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Le due forme di empietà

“Che dunque? Ci metteremo a peccare perché non siamo sotto la Legge, ma sotto la grazia? È assurdo! Non sapete che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale obbedite: sia del peccato che porta alla morte, sia dell’obbedienza che conduce alla giustizia?” (Rm. 6,15-16)
L’empietà ha sostenzialmente due forme. Quella propria di chi non crede, di chi non rivolge culto a Dio, ed è immediata e grossolana. Essa semplicemente, come ricorda l’apostolo è così strutturata nel variopinto caleidoscopio dell’anima pagana: “In realtà l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa." (Rm. 1, 18-32)

L’empietà dei credenti, invece è più sopraffina perché essa o si comporta come una maschera o come accidia. Nel primo caso essa si ammanta di una purezza cultuale o di facciata ma con le opere rinnega la facciata stessa ed è dunque sostanzialmente empia.
A poco serve celebrare una messa con l’altare rivolto ad Oriente se poi le nostre mani grondano di omicidio della Carità e non vivono l’urgenza mariana del “non hanno più vino”; di ogni tipo di “vino”.
A poco serve il salmodiare latino e gregoriano se la nostra lingua non è frenata nella mormorazione, nella detrazione, nella condanna. D’altronde a poco serve essere “papisti” se poi ci si perde nelle piccole battaglie, spesso radical-chic, e non si scorge l’urgenza dei “segni dei tempi”.
Ed ancora a poco serve se totalmente immersi nelle battaglie dei “segni dei tempi” perdiamo la Speranza, sia come dimensione Teologale che come dimensione orante e di totale resa e fiducia nelle Mani del Padre.
Nel secondo caso, similmente alla prima forma di empietà, ci si ammanta di quella ignobile furbizia in cui “Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà” (Lc. 12,47).
La volontà del Padrone, infatti, non è comando solo diretto ma legame di vero Amore.
E chi ama obbedisce speditamente perché è fuori di sé, pur essendo pienamente sé stesso. Questa è la Pietà. Chi dimentica questa natura di Amore, e la Pietà, disprezza la natura stessa del rapporto con Dio e la natura autentica della propria natura.
L’accidia, infatti comporta l’uccisione della vita naturale e della vita di grazia e, come un baratro senza fondo, ingoia tutto nutrendosi persino della propria disperazione.
Che è già castigo in sé stesso. “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc. 12,48)

Facciamo dunque spazio, nel nostro cuore, nella nostra mente e nelle nostre mani, al dono della Pietà.



 

L'umiltà è festa degli angeli


La castità e l'integrità, intellettiva e morale, mossa dal perfezionismo e dall’amore malato di sé è portone spalancato alla Superbia. Alla festa dei demoni. L’umiltà, invece, tutto vince, perché tutto reputa un dono immeritato di Cristo. Ed ama il posto che Cristo dona come il migliore possibile.

"Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima»." (Lc. 11,24-26)


 
Questo mese preghiamo per..
Evangelizzazione:  "Per i nostri fratelli che si sono allontanati dalla fede, perché, anche attraverso la nostra preghiera e la testimonianza evangelica, possano riscoprire la vicinanza del Signore misericordioso e la bellezza della vita cristiana.”
 
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.  Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». - Mt 5,43-48

 

Lo adorino tutti gli angeli di Dio

La sobria onnipotenza di Dio
Che meraviglia il nostro Dio!
 

Fac hoc, illud devita

Retta coscienza

"Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare."(Gv.21,7)

"In imo conscientiae legem homo detegit, quam ipse sibi non dat, sed cui obedire debet, et cuius vox, semper ad bonum amandum et faciendum ac malum vitandum eum advocans, ubi oportet auribus cordis sonat: fac hoc, illud devita." (Gaudium et Spes,16)

L'amore riconosce l'Amore e la "carne" lo segue con slancio.
Questo moto è il contrario della Lussuria, ed è il retto amore che precede e, nel contempo, segue una retta coscienza.
Perché cerca sempre, sempre, sempre di piacere a Dio e di dargli gioia.
Per questo, sovente, si pone in obbedienza e sottomissione, mortificando, come lo Spirito richiede nell'intimo e nelle situazioni, il suo uomo (o la donna) di carne e la sua vanità.
Qualunque vanità. 
Cosicchè rimanga Cristo, il Signore, e il suo abbraccio di Risorto, che tutto sostiene.

 

Il segno dei chiodi

Oh, Signore Risorto
che per l'eternità hai il segno dei chiodi
a perenne memoria d'amore..
fa che in essi veda
ciò che mi segna la carne e la vita
per vivere nella mia carne
come possibile
i tuoi misteri.
Oh, mio Dio!


 

Li amò totalmente sino al compimento

“.. li amò totalmente sino al compimento” (Gv. 13,1)
… εἰς τέλος ἠγάπησεν αὐτούς.
 

I desideri, nel Desiderio Desiderato

«Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi…»
(Lc. 22, 15)
 


Deponi
,(ἔκδυσαι), o Gerusalemme, la veste del lutto e dell'afflizione,
 

Continua ricerca dei beni eterni

O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni. (colletta del giorno)

Continua ricerca dei beni eterni.
Dove hai il tuo cuore?
Dove hai i tuoi pensieri?
Dove hai i tuoi passi?

Non potrai essere cittadino della terra se prima non sei cittadino del Cielo.
Non potrai valorizzare ogni bene della terra e nemmeno ogni affetto
se non metti nell'altro piatto della bilancia della tua vita, l'Eternità.
L'Eternità, il volto di Dio in Cristo.
Non sarai fecondo, ovunque, se non ti fai permeare radicalmente, con violenza evangelica,
con gioia e speranza, dalla sobria ebbrezza nello Spirito.

Sobria, perché non ti appartieni,
Ebbrezza, perché santo, separato.. sei cittadino del Cielo ed hai nostalgia della tua Casa,
nello Spirito, perché è Lui che ti conduce fuori, verso l'altro, oltre te stesso per scoprire te stesso.

Da quello che cerchi e ricerchi, si scoprirà a chi appartieni.


 

Che io non celi il Tuo Amore

"Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».

Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.

Non ho nascosto la tua giustizia dentro il mio cuore,
la tua verità e la tua salvezza ho proclamato.
Non ho celato il tuo amore
e la tua fedeltà alla grande assemblea." (Sl. 39)

Celare l'Amore è un rischio di tutti.
Due sono i modi per celarlo.
O la celiamo per viltà.
Oppure lo celiamo, per la viltà nascosta, che è parlarne troppo.

In entrambi i casi la viltà ha la meglio. La prima perché è palesemente espressa,
la seconda, più pericolosa, perché abilmente nascosta. Spesso anche a se stessi.

Quello che invece non cela l'amore è la santità di vita, umile, feriale, che restituisce  e riconosce il potere di Dio sulla storia, sulle cose, sul nostro corpo, sulla nostra mente e sul nostro cuore.
Ma questa santità è possibile come dono molto prima che come collaborazione alla grazia. E' consapevolezza e richiesta sull' "ecco io vengo" espresso dal Verbo.
Dall'azione di Dio, dalla Theourgia, prima che dalla liturgia.

Ecco che dunque ogni svelare l'amore, ogni missione, ogni evangelizzazione, ogni forma di apologia e di dialogo, ogni opera di carita fraterna, di solidarietà, di sussidiarietà e di autentica compassione è possibile dalla Sacra Liturgia e nella Sacra Liturgia ritorna.


 

Riconoscere Gesù venuto nella carne

"In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio:
ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne,
è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio." (Dalla prima lettera di Giovanni 1Gv 3,22-4,6)

Ogni volta che riconosciamo la Chiesa,
nonostante tutte le sue fragilità, facciamo un atto spirituale.
Compiamo un atto nello Spirito Santo.
 
