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La Chiesa rimane al servizio della gente

1_0_462183È sempre più complessa e caotica la situazione in Libia, con fonti diverse che parlano di 7.000 o addirittura 10.000 morti e 50.000 feriti. Gheddafi ha parlato di nuovo in tv via telefono, accusando i rivoltosi di complicità con Bin Laden e minacciando la chiusura degli oleodotti del petrolio. Sembra che il raìs sia asserragliato in un bunker sotterraneo in un sobborgo meridionale di Tripoli. Ma al tempo stesso si fanno sempre più insistenti le voci di una sua imminente fuga. C'è stata poi una offensiva militare delle forze fedeli a Gheddafi nella città di Zawia, con testimoni che parlano di un nuovo massacro e centinaia di vittime. C'è anche chi riferisce di un attacco "imminente" a Tripoli con la tribù dei Warfalla che starebbe arrivando dalla Cirenaica. Tutte notizie difficili da verificare. Intanto dalla nunziatura di Malta e Libia fanno sapere che le comunità cattoliche di Tripoli e Bengasi continueranno a restare al servizio della popolazione. Si tratta di 16 comunità femminili, 2 vescovi e 15 sacerdoti, che seguono circa 100.000 fedeli, in maggioranza stranieri.

Rimpatri anche per 500 eritrei? "Se è vera sarebbe una buona notizia. Un progetto di evacuazione di queste persone sarebbe la cosa più giusta da fare, perché in una situazione di caccia allo straniero tutti i migranti in Libia sono in pericolo di vita". È contento don Mussie Zerai, presidente dell'Agenzia Habeshia, appena appresa la notizia secondo cui la Chiesa cattolica in Libia, tramite un organismo internazionale, starebbe preparando una lista di 500 nomi di emigrati clandestini, quasi tutti eritrei, per portarli fuori dal Paese. Don Zerai aveva infatti denunciato, nei giorni scorsi, numerosi sequestri di eritrei e altri africani, portati via da uomini armati nelle loro stesse case. Martedì notte, dopo il discorso in tv di Gheddafi che accusava gli stranieri di aver fomentato la rivolta, a Tripoli ne sono spariti 16. "Anche la notte scorsa - racconta al SIR - alcune famiglie hanno dovuto dormire fuori casa per nascondersi, perché hanno paura che rapiscano gli uomini. Non sappiamo dove li portano e nelle mani di chi sono. Spariscono nel nulla. Le mogli e gli amici mi chiedono di far sapere alla comunità internazionale quanto sta succedendo". Don Zerai non azzarda ipotesi su chi abbia preso gli eritrei: "Erano vestiti in borghese, armati, ma non sappiamo se sono poliziotti, servizi segreti libici, filogovernativi o rivoltosi che li scambiano per mercenari. È una situazione troppo caotica. So solo che ce l'hanno con tutti gli africani, li scambiano per mercenari del regime, soprattutto dopo l'ultimo discorso di Gheddafi. Le sparizioni sono infatti avvenute la notte dopo. Quindi gli africani sono presi di mira da entrambe le parti". Già nei giorni precedenti, ricorda il sacerdote, "nel carcere di Misurata le guardie avevano cercato di costringere i detenuti stranieri africani ad armarsi contro la piazza. Alcuni sono stati uccisi perché si sono rifiutati".

Malta, pronti per l'accoglienza. Intanto a Malta non è giunto finora nessun profugo dalla Libia ma in caso di necessità la Chiesa cattolica è pronta ad accoglierne qualche centinaia nelle sue strutture. Lo dice al SIR padre Alfred Vella, della Commissione diocesana emigranti di Malta. "Siamo pronti per un eventuale esodo - spiega padre Vella -, faremo del nostro meglio mettendo a disposizione le strutture già esistenti. Certo se sbarcheranno a migliaia non ce la faremo a reggere l'impatto. Ma finora non è arrivato nessuno". Padre Vella è anche in contatto con il vescovo di Bengasi, mons. Sylvester Carmel Magro, di origine maltese, e rilancia un suo appello: "A Bengasi manca il cibo - riferisce il sacerdote -. I negozi sono chiusi e i rifornimenti scarseggiano. La situazione laggiù è ancora grave".

La bandiera della pace sui balconi. "Appendiamo la bandiera della pace ai balconi di casa in solidarietà con i giovani e i popoli del Mediterraneo in lotta per la dignità e la libertà". È l'appello lanciato dalla Tavola della pace insieme ad Acli, Agesci, Arci, Cgil, Cisl, Articolo 21, Libera e numerose altre organizzazioni. "Ora basta con il silenzio e le connivenze - afferma Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace -. L'Italia deve intervenire, senza ulteriori esitazioni, per fermare la brutale repressione in Libia e negli altri Paesi del Nord Africa e del Golfo. Allo stesso tempo l'Italia deve agire in seno all'Europa, all'Onu e alle altre istituzioni internazionali all'insegna della ferma difesa dei diritti umani, del dovere di proteggere, di assistere ed accogliere le vittime della repressione". In questi giorni Pax Christi Italia, Tavola della pace e Rete italiana per il disarmo #coordinamento che raccoglie oltre 30 organismi italiani# hanno anche rivolto un appello al Parlamento e al Governo italiano per "la sospensione di ogni forma di fornitura di armamenti e di cooperazione militare col governo libico". L'Italia è infatti il principale fornitore di armi alla Libia: "Al regime di Tripoli sono state vendute diverse tipologie di armamento #aerei e veicoli terrestri, sistemi missilistici e sistemi di protezione e sicurezza# per un mercato di 93 milioni di euro nel 2008 e 112 milioni nel 2009".

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