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Uzbekistan, dove la fede è considerata reato

uzbekistanDanilo Quinto

I Governi occidentali – che coltivano buoni rapporti con l’Uzbekistan, per quanto riguarda la fornitura di gas e per la sua importanza strategica rispetto alla situazione afghana – si disinteressano rispetto a quel che avviene nel Paese asiatico sul versante dei diritti umani e della libertà religiosa. Questo avviene nonostante le ripetute denunce delle organizzazioni internazionali, da “Amnesty International” a “Human Rights Watch”, il cui staff, che operava nella capitale Tashkent, è stato espulso dal Paese proprio nei giorni scorsi. L’ultimo massacro di manifestanti ad opera dell’esercito uzbeko si ebbe nel 2005: a tutt’oggi resta sconosciuto il numero preciso dei morti, che fonti governative attestano in 187. Probabilmente, furono molti di più. Solo un esempio di quel che accade in uno dei sistemi politici più repressivi dell’Asia, come viene messo in evidenza  dai rapporti 2009 del Dipartimento di Stato americano, dalla Commissione statunitense sulla libertà religiosa internazionale e dall’associazione “Freedom in the World”.

Il Paese, ex Repubblica dell’Unione Sovietica, ha ottenuto l’indipendenza nel 1991. Da allora, è guidato dal Presidente Islom Karimov, già leader del Partito Comunista, confermato piu’ volte nelle elezioni che si sono tenute, rispetto alle quali sia l’OSCE (l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sia l’ODIHR (l’ufficio dell’OSCE per le istituzioni democratiche ei diritti umani) hanno manifestato le proprie riserve sulla correttezza del meccanismo elettorale e le fasi di voto. Con il 33% della popolazione che vive ancora sotto la soglia di povertà, l’Uzbekistan è al 119 posto per indice di sviluppo umano nella classifica delle Nazioni Unite ed occupa il decimo posto nella “World Wacht List”, che l’Associazione “Porte Aperte” stila ogni anno sul problema della libertà religiosa. Su un totale di oltre 25 milioni e 500mila abitanti, i musulmani sunniti sono l’88%, gli ortodossi il 9%. I cristiani indigeni sono stimati in 4mila dall’Istituto di Diritto Pontifio “Porte Aperte”, nel suo rapporto 2010. Mentre il numero dei cristiani russi, considerata la consistente emigrazione, risulta incerto.
Anche essere riuniti in un appartamento per pregare costituisce un reato, perché, in base all’art. 8 della “Legge sulla religione”, l’attività non registrata è illegale e penalmente perseguibile. Chi ha le condizioni per registrarsi – tra le quali quella di contare almeno cento aderenti – può attendere anche anni prima di ottenere una risposta.

La situazione in carcere e nei campi di lavoro uzbeki - già durissima per tutti i detenuti per l’uso sistematico della tortura - è ancora più difficile per i credenti, per le numerose restrizioni alla libera pratica religiosa: è negato il diritto di pregare in modo visibile, di tenere testi religiosi o di ricevere visite da personale religioso. Coloro che vengono condannati per reati religiosi, sono costretti a rinunciare pubblicamente alla loro fede.

Nello scorso mese di ottobre, un tribunale nella capitale uzbeka – riferisce l'agenzia Asianews  - ha giudicato un  cristiano protestante, colpevole di possedere la copia di un film su Gesù. Gli è stata comminata una multa di tre milioni e 164mila Soms, che equivalgono a 1.400 euro e che corrisponde a sette anni di salario minimo. Multare persone che conducono attività religiose considerate “illegali”, è un’abitudine diffusa nel Paese. Nell’aprile 2009, tredici battisti di Almalyk sono stati condannati al pagamento di una sanzione di 745 euro, a seguito di un’irruzione della Polizia nella casa dove stavano pregando.

A maggio 2009, il tribunale di Samarcanda ha multato tre cristiani protestanti con cifre da 10
a 50 volte il salario mensile minimo. Altri nove battisti sono stati condannanti dalla corte distrettuale di Ahangaran al pagamento di sanzioni fino a 80 volte il salario mensile minimo, per violazione dell’art. 202-1 del codice amministrativo, che punisce “l’inclinazione a partecipare all’attività di organizzazioni illegali, sia sociali che religiose”. Altri due fedeli, sono stati condannati a luglio dal tribunale di Mubarek, al pagamento di 130 euro. Alla fine di dicembre 2009, il tribunale penale di Termez, ha condannato un pastore alla multa di circa 1.270 euro.

A gennaio 2009, nella regione del Karakalpakstan, la polizia ha fatto irruzione nell’appartamento di una fedele cristiana., che stava festeggiando il compleanno con alcuni amici; la donna è stata poi multata per una cifra equivalente a 69 euro, in quanto giudicata colpevole di aver violato l’art. 241. A febbraio 2009, 17 persone, di cui 13 membri della Chiesa del Pieno Vangelo di Bukhara e 4 amici del padrone di casa, sono stati multati – ognuno per una somma equivalente a 100 volte il salario minimo mensile - a seguito dell’irruzione della polizia in un appartamento dove le persone erano riunite per festeggiare un compleanno. Il 10 marzo 2010, la polizia ha compiuto un raid durante un’altra festa di compleanno, e dieci donne, appartenenti ad una Chiesa registrata, sono state multate per “aver violato la procedura per organizzare e tenere incontri religiosi”, con una cifra molto elevata (circa 1.565 euro ciascuna).

