Il seme della fiducia

ascensione-3di INOS BIFFI

Con l’ascensione al cielo Gesù termina il suo itinerario terreno per iniziare la sua condizione gloriosa alla destra del Padre, dove la sua opera di salvezza trova il riconoscimento, il suo sacrificio è accolto, la sua preghiera diviene intercessione universale, la sua presenza è estesa a ogni tempo, la sua signoria diventa efficace in ogni spazio e il suo potere si diffonde in ogni situazione, «in cielo e in terra» (Matteo, 28, 18).
In apparenza quello di Gesù è un allontanarsi: i discepoli non lo vedranno più; in realtà l’ascensione lo rende prossimo e interiore a essi, che lo sentiranno vicino non più dentro i limitati e privilegiati confini dei loro brevi giorni e luoghi: l’umanità gloriosa del Signore sarà dappertutto e presso ciascuno, in una “contemp oraneità” che supera ogni genere di obiezione e di resistenza. Con suggestiva espressione san Bernardo scrive: Gesù, ascendendo al cielo, «ha lasciato in noi il seme della fiducia e dell’attesa, ha creato la speranza nei credenti» (Sermo in ascensione Domini, I V, 1). È precisamente con questa presenza del Signore e questa speranza che i discepoli compiono la missione, che predicano il Vangelo, perché sia accolto nella fede e nel battesimo e così avvenga la salvezza. La loro non è un’attività svolta a nome e per virtù propria. Essi sono in missione per fedeltà a un mandato: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Ma t t e o , 28, 19). Dall’ascensione parte la missione, che diffonde nel mondo il senso della vita di Cristo, la vita nuova iniziata nella risurrezione. La Chiesa non può ripiegarsi soddisfatta su se stessa o intimidita dalle difficoltà di annunziare la Parola di Dio; né può mettere in discussione la materia del mandato: predicare e battezzare, per suscitare la fede; né può convincersi che la salvezza è possibile anche a chi non crede: «Chi non crederà sarà condannato» (Ma rc o , 16, 16). Il rifiuto del Vangelo esclude dalla salvezza, anche se certamente soltanto Dio conosce chi veramente crede e chi rigetta la fede. «Il Signore operava insieme con loro e confermava la Parola con i prodigi che l’accompagnavano» (Ma rc o , 16, 20). Sempre il Signore opera con la Chiesa: diversamente essa non riuscirebbe in nulla. La Chiesa non ha il potere di salvare; essa è anzitutto salvata, e diviene segno e strumento di Colui che è in ogni tempo l’unico Salvatore, che dà forza all’annunzio, che colma i riti della sua presenza e del suo Spirito, che apre il cuore all’ascolto e all’accoglienza e li sostiene nella perseveranza. È Cristo che nei discepoli «percorre il mondo intero» (Franz Schweizer), dal momento che la sua è anche una “vittoria sul tempo”, non perché il tempo non esista più, ma perché non riesce a renderlo un sorpassato, costituito com’è in un “oggi” che non declina. La presenza del Signore è visibile nei prodigi che confermano la Parola annunziata: i demoni scacciati, le nuove lingue, l’indennità tra i pericoli, la guarigione dei malati. È il mondo della risurrezione, il mondo nuovo che incomincia a rivelarsi nella sconfitta del demonio, abbattuto dalla signoria di Gesù. Per chi crede non c’è più circostanza che possa compromettere seriamente e per sempre la sua vita, e il motivo è la comunione con il Signore che ha «vinto il mondo» (Giovanni, 16, 33). Perciò un cristiano non si deprime fino in fondo; anzi non si deprime affatto come per l’i r re p a r a b i l e . Ma bisogna che sia intensa e continua la contemplazione del Figlio di Dio nel quale «la nostra umanità è innalzata accanto al Padre» (cfr. Messa dell’As c e n s i o n e , orazione dopo la comunione). È questa umanità la speranza e l’attrattiva del mondo, di cui l’ascensione ha rappresentato l’apertura definitiva a Dio, la “risoluzione”. L’umanità di Gesù risorta e ascesa al cielo è il vincolo indissolubile tra gli uomini e Dio, l’evidenza dell’amore divino per l’uomo, tanto da averlo per sempre accanto