Dalla prima Lettura della Festa della Dedicazione della Basilica Lateranense
Ez 47, 1-2.8-9.12

“… Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il fiume, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina”

L’acqua della grazia, il fluire dello Spirito Santo, dona la vita e fa fiorire il deserto. Dove c’era morte può nascere la vita.
E’ come un miracolo e talvolta lo è a tutti gli effetti.
Ma non produce un unico tipo di fiore e di frutto..
Ma molti tipi di fiore e di frutto, così come è concesso ai vari semi donati dalla Provvidenza.
Ma tutti insieme formano il giardino.
C’è chi vivrà il Regno come apostolo, chi come apologeta, chi come teologo, chi come studioso, chi come silenzioso servitore, chi con il calice della sofferenza, chi con l’impotenza, chi con il dono immenso della persecuzione, chi con il disprezzo di quelli della sua casa a causa di Cristo. Anche se è stato un peccatore, omicida e persino deicida e potrà diventerà fervido apostolo di Cristo Gesù.
Tutto è possibile a Dio in un cuore docile ed umile. Tutto.
Purché cessi ogni superbia ed ogni vanità e tutto venga fatto e compiuto per la Gloria di Dio, il bene dei fratelli e la bellezza.
Perché come è possibile il miracolo che il deserto diventi giardino e porti frutti di vita eterna, così è possibile che il giardino dica “io” invece di “Dio!” e che possa seccare e portare frutti velenosi, anche se apparentemente belli.
Si pieghi dunque il nostro cuore e siamo grati ed umili, non gelosi, non invidiosi, non ciarlieri e pettegoli, "prostrati adoriamo"…
mortificando di cuore quella parte che appartiene alla “carne” e che rischia di avvelenare anche le cose belle e buone del Regno.

 

Orandum est ut sit mens sana in corpore sano

«Orandum est ut sit mens sana in corpore sano» (Sat., x, 356) - Giovenale

Quindi nel depauperare la frase dell'Orandum est.. si ottiene il contrario di quello che voleva dire Giovenale ottenendo la deformazione che è alla base del narcisismo "somatolatra" - per dirla alla Romano Amerio - così diffuso nei giorni nostri. Attenzione dunque al salutismo e al culto del corpo che si configurano come una delle tante moderne idolatrie.
 
Ammonizioni di Francesco di Assisi - FF 146-151
Disse il Signore a Adamo: " Mangia pure i frutti di qualunque albero, ma dell'albero della scienza del bene e del male non ne mangiare". Adamo poteva dunque mangiare i frutti di qualunque albero del Paradiso; egli, finché non contravvenne all'obbedienza non peccò.
Mangia, infatti dell'albero della scienza del bene colui che si appropria la sua volontà e si esalta per i beni che il Signore dice e opera in lui; e così, per suggestione del diavolo e per la trasgressione del comando, è diventato per lui il frutto della scienza del male. Bisogna perciò che ne sopporti la pena.
L'obbedienza perfetta. 148 Dice il Signore nel Vangelo: " chi non avrà rinunciato a tutto ciò che possiede non può essere mio discepolo", e " Chi vorrà salvare la sua anima, la perderà". Abbandona tutto quello che possiede e perde il suo corpo colui che sottomette totalmente se stesso all'obbedienza nelle mani del suo superiore. E qualunque cosa fa o dice che egli sa non essere contro la volontà di lui, purché sia bene quello che fa, è vera obbedienza.
E se qualche volta il suddito vede cose migliori e più utili alla sua anima di quelle che gli ordina il superiore, volentieri sacrifichi a Dio le sue e cerchi invece di adempiere con l'opera quelle del superiore. Infatti questa è l'obbedienza caritativa, perché compiace a Dio ed al prossimo.
Se poi il superiore comanda al suddito qualcosa contro la sua coscienza, pur non obbedendogli, tuttavia non lo abbandoni. E se per questo dovrà sostenere persecuzione da parte di alcuni, li ami di più per amore di Dio. Infatti, chi sostiene la persecuzione piuttosto che volersi separare dai suoi fratelli, rimane veramente nella perfetta obbedienza, poiché sacrifica la sua anima per i suoi fratelli.
Vi sono infatti molti religiosi che, col pretesto di vedere cose migliori di quelle che ordinano i loro superiori, guardano indietro e ritornano al vomito della propria volontà. Questi sono degli omicidi e sono causa di perdizione per molte anime con i loro cattivi esempi.

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Quello che si intende per coscienza in Francesco non è certo quello che intenderemmo noi.
Basti che un superiore, il parroco, il vescovo ci chiedano qualcosina che vediamo ledere un nostro diritto che subito ci ribelliamo. Anche nei confronti del Santo Padre usiamo la stessa metodica. Ci fermiamo solo all’ex-cathedra giusto per non essere – palesemente ed ipocritamente – eretici.
I social network e la stampa, anche cattolica, sono pieni di esempi di “carnalità” dell’io.
Ciascuno di noi vigili per non cadere.
Per Francesco, invece, le questioni di coscienza riguardano solo il Santo Vangelo rettamente interpretato dalla Chiesa.
Quando infatti comparve davanti al Santo Padre che lo invitò a pascolare i porci non disse: “Queste cose non ti competono”, “non me lo stai chiedendo ex-cathedra”, “non sai che questo contraddice la legge suprema della salvezza delle anime di coloro che mi seguono”, ecc
Ma ci andò.
Questa obbedienza salvò la Chiesa. Al Papa apparve in sogno Francesco che reggeva il Laterano e dunque capì il ruolo dell’uomo che più si avvicino al Suo Maestro e Signore.
L’obbedienza spesso non è la via più comoda ma certamente è la via umana e perfetta che zittisce il nostro io malato e lo addomestica alla luce di Cristo. Purché sia autentica, cosciente, virile e sappia offrire sull’altare il male del nostro io egoista e superbo, come un vero e autentico martirio.
 
Dalla prima lettura del giorno: Es 33,7-11; 34,5-9.28

"Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiar pane e senza bere acqua. Egli scrisse sulle tavole le parole dell’alleanza, le dieci parole."

L'inizio del dono della legge è segnato dalla preghiera e dal digiuno. Questo ci ricorda che prima di ogni nostra azione, di ogni nostra parola, annuncio, attività pastorale
è necessaria l'orazione e il digiuno, l'umiltà e la retta coscienza di sé, ed in ultimo l'ascolto.
L'orazione ci ricorda che Dio è fonte di ogni opera buona e di ogni bellezza. E' Lui che crea e ricrea la storia. Quella personale e quella macroscopica degli uomini. E ci vuole sempre qualcuno che prega a nome di tutti e per tutti affinché ciò avvenga.
Il digiuno ci ricorda che Dio è il bisogno primario e che tutto il resto viene dato "in sovrappiù" da colui che provvede agli "uccelli del cielo e ai gigli del campo".
L'umiltà ci ricorda che Dio è Dio e che noi siamo creature, sempre bisognose della sua provvidenza amorosa, fatta di Misericordia e di disciplina nello Spirito Santo.
La retta coscienza di sé ci ricorda che la Provvidenza di Dio consente che in ogni istante siamo da Lui creati ed amati. Ci ricorda che la vera e prima povertà non è quella dei mezzi ma quella di un cuore umile che riconosce di essere un dono. Povertà implica restituzione, servizio, donazione, solidarietà, sussidiarietà. Sia dei beni fondamentali, che sono quelli spirituali, sia di quelli materiali.
L'ascolto ci rende docili all'azione dello Spirito Santo, ad ogni suo sussurro, ad ogni sua mozione, ad ogni sua sollecitazione. Ci rende obbedienti a Dio e alla Chiesa, calpestando il veleno della superbia e della vanità. Del vaniloquio e dell'ira. Del parlare inutile e della verbosità.
 

La giustizia di Dio è sovrabbondante.

La giustizia di Dio è sovrabbondante.
Dalla prima lettura del giorno Gn 22,1-19
«Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

A furia di ripetere il ritornello della “Misericordia” rischiamo di dimenticarci che essa non è, per la Bibbia, il contrario della giustizia ma proprio il rivelarsi della sovrabbondante giustizia di Dio.
Nel concetto di bello e di armonioso, di buono e di meraviglioso, in ebraico “Tov” è incluso anche il concetto di giustizia. Questo termine ebraico è infatti qualitativo ed inclusivo. Contiene in sé il significato di "completezza".
La Giustizia, per la Bibbia, non è legata solo ad un ordine di rapporti umani, ma all'ordine cosmologico, armonioso e bello dato dal Creatore.
La giustizia non è mai elusa dal rapporto Dio-uomo, uomo-Dio. Solo che essa assume dei connotati diversi. Da una parte abbiamo l’uomo che è chiamato a fare tutto quanto è in suo potere in termini di volontà, dedizione, tempo, energie, affetto, priorità. Dall’altra vi è Dio che non attende altro che l’uomo dica – nei fatti e nella verità e con piena libertà – il suo si! Per riversare in Lui un oceano sconfinato di bene e di amore. “Dio che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te” diceva Agostino [Sant'Agostino, Sermo CLXIX, 13]. Ed è così. Egli ti vuole adulto e responsabile davanti alla tua vita perché Egli – Vita della vita – ti doni se stesso, la Vita Vera.
Ed ecco il perché del Padre benedicente davanti al figlio che torna a casa in parte pentito ed in parte per interesse e buon senso; ecco il perché del “Tu oggi sarai con me in Paradiso” promesso al “Buon ladrone”. Ecco il “Va e non peccare più” davanti alla donna umiliata e ferita da se stessa, dal suo peccato e dai fratelli.
La Misericordia non è mai elusa da una interna giustizia ma attende il suo compiersi poiché tu dia il tuo tutto, il tuo sì, la tua volontà ferma e decisa, la tua definitiva resa.
E proprio qui la misericordia ti previene e ti dona il grido che possa vincere ogni paralisi del cuore.
Non temere dunque di gridare, non temere dunque di dire sì!
Più il tuo cuore dirà sì, - soprattutto quando umanamente impegnativo e talvolta impossibile - più si allargherà e potrà cogliere l’infinito oceano che ti attende, "in una misura pigiata, scossa e traboccante"…
 