Altri cristiani, nel corso del 2009, hanno ricevuto sanzioni per violazione all’art. 184 del codice amministrativo, che punisce il possesso illegale di materiale religioso: oltre alle multe, i tribunali hanno, nella quasi totalità dei casi, disposto anche la distruzione del materiale religioso sequestrato. A Kuvasai, nella regione del Ferghana, tre battisti sono stati multati in febbraio, con cifre dai 360 ai 905 euro. Altri due battisti erano stati condannati nello stesso mese, con pene rispettivamente di 270 e 130 euro. In giugno, sono stati multati di una cifra pari a 133 euro ciascuno 4 fedeli a Tashkent. Nella regione del Karakalpakstan, un protestante è stato multato per una cifra equivalente a 312 euro. Il 5 ottobre, altri 17 cristiani protestanti nella regione di Urgench sono stati multati per possesso illegale di materiale religioso, sequestrato dalla polizia in maggio nell’appartamento di uno di loro.

Nel corso del 2009, le autorità hanno utilizzato in modo sempre più diffuso anche la condanna a brevi pene detentive – dai dieci ai quindici giorni – per punire cittadini ritenuti colpevoli di aver svolto attività religiosa illegale. Un caso eclatante è quello dei quattro membri  della Comunità protestante Donam di Tashkent, che sono stati condannati a quindici giorni di reclusione ciascuno, con l’accusa di aver trasgredito l’art. 201 del codice amministrativo (che punisce violazioni alla procedura per organizzare e condurre incontri). Sempre a Tashkent, in marzo, un altro cristiano battista, era stato condannato, in base allo stesso capo d’accusa, a 10 giorni di carcere, dopo che un raid condotto da venti agenti di varie agenzie statali lo aveva trovato a celebrare una funzione religiosa con la sua comunità, regolarmente registrata. Altri due protestanti sono stati condannati, in aprile 2010, a 15 giorni di pena detentiva, a Termez, per aver svolto attività religiosa non registrata.
All’inizio di marzo 2009, tre protestanti sono stati condannati a 15 giorni di detenzione con l’accusa di avere partecipato a una riunione in un’abitazione privata e aver parlato di argomenti religiosi. Altri tre cristiani presenti, essendo al momento sprovvisti di documenti, sono stati condannanti a circa dieci giorni di detenzione presso un centro di riabilitazione per senzatetto. I sei, al momento del raid, stavano soltanto pranzando insieme.

L’8 aprile 2009, un diacono battista di una comunità regolarmente registrata di Tashkent, è stato condannato a 15 giorni di carcere, in regime di “sorveglianza speciale”, con l’accusa di aver insegnato principi religiosi a dei bambini, dopo che a seguito di un raid della polizia erano stati trovati bambini nella sua abitazione: il diacono ha affermato che i piccoli, appartenenti a famiglie molto povere, erano stati da lui invitati a casa sua per un pranzo. Il tribunale ha altresì deciso la distruzione del materiale sequestrato nella sua casa: 77 libri e riviste, 33 cd e dvd, 28 videocassette, un computer e altro materiale informatico.

Il Governo uzbeko – sostiene nel suo rapporto “Aiuto alla Chiesa che soffre” – vive con preoccupazione il “problema” della conversione delle giovani generazioni. Nel 2010, è stato promosso un programma intitolato “Anno dello sviluppo armonioso della Generazione”, contenente misure per contrastare l’influenza di religioni estranee e estremiste. Il sito del ministero di Giustizia ha dato notizia di un seminario svoltosi in ottobre nella città di Jizzak, sul tema “Sconfiggere il traffico umano, l’estremismo religioso e l’attività missionaria», nel corso del quale si sono affrontati temi quali “l’attività missionaria, il proselitismo, la protezione dei giovani dalla pericolosa influenza dei movimenti estremisti e la responsabilità di ognuno nell’educazione morale delle giovani generazioni”.

Nel rapporto di “Porte Aperte” si legge che “nonostante il proselitismo sia vietato nel paese, il numero dei cristiani è aumentato velocemente negli ultimi anni.  Per le chiese è quasi impossibile ottenere una registrazione ufficiale da parte del governo e per questo motivo la maggior parte dei gruppi protestanti devono operare clandestinamente. Affrontano minacce, a volte vengono picchiati, a volte vengono messi in carcere o perdono il proprio lavoro. Le autorità locali, essendo assolutamente contrarie alla presenza di una chiesa cristiana uzbeca nel paese, spesso confiscano i libri cristiani e molte altre cose utili. La pressione è particolarmente pesante nella regione autonoma del Karakalpakstan, nel nord-ovest dell’Uzbekistan, ma si è diffusa in tutto il paese lo scorso anno. Le persone sono diventate molto più caute nel parlare della loro fede in Dio, per paura di ritorsioni da parte delle autorità”.

© labussolaquotidiana.it - 26 marzo 2011