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Dolore e allerta

Il sedicente stato islamico rivendica gli attacchi che hanno provocato oltre trecentocinquanta morti ·

Da tre giorni, lo Sri Lanka piange i morti della strage di Pasqua: 359 persone hanno perso la vita e oltre 500 sono rimaste ferite in seguito a otto attacchi suicidi, avvenuti domenica scorsa, tra le città di Colombo, Negombo e Batticaloa. Il paese si è risvegliato in uno stato di emergenza che non si ricordava da almeno dieci anni, dalla fine della guerra civile tra lo stato e i separatisti tamil.

Forze dell’ordine di fronte alla chiesa di Sant’Antonio a Colombo (Afp)

Le esplosioni sono avvenute nelle chiese cristiane di Sant’Antonio a Colombo e di San Sebastiano flagellato a Negombo, nella chiesa protestante di Sion a Batticaloa e in tre lussuosi hotel della capitale. Hanno perso la vita 45 bambini, mentre altri stanno lottando per sopravvivere negli ospedali in piena emergenza.

In un lavoro congiunto con le autorità locali, gli apparati di intelligence stanno ancora verificando le rivendicazioni di rappresaglia, poiché la complessa organizzazione degli attentati rende improbabile un arco di tempo di soli trenta giorni. Sicuramente, stupisce che il sedicente stato islamico non abbia fornito la motivazione della scelta dello Sri Lanka. Il governo continua a propendere per il legame con il gruppo jihadista locale, il National Tawhid Jamaat, costola della più ampia organizzazione Sri Lankan Thowheed Jama’ath, responsabile degli atti di vandalismo a carico di alcune statue buddiste nel 2008. In attesa di conferme, sono 40 finora gli arrestati, mentre il presidente Maithripala Sirisena ha annunciato la ristrutturazione immediata dei vertici di polizia e conferito alle forze di sicurezza ampi poteri di gestione efficace dell’emergenza.

La vittima più piccola aveva appena 18 mesi e si trovava, assieme alla famiglia, nella chiesa di Sion. Altri minori hanno perso uno o entrambi i genitori. Ha tristemente colpito tutti anche un gesto di carezza nei confronti di una bambina a spasso con lo zio da parte di un attentatore, ripreso dal video trasmesso dalle telecamere a circuito chiuso, registrato poco prima dell’attacco. Si tratta di uno dei sette stragisti individuati dalla polizia. Tra gli attentatori sono stati individuati un imprenditore di un’industria del rame e un’intera famiglia con bambini al seguito.

L’agenzia di notizie del sedicente stato islamico (Is), Amaq, a tre giorni dall’attacco ha diffuso un video in cui compaiono otto uomini col volto coperto; in posizione centrale, l’unico che si presenta in volto è Zaharan Hashim: si tratta del “predicatore” che avrebbe pianificato l’attentato, la voce che ha rivendicato la paternità degli attacchi quale diretta risposta al massacro nelle moschee in Nuova Zelanda di un mese fa.

È certo che, pochi giorni fa, la polizia aveva ricevuto segnalazioni di rischio attentati. Il primo ministro, Ranil Wickremesinghe, lo ha ammesso, specificando che «le autorità non hanno prestato abbastanza attenzione». È datato all’11 aprile il fermo di uno degli attentatori per «sospetto terrorismo» a seguito di un blitz della polizia locale in una piantagione di cocco, dove erano stati rinvenuti oltre cento chili di esplosivo. Nella città di Negombo, ieri, sono state sepolte 110 vittime in una fossa comune donata dal municipio, tra le urla strazianti dei familiari e degli abitanti indignati per una strage che «si poteva evitare».

Lo stesso Wickremesinghe ha ammesso che altri stragisti potrebbero essere in circolazione pronti a farsi esplodere. L’allerta resta molto alta nella città di Colombo, che conta oltre un milione di abitanti, ma anche nei paesi limitrofi.

© Osservatore Romano - 24-25 aprile 2019

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