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A Trabzon nel ricordo di don Andrea Santoro. La fede è partenza

santoro andreada Trabzon Roberto Cetera

La fede è partenza. Era una delle frasi preferite di don Andrea Santoro, il “prete di Roma”, fidei donum in Turchia, ucciso a Trabzon (Trebisonda) il 5 febbraio di tredici anni fa. Su ispirazione di questa frase e nell’affetto mai sopito per don Andrea, anche quest’anno una piccola delegazione della diocesi di Roma ha voluto celebrare la sua memoria trascorrendo qualche giorno nella chiesa di Santa Maria, dove il prete martire ha trascorso i tre anni conclusivi della sua vita in Turchia. A guidarla Maria Maddalena Santoro, sorella di don Andrea, e il vescovo Paolo Lojudice.

Ad accoglierli invece don Massimiliano Palinuro, parroco di Trabzon («parrocchia sui generis: la chiesa più vicina alla mia dista 350 chilometri» spiega), giovane sacerdote  fidei donum dalla diocesi di Ariano Irpino - Lacedonia, che con grande coraggio e generosità ha voluto raccogliere l’eredità di don Andrea.
«Cosa faccio qui? Fondamentalmente — racconta — intrattengo rapporti fraterni con chi incontro sulla mia strada, senza chiedergli in cosa crede.  Cerco di aiutare e ospitare profughi e migranti. Perché rimango qui?  Perché se vado via di qui se ne va anche Gesù.  Io sono qui per tenere accesa quella lampada rossa vicino al tabernacolo». Sembra poco, è tantissimo.  Paternamente accanto a don Massimiliano è anche il vescovo gesuita Paolo Bizzeti, vicario apostolico di Anatolia, volato apposta da Iskenderun a Trabzon per accogliere gli ospiti della Chiesa di Roma e celebrare insieme la liturgia di memoria.
L’Associazione don Andrea Santoro insieme al vicariato di Roma cerca di organizzare ogni anno questa visita a Trabzon, per  mantenere viva la memoria del sacerdote e  la necessità del dialogo tra le culture e le religioni.  Solo qualche giorno fa, in concomitanza con l’anniversario, è stata pubblicata una nuova raccolta di lettere di don Andrea per le edizioni San Paolo, intitolata L’anima di un pastore.
«La Turchia — dice mons. Bizzeti — è un laboratorio unico di presenza cristiana da cui molto possiamo imparare anche in Occidente. La minuscola comunità cattolica di Turchia si cimenta ogni giorno  in una testimonianza concreta di rispetto, accoglienza e di pace.  Il numero dei cristiani  arrivati in Turchia  tra i profughi dalle vicine zone di guerra è oggi superiore a quello dei cristiani residenti».  Una lezione di presenza cristiana che il vescovo Paolo Lojudice   — che domenica 10 presiederà l’Eucarestia della piccola comunità — riassume così: «Essere a Trabzon in questi giorni significa, per me e  per la diocesi di Roma, porre un segno di grande responsabilità. Significa essere vicini a quei fratelli che vivono in situazione di minoranza, nel continuo rischio di emarginazione ed esclusione sociale e nel pericolo per la propria incolumità che nasce  dal professare una fede “minoritaria”; significa ripercorrere le orme del “martirio” non cercato ma mai escluso da don Andrea, che con la sua silenziosa testimonianza ci ricorda che seguire Cristo è un impegno serio e radicale; significa cercare di ravvivare nei cristiani che vivono a Roma una fede che deve lasciarci inquieti, che deve crescere e maturare sempre, senza mai fermarsi, addormentarsi o diventare insipida, rischio ormai ricorrente nel nostro occidente troppo abituato alla sua ormai fiacca cristianità...».

© Osservatore Romano - 10 febbraio 2019

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