La grandezza dell’umiltà

san pio v-El Greco 050Celebrata dall’arcivescovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede la memoria liturgica di san Pio V

di GERHARD LUDWIG MÜLLER

Come molti di noi sanno, Michele Ghislieri, divenuto poi Papa con il nome di Pio V, passò — a motivo dell’indigenza della sua famiglia — buona parte della sua prima gioventù in mezzo ai campi, come pastore.
Cominciò così la vita di questo grande santo che è il nostro patrono. Nulla accade a caso nella vita. Sappiamo infatti che il Signore si serve del tempo e parte da lontano per preparare i suoi amici ai compiti che riserva loro. D’altronde le doti di un uomo, come i suoi difetti, hanno una lunga storia. Possiamo chiederci allora quali doti andassero forgiandosi in quel giovane dall’intelligenza vivace, dentro quella condizione apparentemente così distante dalle sue future mansioni. Forse proprio in quegli anni cominciò a sviluppare una propensione al silenzio e alla preghiera, una sensibilità particolare alla bellezza della natura, una certa essenzialità e concretezza nel vivere, una prontezza vigilante nel prendersi cura degli armenti. E chissà se, guardando il gregge a lui affidato, si poteva mai immaginare quali ben altri greggi il Signore avrebbe poi consegnato alle sue cure. Così ci piace rappresentare quei primi quattordici anni della vita di Michele Ghislieri — di cui sappiamo soltanto che furono trascorsi soprattutto nella custodia delle pecore — come una discreta e umile preparazione alle importanti vicende che lo videro poi assoluto protagonista della Chiesa del suo tempo, dapprima come Inquisitore e poi come Pontefice. Perché, sempre, le cose grandi si vanno preparando nell’umiltà. Oggi si ricorda il Papa san PioV soprattutto per la sua grande capacità di governo e per la sua fermezza nel tutelare la fede. Egli era proteso a proteggere soprattutto la fede dei semplici, sia nella dottrina che nella disciplina. Difese con tutte le sue forze la Chiesa e il bene del popolo cristiano. Si adoperò con tutto se stesso per l’attuazione del concilio di Trento, in modo particolare per la riforma della curia romana, del clero e degli ordini religiosi. Tutti lo ricordiamo come il Papa acclamato per la vittoria di Lepanto, ma è bene non dimenticare che da cardinale, il Ghislieri non temette anche di cadere in disgrazia pur di rimanere fedele al bene e alla verità. Amava infatti la verità e il bene più della sua tranquillità. Forse fu proprio per questo che un santo, Filippo Neri, gli profetizzò l’elezione a Pontefice, e che un altro santo, il cardinale Carlo Borromeo, in conclave, divenne suo grande elettore. Perché capita spesso che, fra i santi, nasca una connaturale affinità e un’amicizia. Pio V fu un tenace assertore sia della fede che dell’unità ecclesiale. Non solo si impegnò per difendere l’integrità della fede dalle eresie, ma fece pubblicare il Catechismo Romano, promuovendone la traduzione in altre lingue. Istituì un comitato per la redazione di un testo ufficiale della Sacra Scrittura. Creò una commissione cardinalizia per organizzare e regolare l’evangelizzazione di America, Africa e Asia. Così si adoperò anche per l’unità della tradizione cristiana d’oriente e d’occidente, decretando per i quattro dottori della Chiesa greci (Basilio, Gregorio Nazianzeno, Gregorio Nisseno e Giovanni Crisostomo) gli stessi onori di quelli latini (Ambrogio, Girolamo, Agostino e Gregorio Magno). Cercò di rinsaldare l’unità della fede attraverso la riforma e l’unificazione della liturgia. È ricordato come il Papa che pubblicò il breviario. E ancora oggi con il suo messale si può celebrare l’e u c a re s t i a . In questo inscindibile e instancabile servizio all’integrità della fede e all’unità della Chiesa, PioVmanifestò uno dei compiti peculiari del Successore di Pietro, il Pontefice Romano, che nello stesso tempo è chiamato a garantire l’autentica fede apostolica e l’unità ecclesiale. Egli non era disposto a negoziare la fede perché sapeva bene che ogni compromesso sulla fede degli Apostoli è una minaccia diretta a quel dono per cui Gesù ha tanto pregato e per cui ha offerto la sua stessa vita (cfr. Giovanni, 17, 21): l’unità dei suoi discep oli. Questo noi lo abbiamo imparato vedendo all’opera per tanti anni Joseph Ratzinger, dapprima come prefetto di questa