a sé in una compiacenza eterna. L’uomo è portato nell’intimità trinitaria. È già vero per Cristo esemplarmente, ossia come primizia di quanto avverrà per tutti quelli che avranno fede, per le membra del Corpo di Gesù, «nostro capo nella gloria» (colletta). Se ci limitiamo a considerare l’uomo con un giudizio “naturale”, o a partire dai dati dell’esperienza immediata, non riusciamo a scorgere questa sua destinazione divina, tanto ci appare fragile, talvolta deplorevole e inattraente, e alla fine corroso e consumato dalla morte. In realtà solo Dio può dirci veramente chi è l’uomo e qual è il suo destino; può dirci con quale amore lui lo ha amato e creato e ce lo rivela in modo perfetto con l’esaltazione dell’umanità di Gesù alla sua destra: là dove «si sedette», come scrive Marco nel suo Vangelo (16, 19), ma non in una quiete soddisfatta e indifferente per noi; al contrario: per proseguire in noi. Con l’ascensione appare che l’uomo è riuscito e non fallito, e che in Gesù ognuno è chiamato a riuscire nella forma che nessun umanesimo potrebbe immaginare. San Bernardo definisce l’ascensione «consumazione e adempimento di tutte le altre solennità, conclusione felice di tutto l’itinerario del Figlio di Dio» (Sermo in ascensione Domini, II, 1), e quindi modello del termine di ogni itinerario umano. L’ascensione è il festeggiamento dell’uomo. Ma dell’uomo che crede, e perciò che imita Gesù Cristo, innalzato per il suo abbassamento; glorificato per la sua croce; gratificato della signoria dopo l’umiliazione del servizio. È sempre il Crocifisso che diviene glorioso; ma nella croce, che ora è della Chiesa e delle anime, agisce questa forza dell’ascensione, questa signoria che costituisce il seme della fiducia. La vocazione cui siamo stati chiamati — esorta oggi san Paolo — domanda un comportamento conforme, e in particolare: l’umiltà, la mansuetudine, la pazienza, la reciproca sopportazione nell’a m o re , l’impegno a conservare l’unità (Efesini, 4, 1-2). Un altro richiamo è fatto da Paolo partendo dall’ascensione di Gesù al cielo: quello di riconoscere la varietà dei doni che il Risorto ha fatto, l’origine in lui delle diverse missioni, quella dell’apostolo, o del profeta, o dell’evangelista o del pastore o del maestro. Nessuno si autodona queste grazie, tutte allo stesso modo sono ricevute, e tutte allo stesso modo vanno finalizzate a «edificare il corpo di Cristo» (Efesini, 4, 12): non quindi a suscitare confronti, a generare risse e accaparramenti, poiché, oltre e più importante delle “grazie” ricevute, c’è il Signore e la sua Chiesa, c’è la «generazione dei fedeli» (Super euangelium Matthaei reportatio, cap. 28, n. 2469), come la chiama Tommaso d’Aquino. Gesù, assunto fino al cielo, tornerà «un giorno»: gli angeli lo assicurano agli uomini di Galilea che «stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava» (At t i , 1, 10). Viviamo in questa attesa della venuta. Meditando il passo degli Atti san Bernardo pregava: «Chi mi consolerà, Signore Gesù, del fatto che io non ti ho visto appeso alla croce, illividito dalle piaghe, pallido per la morte; non ho patito con te crocifisso, non ti ho ossequiato da morto, non ho inumidito almeno di lacrime i luoghi delle ferite? Come mai mi hai abbandonato senza il tuo saluto, quando, o Re della gloria, nella bellezza della tua stola, sei entrato nell’alto dei cieli? La mia anima avrebbe rifiutato ogni consolazione se gli angeli con voce gioiosa, non mi avessero preannunziato: un giorno tornerà» (Sermo in ascensione Domini, III, delle anime, agisce questa forza dell’ascensione, questa signoria che costituisce il seme della fiducia. La vocazione cui siamo stati chiamati — esorta oggi san Paolo — domanda un comportamento conforme, e in particolare: l’umiltà, la mansuetudine, la pazienza, 4). Un giorno lo incontreremo e ne faremo la conoscenza, personalmente.

© Osservatore Romano - 9 maggio 2013


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