Ci sono alcune malattie del cuore che sono insanabili.
Solo la grazia può guarirle. Solo il cuore di Cristo può guarire le malattie e le ferite del cuore.
E' un mistero eppure è così.
Solo il cuore di Cristo Gesù ha le proprietà, il "tessuto", la potenza, di sanare un cuore ferito o malato e renderlo vivo.
Solo il cuore di Cristo può trasformare un cuore indurito in un cuore di "carne"; vivo, pulsante, capace finalmente di amare.
La solennità di oggi è la festa che ci aiuta a contemplare, capire e a tuffarci in quel mistero di Amore inesauribile che sgorga dalla passione, la volontà, il desiderio dell'uomo-Dio Gesù.
 

Angolo dell'orazione giugno 2013

Questo mese preghiamo per..

Generale:  "Perché prevalga fra i popoli una cultura di dialogo, di ascolto e di rispetto reciproco.”

Missionaria: “Perché là dove è più forte l'influsso della secolarizzazione, le comunità cristiane sappiano promuovere efficacemente una nuova evangelizzazione.”

Dei Vescovi: “Perché le nuove generazioni, educate a un uso corretto della libertà, sappiano compiere scelte responsabili e stabilire relazioni costruttive con tutti.”

Del Sito:  "Perché l'Eucarestia ricordi a ciascuno che la "liturgia" non è tanto azione dell'uomo quanto dono e mistero di Dio da accogliere come appello e fondamento del proprio cammino cristiano".





 

La morte è sorella

Dalla LETTURA BREVE delle lodi 2 Cor 12, 9b-10

"Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte."

Chiamare la morte "sorella" significa comprendere che essa è un dono.
Un dono che dischiude il dono immenso della vita verso il suo luogo eterno.
Chiamare la morte sorella riscatta dalla "seconda morte", epilogo di una vita passata nel delirio e nell'idolatria di sé.
Significa comprendere che ogni morte "quotidiana" è preziosa per arrivare a questa proclamazione di fede: la morte è sorella, compagna e amica che ci traghetta verso l'abbraccio del Padre.
Non è dunque l'assenza di dolore e di fatica che dona peso e sostanza alla vita ma proprio l'esperienza del limite e della morte perché richiamano il tuo cuore, spesso distratto, alla realtà vera che sei una creatura, sommamente amata, pensata e desiderata dal Dio della Vita.
Egli che è tutto il bene, ogni bene, il sommo bene.
 

Lo condurrò...

Dalla prima lettura del giorno Sir. Sir 4,12-22

"... Dapprima lo condurrà per vie tortuose,
lo scruterà attentamente,
gli incuterà timore e paura,
lo tormenterà con la sua disciplina,
finché possa fidarsi di lui e lo abbia provato con i suoi decreti;
ma poi lo ricondurrà su una via diritta e lo allieterà,
gli manifesterà i propri segreti
e lo arricchirà di scienza e di retta conoscenza."

Non fidarti di quelle guide che ti accarezzano e ti deformano la vista dell'Altissimo proponendo un Dio ad immagine e misura del sollievo del senso di colpa e del lenimento della fatica e della lotta.
Non fidarti di chi sull'altare del politicamente corretto e del buonismo sacrifica la bontà e la verità.
Non fidarti di quelle guide che ti vogliono per sé e non per Lui e per la Sua Chiesa.
Se Egli ti ama ti proverà, perché Egli si è provato senza misura per te; perché Egli ti ama e ti ha amato senza misura, senza confini, senza risparmio, senza allontanare mai lo sguardo verso la bellezza a cui sei destinato.
 
Dalla lettura breve del giorno: At 2, 22-24

"Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere."

Per quale motivo non era possibile che Cristo fosse tenuto in potere dalle angosce della morte?
Il termine angosce è una traduzione dal greco Odinas, che significa angoscia, travaglio, dolore indicibile, smarrimento totale, perdita del "sé". Legato alla "morte" non significa altro che lo stato che noi chiamiamo inferno.
Un travaglio ed un angoscia mortale che ricordano le parole di Maria al piccolo Gesù: "Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo".
Come a dire, "perché Gesù ci hai fatto questo senza di te è l'inferno."
Ma tornando a noi, l'angoscia dell'inferno non può trattenere il Cristo. Perché?
Perché Egli è la gioia, la luce calda della gioia che illumina ogni tenebra.
Dice infatti il salmo "nemmeno le tenebre per te sono oscure,
e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce." (Sl. 139,12)
La gioia è dunque la cifra della Bellezza che è Cristo. E' Lui quel meravigliosamente buono (tov tov in ebraico) su cui è ritmata la creazione e la creazione dell'umanità.
Una gioia che non è sguiatezza ma stupore.
Non è prepotente ma sobria.
Non muove a facili entusiasmi ma muove a ritmica conversione.
Attrae verso l'amato lo sguardo dell'essere e ci conforma sempre più a Lui, il più bello tra i figli dell'uomo.
La gioia non è un fuoco di paglia ma un fuoco inestingubile;
non è una solleticazione emotiva ed una lussuria del cuore,
ma una traboccante pienezza dell'anima.
La gioia non urla, se non proprio quando deve,
ma piuttosto ama stare in ginocchio, tesa, in ascolto.
Tutta attende e nulla trattiene.
Sente il gorgoglio dello Spirito che dice "Vieni al Padre" e risponde in pieno abbandono e resa - culmine dell'obbedienza - "Abbà, abbà!".

Questa gioia forgia i santi, smussa le montagne e riempie le valli,
cambia i passi dell'uomo e crea ovunque il Regno di Dio, Storia nella storia,
perché non contempla l'opera delle proprie mani ma la Bellezza che esce dal Risorto.
Qui la vita nuova e l'eterna bellezza irrompe nella storia dissipando le tenebre della confusione e dell'eresia, dell'angoscia e del travaglio.
La gioia della Pasqua è il peso dell'esistenza.
Qui misura il tuo cuore, la tua mente, il tuo volto e la tua carne.
La gioia della Pasqua è il peso dell'esistenza.

 
Dalla lettura breve delle lodi:

At 3, 13-15:
    
    Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita. Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni.

Quando ascoltiamo questa affermazione potente di Pietro "avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita" pensiamo che appartenga ad altri. A persone del passato, del contesto storico in cui Gesù fu rinnegato, torturato e messo a morte.
Invece sono parole attualissime. Sono per oggi, ora. Sono per me. Sono io che l'ho messo a morte con le mie scelte e i miei comportamenti delittuosi, ideologici e senza fiducia e speranza in Lui.
Tutte le volte che, quotidianamente, non ascoltiamo la voce della Grazia e seguiamo le passioni e le mode delle ideologie noi mettiamo a morte Gesù.
Tutte le volte che calpestiamo la "grammatica" che Dio ha messo nella natura uscita dalle Sue mani, che rinneghiamo la vita, che neghiamo l'immagine simbolica della famiglia naturale che Lui ha voluto come segno e simbolo del modo con cui Lui ci ama, ebbene, noi calpestiamo l'autore della vita.
Tutte le volte che diciamo: "faccio a meno di Te" e decido io per me perché so cosa è bene e ciò che è male. Anche in tal caso uccidiamo l'autore della vita.
Tutte le volte che lo lasciamo ai margini del nostro quotidiano e la Sua Presenza non da "forma e sostanza" ai nostri passi, noi calpestiamo e rinneghiamo l'autore della vita.
Infine, tutte le volte che consapevoli di aver fatto tutto ciò neghiamo che Egli, il Risorto possa ri-farci nuovi.. anche in tal caso rinneghiamo l'autore della vita.
Perché Egli realmente vuole per Te la vita, dona a Te la vita, ricostruisce per te la tua vita.
Egli fa fiorire il deserto e la sua specialità è un cuore amante.
Purché tu accolga la suprema sapienza. Quella della Resa.
 