Congregazione e poi come Papa. E ce lo ha richiamato di recente anche il nostro Papa Francesco: «la fede non si negozia» — ha detto — perché «quando cominciamo a tagliare la fede, cominciano le apostasie», cioè si lacerano le carni del Corpo risorto del Signore, della sua Chiesa. Nel lavoro che ci è affidato, questo lo vediamo bene ogni giorno. Perciò la nostra Congregazione, nella sua storia plurisecolare, si è sempre sentita posta in un modo particolare al servizio del Successore di Pietro. La Congregazione per la Dottrina della Fede si sente cioè inscritta, per sua stessa natura e indole, nel compito di aiutare il Papa a promuovere e tutelare la fede dei semplici ed insieme a rinsaldare l’unità visibile della Chiesa, che trova nel ministero petrino-romano la sua garanzia ultima. Perché questi due compiti sono inscindibilmente legati, si tengono, stanno e cadono insieme. Fede e visibile unità ecclesiale sono due doni che non possono essere separati. È permanere nell’autentica fede apostolica che consente ai discepoli di Gesù di rimanere saldi in quell’unità che è germe e profezia del mondo nuovo, che è «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano» (Lumen gentium, 1). Ed è l’unità della Chiesa il luogo genetico della fede dei suoi figli e di quella testimonianza che convince gli uomini di buona volontà, che converte i cuori e suscita gioia nel credere. Fede e unità ecclesiale sono infatti la terra buona in cui fiorisce la martyría, in cui germogliano gli amici di Dio e i suoi autentici testimoni, in cui il cuore si apre con fiducia e si abbandona con pace al Signore. Laddove la fede degli Apostoli è viva, e l’unità visibile della Chiesa è realizzata, nascono i testimoni e la testimonianza stessa — come aveva preconizzato il Papa PaoloVI—diviene una cattedra che ci introduce alla vita di Dio. Una vita — quella che viene da Dio — che è vivace comunione e nella quale le ricchezze e le diversità si lasciano comporre in un’unità che accoglie la pluriformità ma non negozia la verità. Quando la fede e l’unità sono reali, accade anche che la carità e l’impeto missionario alimentino come linfa il corpo ecclesiale; accade che non si possa più tacere la ricchezza del dono ricevuto; accade che non si può più tacere Colui che si riconosce all’op era nella comunione ecclesiale (cfr.At t i degli apostoli, 4, 20). Perciò, per sua stessa natura, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, nel suo servizio al Successore di Pietro, non solo spetta custodire e tutelare la dottrina e l’integrità della fede ma anche — come afferma per ben tre volte la costituzione apostolica Pastor bonus(numeri 48-50) — operare fattivamente per la loro « p ro m o z i o n e » . Appartiene al nostro servizio il «promuovere», perché la fede autentica viene difesa soprattutto laddove essa viene promossa, cioè testimoniata in un modo che è insieme intelligente e appassionato. Come ci ha ricordato il Papa Benedetto XVI nell’ultimo sinodo: la testimonianza non è «solo cosa del cuore e della bocca, ma anche dell’intelligenza; deve essere pensata e così, come pensata e intelligentemente concepita, tocca l’altro» (Meditazione nel corso della prima congregazione generale, 8 ottobre 2012). All’interno di questa testimonianza si colloca il compito precipuo della Congregazione per la Dottrina della Fede nel suo servizio al ministero petrino. E proprio a questo livello si può comprendere il carattere essenzialmente e connaturalmente «pastorale» del nostro lavoro (cfr. costituzione apostolicaPastor Bonus, n. 33). Siamo chiamati ad accogliere con generosità ed a farci carico dei grandi doni che Dio ci elargisce con la fede, per servire Pietro. Egli — come ci richiama il Vangelo che abbiamo appena letto — ancora oggi riceve direttamente da Gesù il suo mandato: «pasci il mio gregge…». L’a m o re per Cristo che sospinge Pietro, ci trascina con sé e ci invita a servire la sua missione: amare e pensare nella verità, donare la vita per i fratelli -«pascere il gregge». Servire con umile fierezza questa missione è il nostro dovere e la nostra ricchezza. Preghiamo san Pio V, chiedendo la sua intercessione affinché — qualunque sia qui la nostra mansione — così sia, davvero, per tutti noi!

© Osservatore Romano - 1 maggio 2013


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