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Il presidente Buzek incontra Benedetto XVI il 28 febbraio

s-JERZY-BUZEK-largeGianni Borsa intervista SIR Europa

Dal luglio 2009 è presidente del Parlamento europeo, primo deputato di un paese dell’est ad assumere questa carica. Il polacco Jerzy Buzek, nato nel 1940 in Slesia, ingegnere, ha iniziato l’impegno politico nel 1980 con la nascita di Solidarnosc. Dopo aver partecipato in prima fila alla vita del sindacato libero (tra i fattori decisivi per la caduta della Cortina di ferro nel 1989), ha svolto attività politica nel suo paese, fino ad assumere, fra il 1997 e il 2001, la carica di primo ministro a Varsavia. Il suo contributo all’ingresso della Polonia nell’Ue è ampiamente riconosciuto. Gianni Borsa per SIR Europa lo ha intervistato alla vigilia della sua visita a papa Benedetto XVI, prevista per lunedì 28 febbraio.

Un papa tedesco e un presidente del Parlamento europeo polacco si incontrano in Vaticano. Ci saranno molti temi in agenda. Su quali intende attirare l’attenzione di Benedetto XVI? Cos’ha da dire o da chiedere l’Europa di oggi a un uomo di fede e di cultura come Joseph Ratzinger e alla Chiesa cattolica?
“Noi politici in Europa dovremmo piuttosto ascoltare quello che un uomo di fede e di cultura come Joseph Ratzinger ha da dire. Dopo tutto, non è soltanto un capo di Stato, ma è prima di tutto il supremo pontefice della Chiesa cattolica: una comunità di credenti che ha dato forma all’Europa. Le stesse fondamenta dell’Unione europea sono state poste da democristiani come Schuman, De Gasperi e Adenauer, che si sono ispirati agli insegnamenti della Chiesa. L’Ue riconosce, nel preambolo del suo Trattato di fondazione, il retaggio culturale, religioso e umanistico dell’Europa come propria fonte di ispirazione. È chiaro che la cristianità è stata una grande fonte di ispirazione per l’Europa. Anche il Trattato di Lisbona fornisce una base legale – per la prima volta – al dialogo istituzionale tra l’Unione e le comunità religiose. Ho già rappresentato il Parlamento europeo in tali incontri. L’anno scorso, abbiamo avuto un dialogo con i rappresentanti delle Chiese cattolica, protestante e ortodossa oltre che del giudaismo e dell’islam, su come l’Unione europea possa combattere la povertà e l’esclusione sociale. In qualità di presidente del Parlamento europeo, sono onorato di essere ricevuto da papa Benedetto XVI. In un periodo di grandi cambiamenti in Europa e nel mondo, tutti noi abbiamo bisogno di qualche orientamento. L’est e l’ovest finalmente crescono di pari passo. Noi, in Europa, stiamo cominciando a respirare nuovamente con tutti e due i polmoni, come aveva chiesto il grande Giovanni Paolo II nel suo discorso al Parlamento europeo di Strasburgo nel 1988. Quando un papa tedesco e un presidente polacco del Parlamento europeo si incontrano, possiamo essere grati di ciò che abbiamo conseguito finora. Ancora molte sfide ci attendono. So che forse una delle più grandi preoccupazioni della Chiesa cattolica in questi giorni è la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente. Si tratta di una preoccupazione che qui, al Parlamento europeo, condividiamo profondamente, e stiamo incoraggiando Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, ad aprire la strada con misure concrete in difesa della libertà religiosa”.