Il vero digiuno

Dalla lettura del giorno delle lodi: Is 58, 4-6

Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l'uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
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E quali sono le catene inique se non le nostre piccole e feriali abitudini con il peccato?
Le nostre dipendenze affettive con le cose e persino con gli affetti legittimi?
Le nostre inerzie vocazionali, imprigionati in un perenne "vitellonaggio" spirituale.. senza ampi orizzonti, senza slancio del cuore, rinchiusi nei piccoli problemi personali, nelle nostre piccole "parrocchiette", nelle nostre piccole comunità?
E quali sono i legami del giogo se non le "coniugalità" inique con le nostre ideologie, con il chiacchiericcio interiore? Invece di essere e riscoprire la coniugalità in Cristo?
Non siamo forse noi oppressi e oppressori che ci leghiamo e tendiamo a legare più che a sciogliere in Cristo? Schiavi tendiamo a rendere schiavi chi ci sta intorno. Non rimandiamo noi stessi a Lui a colui che è stato trafitto e che abbiamo trafitto. A colui a cui fissare perennemente lo sguardo. Egli che è autore e perfezionatore delle fede.
 

Entrare nel Riposo di Dio

Dalla prima lettura del girono Eb. Eb 4,1-5.11 
“Fratelli, dovremmo avere il timore che, mentre rimane ancora in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso.”

L’Inferno, di cui purtroppo per motivi di politicamente corretto si parla poco, non è tanto un luogo in sé quanto piuttosto uno stato nella scelta disobbediente di “non entrare nel Riposo di Dio”. 
La categoria del Timore è stata confusa con quella del terrore e pertanto si è perso quello stato costante e continuo di vigilanza sulla nostra povertà e sulla nostra natura ribelle che porta sovente alla disobbedienza. Però mentre il terrore paralizza e obbliga – per difesa psichica – al fiorire del politicamente corretto, il Timore al contrario fa vedere la realtà creaturale personale per quale essa è: bisognosa dell’Amore provvidente del Padre. Anche la paura, in certo qual modo si distingue dal terrore, perché la paura rende vigili, attenti, fa fare tesoro dell’esperienza. E se uno si è scottato non si avventurerà più per sentieri che possano danneggiarlo. Anzi chiederà al Padre la forza e la sapienza per non incorrere più in simili bugie. Non tutto fa bene, non tutto edifica, non tutto nutre, non tutto fa crescere. Ritenersi più forti di quello che si è significa mancare di temperanza e contristare lo Spirito che è in noi. Chi sta in piedi, dunque veda di non cadere e non fugga da se stesso.
Il Suo riposo, il riposo di Dio, però non è una condizione passiva ma sottintende lotta e fatica. E’ luogo finale che “pesa” ogni nostro passo e che merita ogni nostra fatica. Pertanto non entrerà nel riposo di Dio non solo chi si rifugia nel politicamente corretto ma anche coloro che non avranno lottato con le unghie e con i denti per ottenere il dono di grazia che porta al Cielo. L’accidia e anche l’accidia vocazionale è preambolo all’Inferno tanto quanto la superbia.
Non solo. Qui l’autore della lettera agli Ebrei ricorda che occorre preoccuparsi anche per i fratelli, perché anche loro non cadano nella prova e non entrino nel riposo di Dio. Avere coscienza dell’Inferno è sapienza personale ed ecclesiale. Siamo responsabili dei nostri fratelli. Accoglienza sempre e comunque ma per il cammino verso il Suo riposo, verso la trascendenza e nella rinuncia e il taglio netto delle opere della carne.
“Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio.” Gal. 5, 19-21)
Ereditare il Regno di Dio significa entrare nel Suo riposo.. e non da soli.
 
Dal Vangelo del giorno: Mt 11,28-30
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»

Il "giogo" di Cristo non ci toglie la stanchezza e l'oppressione ma colma ogni cosa di uno sguardo, del Suo Sguardo. 
Diventando coniugi di Cristo (cum iugus), prendendo il "suo Giogo", portando i suoi stessi desideri, i suoi orizzonti, le Sue capacità donative, impariamo ad usare il dolore, la stanchezza e l'oppressione come un trampolino per amare meglio e di più. 
Guai a coccolare il peso del dolore; anche di questo se ne può fare un idolo. 
Cioè un fardello ego-latrico che ci impedisce di cogliere gli orizzonti della Grazia e della Donatività a cui siamo chiamati e portati. La contemplazione del dolore non ci rende "compiuti".
Questo è infatti il ristoro: comprendere che il tuo "peso" è una lacrima che lava il mondo verso il suo vero destino eterno.
Purché non contempli se stessa ma l'orizzonte infinito della Carità.
 
Dal Salmo responsoriale della S. Messa del giorno: Sl. 26

"Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario."

Questa è stata sicuramente la preghiera dei nostri santi ed in primis della Vergine Maria.
Come infatti ricordava un autore moderno, non è tanto grande che Maria Immacolata sia ascesa al Cielo, quanto che essa sia rimasta sulla terra tutto quel tempo.
Tanto era traboccante in Lei il desiderio del Cielo.
Lei che aveva accolto l'incontenibile, per sola Grazia dello Spirito, era talmente ricolma del desiderio di Dio da rendere pienamente umano secondo il disegno di Dio tutto ciò che faceva su questa terra, attirandolo verso il Cielo.
Questa è vera mistica, la quale non è mai disgiunta dal quotidiano camminare sulla terra, purché esso sia trasfigurato, proiettato verso il Cielo.
Dietro tante polemiche ecclesiali e dietro tante cattive pastorali c'è l'equivoco pericoloso e maligno che occorre solo un movimento verso il basso.. rimanendo impantanati.
E' invece il desiderio autentico del Cielo, accolto, curato e coltivato senza distrazioni, che ti porta verso la terra per trasfigurala e trascenderla. 
Questo duplice movimento si chiama Incarnazione. 
E qui c'è il culmine e la sapienza che regge l'universo.
Verbum caro factum est.
Su questo si fonda, inoltre, la dottrina sociale della Chiesa ed ogni autentica azione politica. Questo perché l'uomo sia reso più uomo e ricordi sempre la dignità che lo costituisce e l'eredità che lo aspetta.
 

Quanti pani avete?

Dal Vangelo del giorno: Mt 15,29-37

"Gesù domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini». Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene."

Sette pani. 
Sette, per quanto poco, sopratutto per le grandi necessità della folla, è comunque un numero compiuto.
Cos'è dunque che rende compiuto e pronto per la moltiplicazione della grazia il tuo "poco o nulla"?
E' la gratuità, la consegna, la non appropriazione, l'umiltà e la gioia. Riconoscere che tutto ciò che hai in beni, doni, carismi, competenze e capacità.. è comunque un suo dono provvidente, nell'economia della carità che deve sempre circolare.
Non fermarla dunque e consegna, ora, con libertà di cuore e senza fare calcoli, che non siano quelli dello Spirito, i tuoi "sette pani".
Se li doni ne avanzeranno "sette sporte piene", se li conservi per te ammuffiranno... e tu con loro.
"Il Signore ama chi dona con gioia" (2 Cor 9,7), perché chi dona con l'intraprendenza e il coraggio della gioia è vero figlio del Padre e vero discepolo di Cristo.
 
Dalla colletta del giorno:

".. la venuta del Cristo tuo Figlio
ci liberi dal male antico che è in noi ".

Fonte di Sapienza e di Saggezza è riconoscere che dentro di te c'è un "male antico". Una ferita che è madre di tutte le ferite che procuri a te stesso e agli altri.
Riconoscere che per quanto tu ti dia da fare non ti puoi salvare con le tue forze ma necessiti di essere salvato, ogni giorno, ogni momento.
C'è infatti una sorta di stordimento "buonista" che è nemico della fede, delle comunità e del tuo progresso spirituale; uno stordimento che "nega" e fugge questa autocoscienza.
Una sorta di disonestà profonda verso il tuo cuore. Una stratificazione cosciente e sedimentata fatta di tutta una serie di cose che ti distraggono dalla verità del tuo cuore.
Qui nel tuo cuore e verso il tuo cuore e verso la realtà della tua persona, si compie la prima truffa.

