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Il sangue del popolo libico

044q_1aAnche l'aviazione militare impiegata per reprimere la protesta

 

TRIPOLI, 22. È la Libia il Paese del Maghreb dove si sta rivelando più sanguinosa la repressione delle proteste popolari. Il regime guidato da Mouammar Gheddafi ha fatto ricorso anche all'aviazione militare oltre che, secondo diverse fonti, a truppe mercenarie. Tra l'altro, rispetto alla Tunisia e all'Egitto, la Libia ha una storia di lotte tra clan per motivi tanto etnici quanto religiosi e questo potrebbe tornare a verificarsi, contribuendo a rendere la situazione ancora più esplosiva. Nelle reazioni internazionali c'è unanime condanna della violenta repressione, ma anche preoccupazione per possibili flussi migratori incontrollati e considerazioni di carattere strettamente economico. Tra l'altro, oltre ai rincari petroliferi, viene segnalata una possibile chiusura degli oleodotti e dei gasdotti libici.
Sulla situazione in Libia terranno oggi riunioni il Consiglio di sicurezza dell'Onu e la Lega araba. Il Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, si è detto oltraggiato dalla notizia che si sia "sparato sui manifestanti usando aerei da guerra ed elicotteri". Ban Ki-moon, che in precedenza aveva chiesto a Gheddafi di porre fine alle violenze, ha detto che se le notizie verranno confermate, il comportamento del Governo libico "costituirebbe un grave violazione del diritto umanitario internazionale e dovrebbe essere condannato dall'Onu nei termini più duri".
Il figlio del leader libico, Seif al Islam, che sembra aver assunto la guida del regime, ha detto che "lotteremo fino all'ultimo uomo e all'ultima donna". Da parte sua, Gheddafi ha fatto stanotte una breve apparizione televisiva, parlando per 22 secondi in tutto, per annunciare di persona di trovarsi a Tripoli e per confutare quelle che ha definito malevole insinuazioni occidentali su una sua presunta fuga all'estero. Tutte le agenzie di stampa hanno riferito che bersaglio dei cacciabombardieri Mirage sono stati ieri i manifestanti, tra i quali ci sono stati almeno 250 morti. Secondo Seif al Islam, invece, il bersaglio era un deposito d'armi del quale gli oppositori volevano impadronirsi. Tra ieri e oggi, però, quattro piloti hanno disertato - due atterrando a Malta e due rifugiandosi in una base aerea vicina a Bengasi controllata dall'opposizione - per non sparare sulla folla come era stato loro ordinato.
Anche diverse unità dell'esercito sono passate con i rivoltosi. Secondo l'emittente televisiva satellitare Al Jazeera, alcuni ufficiali hanno invitato i soldati a unirsi al popolo e a marciare su Tripoli. Sempre Al Jazeera ha riferito che anche oggi i Mirage si sono levati in volo, ma altre fonti parlano di una situazione relativamente calma. Restano però difficili da verificare le informazioni che giungono dal Paese, comprese le testimonianze dei molti stranieri, in particolare dipendenti di compagnie petrolifere e personale di ambasciate, che si stanno facendo rimpatriare. Di certo, ad abbandonare il regime sono ormai anche diversi suoi rappresentanti all'estero. Dopo le dimissioni dell'ambasciatore presso la Lega Araba, ieri ha fatto altrettanto la delegazione all'Onu, il cui numero due, Ibrahim Dabbashi ha invocato un intervento internazionale contro quello che ha definito un genocidio.



(©L'Osservatore Romano - 23 febbraio 2011)