque la dottrina sulla libertà, ma la sua modulazione giuridica e quindi politica: la libertà religiosa non è altro che un punto di vista diverso dal quale guardare la libertà umana in quanto tale. Da un punto di vista dottrinale, il Concilio non fa altro che ripetere ciò che da sempre si sa.

Ciò che cambia è che, se prima tale libertà non trovava sbocchi giuridici così espliciti – ma è bene ricordare che comunque nella prassi, mai si è assistito a conversioni forzate di ebrei e musulmani (che venivano magari mal tollerati in seno all’orbe cattolico, ma comunque pur sempre lasciati liberi di non aderire alla fede cattolica), volute dall’autorità ecclesiastica nella storia della Chiesa –, ora invece li trova. Ma ciò non intacca in alcun modo i principi, in quanto il principio e la modulazione storico-politica (e quindi giuridica) del principio sono due cose diverse.

Ciò che fa il Concilio non è modificare il principio ma è prendere atto delle mutate situazioni storiche: se, in presenza di una Cristianità, cioè di una società omogenea fondata su una maggioranza cattolica schiacciante, aveva senso la precedente modulazione giuridica con la presenza di Stati – o comunque comunità politiche – confessionali, oggi, in una società secolarizzata, ciò non è più materialmente possibile; e si prende anche atto di un’altra realtà, più visibile nel mondo globalizzato odierno: quella dei cristiani in terra infidelium: di fronte al problema del mancato riconoscimento della piena libertà dei cristiani in paesi musulmani, orientali, o totalitari, la Chiesa non può chiaramente chiedere uno Stato confessionista, ma deve richiedere libertà per i cristiani presenti in quelle terre.

Gherardini dice di non voler smentire queste obiezioni, ma poi di fatto fornisce ai critici del Concilio insinuazioni (una sua costante, abbiamo visto) su frammenti della Dignitatis Humanae. Ma, se è vero, com’è vero, ciò che si è detto, decadono le proteste degli anticonciliaristi con riguardo alla libertà religiosa, nonché le insinuazioni gherardiniane, e si comprende come il Concilio, quello vero – e non quello manipolato da progressisti (e dai loro inconsapevoli alleati tradizionalisti) –, abbia un suo valore cruciale per la vita della Chiesa e per le sue esigenze del III millennio.

Il Concilio era dunque necessario, il suo fraintendimento volontario – tanto “di sinistra”, quanto “di destra”, come scriveva don Neuhaus – non solo non era necessario ma è il vero problema che non permette alla Chiesa di rapportarsi correttamente col mondo odierno, perché ora rigetta la dottrina (come fanno i progressisti), ora il mondo moderno senza alcuna specificazione o distinguo ulteriori (come fanno i tradizionalisti). Dunque, pur usando impropriamente le parole “teologia nuova”, aveva ragione Gómez Dávila quando scriveva: «In seno alla Chiesa attuale, è “integralista” chi non ha capito che il cristianesimo ha bisogno di una teologia nuova; è “progressista” chi non ha capito che la nuova teologia deve essere cristiana» (Tra poche parole).

Il vero problema, in molti tra coloro che reagiscono ai progressisti, è cadere nell’errore solo apparentemente opposto, ma in realtà combaciante, cioè nella succitata Rivoluzione di segno contrario. Il giudizio su Gherardini (e su altri) quindi non può non essere severo, in quanto questi devia la (giusta) reazione al progressismo in un errore di diverso segno, castrando la reazione e facendone un elemento riassorbito dal meccanismo concettuale (e spirituale) degli avversari progressisti, cui tale reazione presta il fianco. Né, a tale severo giudizio, si può obiettare che non sia bene che il “fronte” contrario al progressismo si divida. Infatti, da un lato, è bene ricordare che nella Chiesa non esistono fronti. È vero che esiste un’eresia strisciante, un “fronte” (ampio) di dissidenti (come spesso accadde nella storia della Chiesa), ma ci si dimentica che esso non si combatte con altri “fronti”. Non esistono nella Chiesa partiti umani attraverso cui vince chi picchia di più, chi è meglio organizzato, etc., perché la Chiesa non funziona in modo umano e non abbisogna degli uomini per sopravvivere, bensì abbisogna di maggiore Grazia, di maggior santità. E comunque, se proprio si vuol vedere un “fronte”, l’unico fronte legittimo è quello che si metta alla scuola del Magistero – senza censure, manipolazioni o riserve –, contro cui non esistono “progressisti” e “tradizionalisti”, bensì un fronte unico (benché pluriforme, come sempre accade con le varie forme della Rivoluzione…) di disobbedienti – chi più, chi meno .