Si passa da distrazioni semplici come a quelle più costruite e pertanto giustificanti. Da quelle futili a quelle buone e pertanto più difficili da sradicare in un cammino di autenticità.. Si passa dalle cose da fare, dagli hobby, dagli impegni (magari caritatevoli) per finire allo studio, alla cultura e alla lettura in cui, di fatto, ti costruisci il tuo vitello d'oro con la scusa di avere una "coscienza critica". Ma di fatto stai fuggendo.

Compi opere buone, sei impegnato nella comunità e magari anche stimata o stimato, ma di fatto sei metro e misura a te stesso. Ti costruisci (da buona fuggitiva e da buon fuggitivo) una morale fai-da-te, una teologia fai-da-te, e non riconosci l'unica vera dignità: il bisogno radicale di essere salvato da Cristo e dalla Chiesa.
Questo è invece il viaggio che ti attende e che comincia ora,
con il tuo si,
con il tuo passo,
con onestà,
con la tua resa.
 
Dalla prima lettura del giorno: Ap 14,1-3.4-5

"Essi sono coloro che seguono l’Agnello dovunque vada."

Affermare, come talvolta si fa, che Gesù è o deve essere il centro della nostra vita, non è totalmente esatto.
Perché dietro questa affermazione di luogo siamo noi che decidiamo dove Egli deve stare.
Ma con Gesù non è cosi?
Cristo è come un bimbo piccolo che ama "giocare" ovunque nel tuo cuore e nella tua vita. Non sei tu che lo devi addomesticare ma piuttosto il tuo cuore che va educato. A differenza di un bimbo che gioca e si muove per l'affermarsi di sé, Gesù invece lo fa perché tu sia pienamente te stesso.
Gesù dunque non ha il centro della nostra vita ma tutto, senza riserve. Siamo noi che siamo chiamati a seguirlo ovunque Egli vada.
Può essere che Egli cammini per la strada dell'insuccesso o quella della gioia. Della sconfitta o della riuscita. Dell'attività o della infermità per malattia.
Il cristiano, il discepolo di Gesù, proclamandolo Signore, fa una scelta ben precisa: si abbandona senza riserve. Anzi combatte ogni giorno ogni riserva che gli impedisce di seguire il Signore e maestro ovunque Egli vada.
Se ben si guarda questa è una scelta coniugale, infatti come nel matrimonio si pronuncia (si auspica) per libera scelta:
"Prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.", così è nella sequela Christi, con l'Agnello immolato, assumendo sempre più il dono e la virtù fondante dell'arte di un perfetto abbandono. Senza riserve.
Da questa parte, guida l'Agnello e tu rispondi: Amen!
Da questa altra parte, guida l'Agnello e tu rispondi ancora: Amen!
 

Dolcezza e amarezza della Parola

Dalla prima lettura del giorno: Ap 10,8-11

Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele».

Perché l'amarezza segue la dolcezza nel "frequentare" la Parola?
Il libro dell'Apocalisse, libro di Rivelazione, ha significati multi comprensivi.

Anzitutto un significato pedagogico per il profeta. Egli stesso sperimenterà la dolcezza e l'attrattiva della Parola, ma man mano che essa scenderà nel profondo farà luce su ciò che è malato, su ciò che necessita guarigione e su ciò che va tagliato.

In secondo luogo ha un significato di compassione con i desideri di Dio. Dio stesso freme di "amarezza nelle viscere" per la condotta dell'uomo, per le sue scelte, per le sue fughe e per i suoi idoli.
Il profeta dunque com-patisce con Dio, "sente" con Dio per poterlo annunciare in maniera efficace. Viene detto infatti: «Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re».

In ultimo ha un significato di purificazione verso i destinatari. Tanto quanto il profeta ha sperimentato vittoriosamente l'amarezza su di sé, tanto sarà capace di amministrare la parola del crogiolo purificatrice con franchezza ed immediatezza, senza addolcirla con quel "mielismo" tipico delle ideologie buoniste dell'uomo che non cercano la conversione ma la cristallizzazione dei propri vizi ed i propri furti.
 

santa Cecilia, vergine e martire, donna di lode

Dalla Colletta della S. Messa del giorno - S. Cecilia Martire -

Ascolta, Signore, la nostra preghiera
e per intercessione di santa Cecilia, vergine e martire,
rendici degni di cantare le tue lodi.

Cos'è che ci rende "degni" di cantare le Lodi a Dio?
E' l'Agnello immolato, come ricorda l'Apocalisse nella prima lettura: "Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue,
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione,
e hai fatto di loro, per il nostro Dio,
un regno e sacerdoti,
e regneranno sopra la terra".
Da questo momento la lode è ministero sacerdotale, per tutti, anche se in differente ordine e grado.
Da questo momento, dal mistero del Triduo Pasquale, sgorga il "Canto nuovo", la lode nuova, in cui lodiamo Dio Padre con la Parola di Dio, nella Parola di Dio, per la Parola di Dio.
Infatti quale lode può scaturire dal cuore e dalle labbra se non vivi nella tua carne, per quanto possibile, i misteri del Cristo?
Se non piangi con Lui su Gerusalemme, non per giudizio ma per appartenenza profonda?
Come puoi lodare se non scendi con Lui agli inferi del tuo cuore per risalire in alto alla vita?
Come puoi lodarLo se non partecipi della gioia del Risorto e della Vita Nuova nello Spirito?
Come puoi lodarlo se non pronunci con decisione di Amore il tuo Amen!?
Sangue chiama sangue, Vita chiama vita, Gioia chiama gioia.
Qui nasce un autentico Spirito di Lode
 

alla tua luce vediamo la luce

Dal Salmo del giorno: Sl. 35

"alla tua luce vediamo la luce"

Senza questa luce depositata nel cuore dell'uomo che grida a Dio, risvegliata e alimentata dalla grazia, l'uomo è cieco.
Cieco totalmente o parzialmente.
Totalmente quando non riconosce Dio nel bambino di Betlemme o nel Cristo sconfitto e trafitto come un malfattore sulla Croce; parzialmente quando "riconosce" Cristo ma non la Sua Chiesa e la successione apostolica.

Apparentemente, meno frequente la prima cecità, assai più frequente la seconda con una miriade di sfumature.
Da quella liberale a quella progressista a quella anticlericale.
Da quella di una teologia della liberazione a quella del dissenso sterile. Dal fai-da-te a presunte rivelazioni private ricevute in esclusiva.

Questo perché la Luce di Dio non solo fa vedere ma scalda, cioè rafforza la volontà indebolita e l'affettività dissipata; guarisce, sana; suscita la nostalgia della nostra vera casa.
Alla luce di questa Luce,
la ragione ragiona,
la volontà si rafforza,
le ferite si rimarginano,
l'uomo diventa uomo e a donna diventa donna.

Per tal motivo la Luce di Cristo, dove è permeata ha portato cultura, civiltà, benessere sociale. Perché la Luce di Dio è carità e grazia e non se ne conosce i confini.
 

Abbi di nuovo la vista

Dal Vangelo del giorno: Lc 18,35-43

"Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio."

Il problema grosso di noi, che pensiamo di vedere, non è solo la cecità ma la mancanza di lode e l'impermeabilità.
Sciogliamo invece il nostro cuore alla Luce quotidiana e costante che l'Altissimo Padre ci amministra senza riserve e anche noi, senza riserve, volgiamo il nostro cuore alla lode ed al ringraziamento. Sia che piove, sia che splenda il sole.
Un cuore salvato, infatti, non è curvo su se stesso ma ritmato dalla lode.
 

Il Vescovo secondo il Vangelo

Dalla prima lettura del giorno: Tt 1,1-9

"Il vescovo infatti, come amministratore di Dio, deve essere irreprensibile: non arrogante, non collerico, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagni disonesti, ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, santo, padrone di sé, fedele alla Parola, degna di fede, che gli è stata insegnata, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori."

Preghiamo e digiuniamo perché così sia.

Se è vero infatti che siamo stati donati ai nostri pastori è altrettanto vero che i nostri pastori sono stati donati a noi per essere custoditi dalla diakonia del discepolato e dell'orazione.
Molti desiderano pastori e guide, ma pochissimi vivono la "porta stretta" della diakonia del discepolato e dell'orazione.
 