Quali sono le grandi sfide che l’Ue ha dinanzi a sé in questa fase? Quelle in cui occorrere “più Europa”, una maggiore integrazione fra i popoli e gli Stati del continente? E cosa pensa, in tale contesto, a proposito della crescita di fenomeni preoccupanti come il populismo, le nuove forme di nazionalismo, la xenofobia?
“Oggi, l’Europa deve trovare il suo posto nel mondo. Il rafforzamento della nostra unità e della nostra performance economica è un requisito fondamentale in questo sforzo, ma dobbiamo andare oltre. Dobbiamo infondere vita al Trattato di Lisbona, specialmente nel settore della politica estera. L’Unione europea ha bisogno di mezzi sufficienti a garantirsi un posto adeguato nel mondo, dove le economie emergenti, come la Cina, l’India e il Brasile, sono sempre più influenti. Parlo di mezzi sia politici che di bilancio; gli stati membri dovrebbero essere consapevoli che è nel loro interesse rafforzare la posizione della baronessa Ashton e aumentare il budget dell’Ue per la politica estera. Possiamo in realtà risparmiare denaro se condividiamo e mettiamo insieme le nostre risorse e le nostre competenze. Insieme, possiamo ottenere molto di più a livello internazionale. Si guardi, per esempio, alla politica energetica dell’Unione europea, una delle mie priorità: se supportiamo gli investimenti europei per la creazione di un mercato energetico veramente continentale, potremo anche parlare con una sola voce sul mercato internazionale delle forniture energetiche, che è sempre più competitivo. Soltanto insieme possiamo influenzare la risposta internazionale al cambiamento climatico e stabilizzare il prezzo che ogni cittadino deve pagare per l’elettricità e il combustibile. Questo è quello che io chiamo un valore aggiunto europeo. L’integrazione europea ha sempre due dimensioni: riunire le nazioni europee in un’unica Unione e supportare ogni cittadino nella ricerca del proprio posto in una società globalizzata. Si prendano ad esempio la sfida globale della migrazione, la sfida europea dell’invecchiamento delle società e la sfida locale della disintegrazione delle comunità: tutte interconnesse tra di loro. L’immigrazione verso l’Europa è un dato di fatto e aumenterà negli anni a venire. Dovremo trovare una risposta europea a questo problema, ma non dobbiamo dimenticare il nostro debito nei confronti delle nostre famiglie e della coesione sociale di ogni comunità locale. Posso capire che alcuni cittadini si sentano persi in un mondo globalizzato, dove le decisioni prese dall’altra parte del pianeta possono influenzare la nostra esistenza quotidiana, ovunque viviamo. In un mondo del genere, in cui il tempo e lo spazio sembrano sospesi, aumenta la tentazione di difendere le identità locali in modo semplicistico. Il nazionalismo, la xenofobia e il populismo sono alcune di queste tentazioni. Dobbiamo combattere tali fenomeni, pur prendendo sul serio le preoccupazioni dei nostri cittadini”.

Lei si è più volte espresso in questi mesi su argomenti cari ai credenti, come i valori etici, la libertà di religione, il sostegno alle famiglie… L’Europa politica, quella di Strasburgo e Bruxelles, è attenta a questi aspetti della vita di ogni giorno?
“Certo che lo siamo. Ci sono problemi che riguardano i cittadini che ci hanno eletto. La libertà di religione è uno dei diritti umani più fondamentali, una delle componenti più intime della dignità umana. Non possiamo rimanere indifferenti quando la gente viene uccisa per ciò in cui crede, non importa se siano cristiani, musulmani, ebrei o agnostici. Quello che è successo alle comunità cristiane in Medio Oriente negli ultimi anni non può essere ignorato. Non vogliamo insegnare niente agli altri paesi, ma dobbiamo prendere le parti degli oppressi e dei vulnerabili. Dobbiamo garantire che i cristiani abbiano un futuro in questa regione, che possano prosperare, che possano vivere dignitosamente e che non abbiano bisogno di fuggire, specialmente perché vi abitano da duemila anni. Questa affermazione comporta, tuttavia, di doverci ispirare ad un esempio. Ricevo gravi lamentele da varie parti d’Europa su come vengano trattati alcuni immigrati. Sono felice che almeno a Roma i musulmani possano praticare il culto in una bella moschea, che è stata visitata negli ultimi anni da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Lei ha anche citato il sostegno alle famiglie: questo è un punto fondamentale per noi, in Europa. L’Ue ha rafforzato il principio di sussidiarietà, che è stato messo a punto dalla dottrina sociale della Chiesa, nel Trattato di Lisbona. In base a tale principio, le famiglie sono il cuore stesso di tutta la società umana. Dobbiamo proteggerle e accudirle. Nel suo ristretto ambito di competenza al riguardo, il Parlamento europeo ha fatto molto per migliorare le condizioni lavorative di padri e madri. Soltanto l’anno scorso, l’Europarlamento ha votato a favore di una proroga del permesso di maternità oltre le 14 settimane, che sono attualmente lo standard minimo. I governi nazionali dell’Unione non hanno ancora raggiunto un accordo in merito a tale misura, ma spero che lo facciano presto. In questo contesto, non dobbiamo dimenticare la questione delle pari opportunità tra uomini e donne. I cambiamenti demografici, che ho citato in precedenza, non sono l’unica ragione per cui dobbiamo sbloccare le potenzialità professionali delle donne. Vita professionale e vita familiare non devono essere in contraddizione!”.