Inoltre, dall’altro lato, bisogna ricordare che l’unità è solo nella verità e la verità tutta intera, come insegnava Giovanni Paolo II (Reconciliatio et poenitentia n. 9). È quindi necessario fare chiarezza, non potendosi rivendicare un’unità tra le persone di tipo democristiano, un’unità per l’unità, fondata su se stessa (cioè anche sull’errore) – quasi l’unità fosse un valore in sé –, ribadendo un’ultima volta che l’unica unità deve esser fondata sull’autentica fedeltà al Magistero. Vale a dire che ciò di cui si abbisogna è applicare umilmente l’insegnamento del Magistero, non cavillando sui testi conciliari (o sui pronunciamenti magisteriali), ma sforzandosi di ricondurli a ciò che li ha preceduti (e anche seguiti). Solo questo porterà i frutti – non retorici, come invece vorrebbe Gherardini, sempre critico verso la commemorazione del Concilio tout court (anche da parte del Magistero) – di cui parla Benedetto XVI, frutti pienamente conciliari, con buona pace del tradizionalismo.

  

 

Bibliografia consigliata:

Gianni Baget Bozzo, I Concili visti da Alberigo, da Baget Bozzo e dall’Osservatore Romano, in Il Foglio del 5 luglio 2007

Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005

Benedetto XVI, Risposte al clero in Auronzo di Cadore del 24 luglio 2007

Walter Brandmüller, Il Concilio e i Concili. Il Vaticano II alla luce della Storia dei Concili, in Cristianità n. 332/2005
Giovanni Cantoni, Plinio Corrêa de Oliveira e il giudizio sul Concilio Ecumenico Vaticano II, Edizioni Cristianità, 2003

Pietro Cantoni, Riforma nella continuità. Vaticano II e anticonciliarismo, SugarCo, 2011

Pietro Cantoni, «Tradizionalismo» e Tradizione, in AA.VV., A maggior gloria di Dio, anche sociale. Scritti in onore di Giovanni Cantoni nel suo settantesimo compleanno, Cantagalli, 2008

Pietro Cantoni e Massimo Introvigne, Esegesi biblica e Concilio Ecumenico Vaticano II. Una riflessione sull’esortazione postsinodale Verbum Domini di Papa Benedetto XVI, in Cristianità n. 358/2010

Giovanni Cavalcoli O.P., Karl Rahner. Il Concilio tradito, Fede&Cultura, 2009

Giovanni Cavalcoli O.P., Progresso nella continuità. La questione del Concilio Vaticano II e del post-concilio, Fede&Cultura, 2011

Giovanni Paolo I, Udienza generale del 13 settembre 1978

Giovanni Paolo II, Omelia a Città del Messico del 26 gennaio 1979

Giovanni Paolo II, Discorso presso l’Arcivescovado di Mechelen del 18 maggio 1985

Massimo Introvigne, Alleanza Cattolica e il Concilio Ecumenico Vaticano II, in Cristianità n. 358/2010

Massimo Introvigne, Come i progressisti “non” vinsero al Concilio Ecumenico Vaticano II. Una recensione di “Roma, due del mattino” di mons. Hélder Câmara, in Cristianità n. 346/2008

Massimo Introvigne, “Il rumore confuso dei clamori ininterrotti”. Il Concilio, il post-Concilio e il pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira,http://www.cesnur.org/2008/mi_brasile_oliveira.htm

Ralph McInerny, Vaticano II. Che cosa è andato storto?, Fede&Cultura, 2009

Agostino Marchetto, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per una sua storia, Libreria Editrice Vaticana, 2005

Agostino Marchetto, Ma una storia non ideologica si può scrivere, in L’Osservatore Romano del 14 aprile 2011

Vittorio Messori e Joseph Ratzinger, Rapporto sulla fede, Paoline, 1985

Richard Neuhaus, Lo splendore della verità. Perché sono diventato cattolico (e sono felice di esserlo), Lindau, 2008

Fernando Ocáriz Braña, Sull’adesione al Concilio Vaticano II, in L’Osservatore Romano del 2 dicembre 2011

Paolo VI, Discorso al Sacro Collegio del 23 giugno 1972

Joseph Ratzinger, Il caso non è chiuso, in Il Sabato del 30 luglio 1988

Joseph Ratzinger, La Chiesa. Una comunità sempre in cammino, San Paolo, 2008

Leo Scheffczyk, La Chiesa. Aspetti della crisi postconciliare e corretta interpretazione del Vaticano II, Jaca Book, 1998

Angelo Scola, “Gaudium et Spes”: dialogo e discernimento nella testimonianza della Verità, in Comitato Centrale del Grande Giubileo dell’anno 2000, Il Concilio Vaticano II. Recezione e attualità alla luce del Giubileo, San Paolo, 2000

Sinodo dei Vescovi, Ecclesia sub Verbo Dei mysteria Christi celebrans pro salute mundi. Relatio finalis del 1985

Arthur Fridolin Utz O.P., Una interpretazione della libertà di religione alla luce della storia dei Concili, in Cultura & Identità n. 11/2011

Karol Wojtyła, Alle fonti del rinnovamento. Studio sull’attuazione del Concilio Vaticano Secondo, Rubbettino, 2007


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