Fate tutto senza mormorare e senza esitare

Dalla prima lettura della S. Messa del giorno: Fil 2,12-18

"Fate tutto senza mormorare e senza esitare".

Ogni "mormorazione" e "detrazione" (per dirla con Francesco di Assisi) che compiamo verso i nostri fratelli e che è un morbo che avvelena le nostre comunità, oltre che noi stessi, prende spunto dalla "mormorazione" e "detrazione" che facciamo verso Dio.
Per tal motivo l'apostolo ci esorta a fare ogni cosa senza mormorare e senza esitare.

Qualunque prova della vita, anche durissima, tanto più se autentica e non "auto-creata", comporta una reazione, talvolta legittima.. eppure i santi e i profeti prima di loro ci insegnano che esiste una reazione, persino una rabbia nei confronti di Dio che è presente come domanda, come richiesta ma il fondo del cuore appartiene a Dio, è obbediente, non mormora, accetta, accoglie anche se non capisce; anche se sperimenta lo scuotimento delle fondamenta.
Così Giobbe, il quale, in tutta la sua vicenda pur lamentandosi con il Signore per le sue prove in realtà non smuove di un millimetro il suo abbandono.
Gli amici che lo circondano sono "catechistici" e ribadiscono la buona dottrina ma anche il limite della ragione: se subisci prove hai compiuto qualche cosa di male.
Eppure Dio li riprende, anche duramente, e ricorda loro che "non hanno detto cose sagge come il suo servo Giobbe".
Perché questo?
Perché Giobbe in cuor suo non ha permesso alla "mormorazione" e alla "detrazione" di smuovere la fiducia in Dio. Come se, pur lamentandosi, chiedendo e scalpitando, persino quasi "bestemmiando", il suo cuore però fosse fisso in Lui. Senza indietreggiare, senza esitare. Senza togliere (detrarre) in alcun modo la gloria di Dio. La lode e l'ossequio, il rispetto e il timore.
Per tal motivo, appena Dio si fa sentire con la sua brezza leggera, Giobbe si scioglie come un bambino davanti all'immensità e riconosce che Dio ha ragioni più grandi e migliori della nostra piccola testa e della nostra piccola esperienza. Riconosce che Dio è Dio, ed è meraviglioso per se stesso e per il suo essere "oltre".
Per questo suo rimanere fisso in Dio, nonostante tutto, Giobbe è un uomo di Dio, che non mormora e non esita.
E questo è si un dono ma anche una quotidiana ginnastica del cuore per giungere al perfetto abbandono per cui siamo stati creati.
Abbandono che è la lode più grande e tutto quello che noi, solo noi, possiamo unicamente dare a Dio: la nostra resa.
 
Dalla prima lettura del giorno:

"Fratelli,
abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù".

Per Paolo questi sentimenti sono il pensiero di Gesù.
I suoi desideri, i suoi sogni, il suo modo di vedere le cose, le sue scelte, i suoi passi. Non è forse questo il programma per eccellezza di chi è Cristiano?
Essere talmente unito a Lui da essere, come Chiesa, una sua presenza nella storia.
Ma come conoscere il "pensiero" di Cristo se non frequentando e ascoltando assiduamente la Chiesa che te lo trasmette come custode e maestra?
 
Dalle lodi del giorno, Sl. 83 "Desiderio del Tempio del Signore"

"Beato chi trova in te la sua forza *
e decide nel suo cuore il santo viaggio."

Si, Signore, ho deciso, da ora (non dopo o domani) mi fido di Te e della tua guida.
Iniziare un cammno di Direzione Spirituale significa far propria anzitutto questa Parola, trovare in Dio la forza e decidersi per il Santo viaggio.
Da questo desiderio, Dio fa fiorire un incontro di Direzione Spirituale personale e comunitario - entrambi necessari - affinché il discepolo possa crescere nella lode e nella fatica dell'abbandono.
Affinché il discepolo possa andare la dove non pensava ma dove la fantasia di Dio lo attendeva per consegnargli la perla nascosta della pienezza e della gioia.
 

La Santità è nostalgia della nostra vera casa

L'inattaccabile gioia dell'Eternità, nel cammino di Santità, segna il tempo e la storia, inonda il mondo e il destino delle genti. Buona Solennità di Tutti i Santi e feconda memoria di tutti i vostri cari defunti.
Auguri a tutti da Cristiano Cattolico - http://www.ilcattolico.it/

(foto dall'account Facebook di Patrizia Bluette - http://www.facebook.com/patrizia.bluette)

Ma volete mettere il boom-boom, la dissipazione, il provincialismo esterofilo, il nichilismo, il mercato, il cupo occultismo e la deformazione consumistica di Halloween con la gioiosa festa di Tutti i Santi e il fiume di grazia che ci unisce ai fedeli defunti? Evviva i Santi e la Regina del Cielo, lode eterna al Signore Gesù Cristo, il vivente che dona la vita e la gioia. La gioia di Dio è il nostro "dolcetto", la grazia di Cristo il nostro "scherzetto".
 

Il vero corso prematrimoniale

"Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto.
E voi, mariti, amate le vostre mo gli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo.
Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito."

Qui, in questa Parola, c'è il vero corso per fidanzati:
1 - il timore di Cristo e il valore ineludibile dell'obbedienza
2 - la coscienza di sé e la desatellizzazione
3 - i ministeri, più che ruoli, nella coppia
4 - una vocazione simbolica, profetica e testimoniale
 

Fornicazione e Purezza

Dalla prima lettura del giorno: Ef 4,32-5,8

"Di fornicazione e di ogni specie di impurità o di cupidigia neppure si parli fra voi – come deve essere tra santi – né di volgarità, insulsaggini, trivialità, che sono cose sconvenienti. Piuttosto rendete grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – cioè nessun idolatra – ha in eredità il regno di Cristo e di Dio."

Perché la fornicazione ed ogni specie di impurità è così dannosa?
La fornicazione (porneia in greco) si riferisce in senso stretto alla "prostituzione" e, nel contesto pagano del tempo, ad una sorta di convivenza pre-matrimoniale in cui si consuma l'atto coniugale ma senza le caratteristiche oggettive, sacramentali e sociali, del matrimonio.
Nella retorica paolina il termine viene rafforzato con "ogni specie di impurità" facendo acquisire alla "porneia" un senso ben più ampio e cioè quello che include ogni atto sessuale disordinato e non orientato alla comunione coniugale.
In entrambi i casi la fornicazione si presenta grave perché distorce e danneggia il primigenio disegno di Dio sull'uomo e sulla coppia. Nel senso esteso perché anzitutto l'uomo appartiene a Dio, e con il battesimo appartiene a Cristo e l'uso del suo corpo per altri fini che non siano quelli unitivi e assieme procreativi nel e del matrimonio, tradiscono questo significato sponsale del discepolo di Cristo con il Suo Maestro e Signore.
Nel senso specifico perché la convivenza matrimoniale (o di fidanzamento con rapporti pre-matrimoniali) crea i presupposti di definitività di un rapporto sia di carattere sociale che, soprattutto, senza la presenza oggettiva del sacramento.
Il sacramento del matrimonio è infatti un dono e non uno stato deciso dal soggetto. Il "soggetto coppia", che desidera sposarsi, ha ben presente l'accoglienza del dono della grazia sia personalmente che come coppia.
La ministerialità della coppia per la celebrazione del sacramento non sta nel fatto che essi creano il dono del matrimonio ma che essi, piuttosto, lo ricevono.
In sostanza una coppia di conviventi vive una contraddizione di natura, significati e finalità ed e contrario alla dimensione coniugale presente sia nel Diritto Naturale che in Ef. 5.

In secondo luogo la fornicazione pur essendo "meno grave" del peccato della superbia in senso assoluto, incide però pian piano nella coscienza del soggetto che pian piano si crea alibi che rafforzano la sua scelta disordinata. Questo "modo disordinato" di vivere la sessualità porta a indebolire la volontà del soggetto ed il suo generale discernimento ed a creare quella famosa mentalità borghese del "vizi privati e pubbliche virtù".
Oppure della giustificazione con ideologie create per giustificare il peso oggettivo della colpa.
Dualismo impossibile presente talvolta anche in coloro che operano pastoralmente nelle parrocchie, i quali si costruiscono una morale a propria immagine e somiglianza.
Oppure in coloro che creano campagne e lobby atte a sostenere il loro comportamento disordinato.
L'autoconvinzione diventa tale e strutturale che essi si illudono di essere felici ma in realtà stanno scappando dal peso delle responsabilità delle loro scelte confondendo la coscienza di colpa con il senso e il peso della colpa.
Pertanto, come si nota, a monte del peccato di fornicazione esiste sempre un peccato di superbia: il soggetto decide alla luce di se stesso e delle sue pulsioni ciò che bene e ciò che male. Fino a che diventa talmente obnubilato che è incapace di discernere con limpidezza e con chiarezza ogni scelta vocazionale della sua vita.