Non di rado lei richiama le sue radici, gli anni nella Polonia comunista, l’impegno per ricostruire la libertà e la democrazia… In questi 20 anni com’è cambiata l’Europa dell’est? In Polonia, Ungheria, Estonia o Bulgaria l’opinione pubblica è ancora favorevole all’integrazione comunitaria? Le persone hanno tratto benefici dall’ingresso nell’Ue? E l’Ue potrebbe ingrandirsi ancora? Ci sono cinque paesi candidati all’adesione e altri che bussano alle sue porte…
“Quando ho cominciato la lotta per la libertà nel movimento Solidarność, 31 anni fa, non avrei neppure potuto sognare quello che sarebbe successo. Il fatto che la lotta popolare per la libertà si sia conclusa così presto e con successo ha superato le nostre aspettative più ottimistiche. Chi avrebbe pensato che l’est e l’ovest si sarebbero riuniti? Chi avrebbe pensato che sarebbe caduta la Cortina di ferro? Abbiamo ottenuto così tanto in così poco tempo. Oggi siamo liberi, il nostro destino è nelle nostre mani e siamo orgogliosi di far nuovamente parte della grande famiglia europea. Gli allargamenti dell’Ue sono riusciti a trasformare il nostro continente negli ultimi 20 anni e anche prima, considerando la democratizzazione di Grecia, Portogallo e Spagna negli anni Ottanta. La prospettiva dell’allargamento ha contribuito a stabilire una pace duratura nei Balcani occidentali. Può esserci una sola Europa per tutti! La storia dell’integrazione europea ha mostrato i vantaggi dell’apertura e della solidarietà. Quei valori sono centrali anche per la cristianità. L’Unione crescerà ulteriormente in futuro e dovremo trovare i modi per gestirla. L’Europa è energica, viva e mutevole. È un progetto in costruzione. Tutti i paesi europei hanno la prospettiva di diventare membri dell’Unione, quando saranno pronti”.

L’Ue non deve essere una “fortezza” chiusa in se stessa, ma deve aprirsi alle frontiere globali. Lo hanno più volte ricordato anche i Pontefici e altri leader religiosi. Di recente si sono affrontati, sotto diversi punti di vista, i casi di Egitto, Libia, Tunisia, Sudan, Haiti, Iraq, Pakistan, Medio oriente. In effetti si ha l’impressione che l’Ue stia timidamente acquistando la statura di un protagonista mondiale. Qual è la sua impressione?
“Domanda importantissima! Come ho già detto, l’Europa deve trovare il suo posto nel mondo. Non vogliamo più interpretare soltanto il ruolo di quello che paga, dobbiamo diventare anche protagonisti. In primo luogo, dobbiamo trovare una risposta agli sviluppi dei nostri vicini più prossimi. Gli eventi che si verificano in Libia, Tunisia, Egitto e in tutto il mondo arabo ispirano speranza. Dal primo momento, ho sostenuto in pieno le legittime aspirazioni dei popoli. Come vicini, amici e partner, dobbiamo proteggere i fiori della libertà. Dobbiamo accompagnare i popoli del sud nella lunga strada verso la vera democrazia che stanno così coraggiosamente perseguendo. Desideriamo facilitare la libertà e la prosperità dei paesi nostri vicini. In questo contesto, è più urgente che mai ridefinire la politica europea di vicinato, che attualmente non è all’altezza della sfida. Sottolineo che la delegazione ad hoc dell’Europarlamento è stata la prima missione ufficiale europea a visitare la Tunisia. Ha raccolto informazioni e sta preparando i passi successivi. Abbiamo deciso di inviare un’altra delegazione in Egitto. Il Parlamento europeo ha inoltre chiesto una conferenza internazionale dei donatori per assistere e stabilizzare le giovani forze democratiche dei nostri vicini”.

Infine: se le chiedessimo di inviare un messaggio ai giovani, cosa direbbe loro?
“Non perdete fiducia nel bene che possiamo fare. Non perdete la speranza che questo possa essere realizzato. Voi siete l’Europa e noi abbiamo bisogno che voi sosteniate l’Europa. Non ho dubbi che sappiate perfettamente cosa farne in futuro”.

© © www.agensir.it - 24 febbraio 2011