Esiste in ultimo un aspetto spiritualizzato della porneia.
Quello dei quali, pur essendo puri ed "immacolati" fisicamente e nei loro comportamenti sessuali, ritengono questa purezza non un dono (seppur mantenuto con gioiosa fatica) ma un fatto che nasce dalla propria volontà superiore. Si creano una "casta" interiore.
Giudicando le debolezze altrui non alla luce della Verità - che giudica tutti, anche chi giudica - ma alla luce della propria "esterna" integerrimità.
Qui, nella maschera del moralismo, della rigidità e spesso della "musoneria", pur non essendo presente la "lussuria" fisica è presente quella estremamente più grave (e spesso nascosta) della "lussuria spirituale". Il maligno non è entrato ed ha corrotto per la porta o dalla cantina, ma ha inflitto un danno più grande partendo "dalla soffitta".

Tuttavia, come visto, ogni caso di porneia, in senso stretto, in senso ampio ed in senso spirituale è una sorta di tradimento della sponsalità che il credente ha con Cristo.
Siamo infatti stati riscattati a caro prezzo.


 

Il potere d'Amore che sorprende

Dalla prima lettura di oggi Ef 3,14-21

"A colui che in tutto ha potere di fare
molto più di quanto possiamo domandare o pensare,
secondo la potenza che opera in noi,
a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù
per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen."

E' questo Tuo potere di Amore, Signore, che mi sorprende,
crea estasi e giubilo,
mi fa uscire fuori da me stesso
e mi spinge a conversione.
E' questo Tuo potere di Amore, Signore,
che genera in me la resa,
una consegna sempre più profonda delle mie resistenze,
anche le più profonde e le più intime,
zittendo pian piano, ma con fermezza, la parte malata
e facendo parlare il gorgoglio dello Spirito.
Vengano i gemiti inesprimibili, "Abbà, Padre"!
 

Verso la tua parola guida il mio cuore

Dal responsorio breve delle lodi:
"Verso la tua parola guida il mio cuore"

Fare questa incessante richiesta è fondamentale. Si riconosce da una parte di essere feriti e malati e quindi bisognosi di salvezza e di aiuto.
In secondo luogo si riconosce che nessun passo, nessuna decisione, nessuno moto del cuore, della mente e delle mani può essere possibile senza l'aiuto della Parola.
E' Lei infatti che ci plasma e ci rende veramente discepoli di Cristo, veramente capienti di Dio, veramente umani.
 

Vieni al Padre

Dalla letture della S. Messa del giorno:

"Fratelli,
in Cristo siamo stati fatti anche eredi,
predestinati – secondo il progetto di colui
che tutto opera secondo la sua volontà –
a essere lode della sua gloria". (Ef 1,11-14)

E qual è la gloria di Dio?
La "gloria di Dio è l'uomo vivente"(Ireneo di Lione, Contro le eresie).
Perché dunque vivi come se fossi morto?
Perchè ti trascini?
Perché il tuo cuore è appesantito dalla tua miseria?
Per questo "Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità."(Sal 32)
Perché Egli ha cura di te e desidera il tuo bene e la tua gioia vera, questa è la sua gloria.
Tu sei la sua gloria. Il tuo benessere è la sua gloria, non il benessere che il mondo o la "carne" ti danno.
Non temere dunque ".. quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui.
Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!" (Lc 12,1-7)
Fuggi l'iocrisia, la maldicenza, la mormorazione, le isterie, ogni forma di peccato e soprattutto "il nemico dell'uomo".
Che non solo è nemico di Dio ma anche tuo nemico; nemico determinato della tua gioia.
Riconosci di essere malato e talvolta ferito, senza paura di guardare in alto e gli immensi orizzonti della tua casa a cui il tuo cuore anela - se veramente lo ascolti - e dice "vieni al Padre". («Lettera ai Romani» di sant'Ignazio di Antiochia)
 

Evangelizzazione ministero di consolazione

Dalla lettura breve delle lodi 2Cor. 1,3-5

"Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Crist o in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione."

Il termine consolazione, non solo per motivi retorici ma, soprattutto, per motivi teologali, ricorre spesso nella Seconda Lettera ai Corinti e specie in questi versetti. E' il Padre Misericordioso, anzi il Padre delle Misericordie - quindi di ogni tipo di misericordia - che dona la Consolazione.
La Consolazione non è una consolazione che si percepisce "affettivamente" ma una Consolazione che "pesa" ha valore ontologico, teologico, salvifico. E' per San Paolo un fatto. La percezione "affettiva" di questa Consolazione - che è azione spiccatamente dello Spirito Santo, il Consolatore - può anche non esserci, ma rimane la realtà certa che Dio te la dona non per gratificazione ma perché tu diventi "parakaleo", cioè uomo di consolazione nello Spirito Santo. Assumi in te stesso le caratteristiche del Ministero dello Spirito, l'intercessione, la consolazione, l'avvocatura, la misericordia.
Solo se entri nel "gioco" divino del donare quello che sai per intima certezza di fede entri nell'autentica gioia. Proprio perché non trattieni nulla per te stesso e per la tua infantile consolazione ma immediatamente la doni perché i fratelli possano crescere nella Fede e nella Speranza; cioè maturare sempre più l'intima certezza che Dio li ama radicalmente.
Ecco perché, giustamente, il Beato Giovanni Paolo II diceva che "la fede si rafforza donandola". Non perché ripetendo "la fede" ti convinci e convinci... ma perché donando e annunciando, ciò che è vero e buono, cioè Cristo morto, disceso agli inferi e Risorto, ne dischiudi tutta la bellezza.. e questo irriga il deserto della tua vita e l'arsura del fratello.
 
Dalla prima lettura del giorno: Gal. 5,1-6

"Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. "

L'etimo della parola è simile in libertà e liberale ma ci sono punti di partenza, di percorso e di arrivo diversi.
La Libertà del Vangelo è un dono e come ogni dono della Grazia è un dono che responsabilizza. Lo stesso Paolo parlerebbe di un "debito nello Spirito" (Rm. 8).
La Libertà pertanto nasce da una condizione che ci precede e ci stimola, non è frutto delle nostre mani se non quel tanto che si chiama "restituzione", "impegno", "responsabilità", insomma misericordia, lode e ringraziamento.
Le ideologie invece, di sinistra o di destra, gnostiche od immanentiste, vecchie e "nuove" partono tutte da un "soggetto" che si autocertifica nell'essere. Da un essere che non vive a braccia aperte perché così riceve e dona ma da un essere che pensa di essere creatore e non creatura. Tutte le ideologie nascono mortifere perché effetto del peccato originale.
Non lasciamoci dunque imporre il giogo della schiavitù ma cogliamo della Libertà donata a caro prezzo dal Cristo per essere immersi a pieno titolo nel mondo ma senza essere del mondo. Perché noi, e il mondo, necessitiamo di salvezza e solo Cristo salva e dona la Vita.
In Lui per Lui soltanto c'è libertà e l'orizzonte immenso del'Eternità.
Solo in Lui ogni Libertà è moltiplicativa e non sottrattiva, feconda e non solipsistica, gioiosa e non egoista.
 
"In quel tempo, mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».
Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!»."

Qui la vera beatitudine di Maria, la "credente", cioè coLei che crede sempre, non che ha creduto una sola volta.
Qui la vera beatitudine e la dignità di ciascuno di noi.
Per quanto importanti e talvolta importantissimi i legami affettivi sono subordinati all'ascolto e all'osservanza fedele della Parola.
Cioè all'ascolto e alla sequela Christi.
 

La superbia è un cancro

"Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima»."

"Chi sta in piedi cerchi di non cadere" (1Cor. 10,12 ) e il modo più semplice per cadere è la superbia.
Il diavolo se la ride che tu possa essere casto, povero, caritatevole, evangelizzatore, compiere grandi opere, dare il tuo corpo per esere bruciato, se poi cadi nel tranello della superbia. Egli, da buon opportunista, anzi da opportunista professionista, è ben lieto che tu possa guarire dal raffreddore o dall'emicrania purché tu possa avere il cancro. E questo è la superbia un cancro. Nessuno lo vede, anzi tutti vedono se non la tua apparente buona salute, ma dentro sei ripieno di te stesso e quindi schiavo e non libero.
L'umiltà e il Timor di Dio, invece, hanno sempre la meglio e rendono la "tua casa" pronta solo per lo sposo e non per la "scimmia di Dio".
 
Dalle letture breve delle Lodi: 1 Pt 4, 10-11

"Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. "

Fin dall'inizio di questo giorno ispiraci il desiderio di servirti,
perché nei pensieri e nelle opere glorifichiamo sempre il tuo santo nome.
 

La Carità è Cristo

Dalla lettura breve dell'ora media di oggi: 1 Cor 13, 4-7

"La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta."

Quando Paolo parlava della C arità non aveva in mente un'idea di amore.
Né aveva in mente un atteggiamento morale.
Egli aveva davanti a sé una persona: Gesù Cristo.
Egli non compiva secondo Carità, Egli era la Carità fatta carne.
Nei suoi gesti le sue scelte, i suoi pensieri, il suo silenzio, la sua incarnazione e il suo donarsi, istante per istante; eternità nel tempo.
Pertanto stiamo bene attenti a non considerare la Carità un'idea, oppure una pratica morale, perché invece la Carità è Cristo.
Vogliamo lo sguardo di cuore, mente, occhi a Lui per essere anche noi trovati nella contemplazione di Lui da cui ogni cosa esiste e procede e per fuggire il peccato, il male dell'autonomia e della superbia.
Il male del fai-da-te e del mi-giustifico-da-me.
 

Chi sei Tu e chi sono io, Signore

Dalla prima lettura del giorno: Gb 42,1-3.5-6.12-16

Giobbe prese a dire al Signore:
«Comprendo che tu puoi tutto
e che nessun progetto per te è impossibile...
Io ti conoscevo solo per sentito dire,
ma ora i miei occhi ti hanno veduto.
Perciò mi ricredo e mi pento
sopra polvere e cenere».

Giobbe è l'esplosione del dono dello Spirito del Timor di Dio.
Solo questo dono, infatti, permette di conoscere Dio personalmente e non "per sentito dire".
Solo questo dono dello Spirito permette di conoscere se stessi.

vd anche
Timor di Dio
 

Nudi

Dalla prima lettura del giorno Gb. 1,6-22

«Nudo uscii dal grembo di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!».
In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.

La povertà, consiglio evangelico battesimale, cioè per tutti, non è altro che la coscienza serena di essere nudi, e dunque, capaci di essere vestiti, in ogni cosa, dal Padre e dalla Sua Provvidenza.
 

Appartenenza non gelosia

Dalla prima lettura del giorno:
"... Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!"

Una lezione chiara quella data da Mosè a Giosuè.
L'amore, se autentico, non è mai sottrattivo ma moltiplicativo.
Persino le ineludibili "relazioni particolari", quando sono un dono di Dio, non tolgono nulla alle altre relazioni ed alla comunità.
Anzi portano fecondità.
La predilizione di Gesù per Pietro, Giacomo e Giovanni non toglieva nulla agli altri apostoli, anzi.. aggiungeva amore su amore, ricchezza su ricchezza.
Così nella pastorale.
Se uno opera nella "recta fede", anche se con prassi diverse, aggiunge gli orizzonti dello Spirito a tutta la comunità.
La stessa Chiesa Cattolica è una grande orchestra dove ognuno suona uno strumento particolare ed in cui Pietro, vicario di Cristo, è chiamato ad orchestrare perché "il tutto" suoni bene e sia armonioso a vantaggio di tutti e del mondo intero.. purché però, si rimanga nel solco della "retta fede" di cui Pietro, è tra l'altro custode.
Perché dunque essere gelosi se uno suona il flauto e non la tromba?
Perché impedire che uno suoni l'arpa se tu suoni le percussioni?
Ciò che conta è il suono intero, la sinfonia che ne esce.
Pertanto diventiamo gelosi ma per senso di appartenenza e cura
e non per invidia del carisma dei fratelli.
Perché nel legame di Cristo quello che è di uno è non solo per tutti ma di tutti.
 

Chi dite che io sia?

Dal Vangelo del giorno : Lc. 9, 18-22

«Ma voi, chi dite che io sia?»

E' domanda fatta al "noi" e domanda fatta al "tu".
Fatta a me.
Dalla risposta che tu dai dipende la tua storia e la tua gioia e il bene dei fratelli.
Dalla risposta dipende il bene e il destino del mondo.
Pietro l'ha data (e la dà per noi) perché ciascuno possa proclamarla ora e in ogni respiro.
 

Quando dunque vi radunate insieme

Dalla prima lettura del giorno 1Cor. 11, 17-23.33:
"Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco."

E' norma di buona educazione andare a casa di altri, quando invitati a mangiare, con lo stomaco non pieno per gustare le pietanze offerte. E' buona educazione essere sobri per gustare della comunione e della condivisione.
Ma se io vado alla cena domenicale con il cuore e la mente colma e sazia di idoli, ideologie e fantasmi.
Se assisto e partecipo a quella cena ebbro di me e delle mie schiavitù, come potrò saziarmi di Lui e dello stupore che la Sua presenza sempre comporta?
Come cambierò il cuore?
Quando mai entrerò nella gioia?
 
Dalla prima lettura del giorno: Eb. 5, 7-9

"Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito.
Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono."

Quello che è stato per il Figlio, così è per la madre.
Così è per ciascuno di noi, con il vantaggio però, che il nostro grido, trova la porta aperta del cuore del Padre grazie al sacerdozio unico del Figlio nell'esempio della Madre.
L'obbedienza è arte che si impara con amore ed è scuola per tutti.
E tu a chi obbedisci?
Chi regna e comanda nella tua vita?
Chi ritma le tue scelte e i tuoi passi?
 

Insegnaci a contare i nostri giorni

Dal salmo della liturgia del giorno Sl. 89

"Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio."

In realtà la vecchia traduzione di questo versetto, più fedele al senso ebraico di saggezza e alla tradizione della vulgata, parlava di Sapienza (insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla Sapienza del cuore).
Per la Bibbia la Sapienza non è la conoscenza mentale delle cose, non è neanche solo nozione acquisita dall'esperienza, ma la capacità di vedere il reale con intelligenza, con scienza biblica, in definitiva con il cuore di Dio. La Sapienza è un dono dello Spirito, la Sapienza è Cristo.
Contare i nostri giorni per l'autore del salmo significa dunque :
insegnaci Signore a non divagare ma piuttosto ad essere realisti e cogliere che solo Tu realmente sei importante e fondante la nostra vita.. tutto il resto passa, persino la croce, persino la gioia, e senza di Te, come dice la prima lettura (Qo 1,2-11) è vanità.
 

Non prendete nulla per il viaggio

Dal Vangelo del giorno: Lc 9,1-6

"Non prendete nulla per il viaggio".

Il consiglio evangelico di povertà è un consiglio battesimale, cioè donato con il dono del battesimo.
Ogni cristiano è chiamato a "non portare nulla per il viaggio" della vita, cioè a ritenere Dio sopra ogni cosa.
Persino sopra le cose utili, indipsensabili e sopra addirittura gli affetti.
Dio non toglie nulla ma dona e restituisce ogni cosa.
La povertà è dunque una scelta del cuore che passa per la mente e le mani, è la scelta di non sentirsi proprietari di nulla ma oggetto della Provvidenza amorosa del Padre.
La povertà è una resa.
Non c'è dunque condanna di alcun bene ma, piuttosto, la condanna all'attaccamento a quei beni, piccoli o grandi che siano. Attaccamento che non segue la gerarchia precisa di non dare primato a Dio, sempre.
 

La famiglia di Gesù

Dal Vangelo del giorno Lc 8,19-21
"In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»."

Cristo Signore rivoluziona gli affetti e il modo di viverli.
Con l'avvento del Regno, cioè di Gesù, cambiano le modalità e la sostanza delle "prossimità".
L'intimità non è data solo dalla vicinanza affettiva ma dalla realizzazione della Parola nella propria carne, nei propri passi, nella propria vita.
Anzi talvolta è necessaria una certa "desatellizzazione" di umana affettività perché si compia realmente la "prossimità".
E questo non solo con Dio ma anche con i fratelli.